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Tumore infantile: quando ad ammalarsi è tutta la famiglia

Dal sequestro emozionale per la brutta notizia agli aspetti che toccheranno i fratelli dei bimbi ammalati

Tumore infantile: quando ad ammalarsi è tutta la famiglia

In un freddo corridoio d’ospedale, in cui il tempo è scandito dal rumore incessante dei macchinari, tutto si ferma. Non importa se il medico prospetta buone percentuali di sopravvivenza, se continua a spiegare cosa succederà, come si dovrà procedere. Cancro. È a questa parola orribile che si resta, immobili. Il cervello chiude i suoi cancelli e, improvvisamente, tutto il mondo resta fuori, ovattato e lontano. Niente può entrare. Black-out. In effetti, nel nostro cervello, quando viene percepito uno stimolo potenzialmente minaccioso, è come se davvero venisse dichiarato un cortocircuito. Come se l’amigdala, una struttura nervosa deputata all’elaborazione delle emozioni, inviasse a tutte le altre strutture cerebrali un messaggio: “Attenzione, fermi tutti, siamo in pericolo”. Tutte le funzioni superiori, quelle più razionali, sono fuori gioco. Sotto scacco. Questo fenomeno, noto come sequestro emozionale, è il motivo per cui, in particolari situazioni pericolose, ci sentiamo sopraffatti dalle emozioni (rabbia, paura, tristezza) e dalla disperazione ed il motivo per cui non riusciamo a registrare altre informazioni dopo quella che ha scatenato la reazione di minaccia. Cancro. Una parola e la vita di sempre si sgretola in tanti piccoli pezzi: i progetti, i viaggi, la casa, la scuola, le domeniche al mare, il lavoro, le cene in giardino. La malattia non chiede il permesso, non ti chiede se sei pronto. Entra e basta, con prepotenza travolge e stravolge. Ad oggi, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, è la malattia più temuta in assoluto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che il cancro sia la prima causa di morte per malattia nei bambini e nei ragazzi fra uno e quattordici anni d’età. Nella psicologia sistemico-relazionale, la famiglia è intesa come un sistema in cui ognuno è legato all’altro da relazioni circolari e reciproche. Immaginate che ogni componente della famiglia rappresenti un contenitore e che ciascuno sia in comunicazione con tutti gli altri. Per il principio dei vasi comunicanti, se versiamo un liquido in un contenitore qualsiasi, non solo si riempie il contenitore stesso ma anche tutti gli altri, raggiungendo un equilibrio. Allo stesso modo, qualunque situazione di squilibrio che si crea in un contenitore si riverserà su tutti gli altri. La famiglia intesa come sistema funziona pressappoco così. È importante considerare questo aspetto della reciprocità perché ci pone in una prospettiva più ampia: la malattia non è solo del bambino ma è di tutta la famiglia e, se in un primo momento le attenzioni vengono comprensibilmente dirette verso di lui, non possiamo non considerare che anche gli altri singoli componenti e tutta la famiglia nel suo insieme necessitano di cure. È da queste considerazioni che è nata la domanda alla base della mia tesi di laurea: dove sono e come stanno i fratelli dei bambini con il cancro?

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