IL MATTINO
Focus
13.01.2026 - 13:29
L’italiano medio non ha “difficoltà con l’inglese”. Ha una relazione tossica con l’errore. La scuola ha insegnato che sbagliare equivale a fallire, che parlare prima di sapere è un atto irresponsabile, che la grammatica viene prima della voce. Così l’inglese è diventato una materia da superare, non uno strumento da usare.
C’è un momento preciso in cui l’inglese smette di essere una lingua e diventa una colpa. Succede quando un adulto apre bocca, sa cosa dire, ma non riesce a dirlo. Non per ignoranza, non per mancanza di studio, ma per una forma più sottile di blocco. Una paralisi silenziosa che si attiva davanti a una frase semplice, a una telefonata, a una risposta che dovrebbe uscire naturale e invece resta incastrata.
Questo non è un problema didattico. È un problema emotivo travestito da incompetenza. E chi lo vive lo riconosce subito. Lo riconosce nel rossore improvviso, nella risata di difesa, nella frase pronunciata in italiano per evitare l’inglese. Lo riconosce nel bisogno di aprire il traduttore anche quando basterebbero tre parole sbagliate ma vive.
L’italiano medio non ha “difficoltà con l’inglese”. Ha una relazione tossica con l’errore. La scuola ha insegnato che sbagliare equivale a fallire, che parlare prima di sapere è un atto irresponsabile, che la grammatica viene prima della voce. Così l’inglese è diventato una materia da superare, non uno strumento da usare. E quando la materia sparisce, resta la paura.
Qui nasce Inglese per Frane. Non da un’idea brillante, ma da un’osservazione banale. Le persone adulte non smettono di parlare inglese perché non lo sanno, smettono perché si vergognano. Vergogna di sembrare stupidi. Vergogna di tornare a uno stato infantile. Vergogna di perdere status. Perché a quarant’anni puoi sbagliare un investimento, ma non una frase.
A metà della vita, la lingua diventa una prova sociale. Parlare male equivale a valere meno. E così l’adulto preferisce tacere. È una scelta razionale, non un limite cognitivo. Tacere protegge l’immagine. Tacere evita l’esposizione. Tacere mantiene intatto il ruolo.
Qui si produce la frattura. Il problema non è imparare l’inglese, è disinnescare la vergogna. Finché il percorso parte dalla teoria, dal libro, dalla regola, il cervello resta in modalità giudizio. L’errore è pubblico, la voce è fragile, l’identità è in gioco. È come chiedere a qualcuno di imparare a nuotare leggendo un manuale sul bordo della piscina. L’acqua resta lontana. Il corpo non entra mai.
Inglese per Frane nasce quando qualcuno decide di spostare il fuoco. Non più “cosa devi sapere”, ma “in che condizioni il cervello smette di difendersi”. Il Metodo Spugna non promette perfezione. Promette esposizione. Espone alla lingua come si espone una ferita all’aria, senza anestesia, ma senza giudizio. L’assorbimento avviene perché la mente smette di lottare.
Qui la metafora è inevitabile. Imparare l’inglese da adulti non è costruire un palazzo, è sciogliere un nodo. Il palazzo richiede progetto, calcolo, tempo. Il nodo richiede solo il gesto giusto. Tirare nel punto sbagliato lo stringe. Toccare il punto giusto lo libera.
A questo punto il lettore potrebbe chiedersi: se è così semplice, perché non lo fanno tutti? Perché nessuno vuole essere visto mentre sbaglia. Viviamo in una cultura che celebra la performance, non il processo. Una cultura che premia chi arriva, non chi prova. Hannah Arendt parlava della paura dell’esposizione come della radice dell’azione mancata. Qui accade la stessa cosa, ma in scala quotidiana.
Tu che stai leggendo lo sai. Sai esattamente in quale situazione ti sei bloccato. Una riunione. Un viaggio. Una conversazione informale. Non è mancata la parola giusta, è mancato il permesso di usarla male.
Inglese per Frane lavora su questo punto. Non solo sull’inglese, ma sulla soglia emotiva che impedisce di usarlo. Rimuove il palcoscenico, toglie il pubblico, normalizza l’imperfezione. Quando l’errore smette di essere un evento sociale, la lingua torna a essere ciò che è sempre stata. Un mezzo.
Il sito ufficiale lo racconta senza enfasi, quasi sottovoce: https://ingleseperfrane.com . Non come promessa salvifica, ma come presa di posizione culturale. L’idea che l’inglese non si studi, si attraversi. Come una città. Come una conversazione. Come una vita vissuta senza sottotitoli.
Alla fine, la vergogna non sparisce perché diventi bravo. Sparisce quando smetti di darle potere. Ed è qui che tutto torna all’inizio. L’adulto che taceva non aveva bisogno di più regole. Aveva bisogno di smettere di sentirsi osservato.
L’inglese non è mai stato il problema. Il problema è stato chiedere alle persone di parlare solo quando si sentivano all’altezza. E nessuno, davvero nessuno, si sente mai all’altezza la prima volta.
edizione digitale
Il Mattino di foggia