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L'incontro di Palazzo San Gervasio che avrei dovuto moderare è l'occasione per lanciare un dibattito

Una vittima del caso Moro: Gero Grassi, l'uomo della verità

L'onorevole che porta in giro per l'Italia i risultati della commissione d'Inchiesta parlamentare sul rapimento e l'omicidio di Moro evita le domande e schiva i giornalisti. Ma i punti critici sono tanti e un giornalista li ha messi in luce

Una vittima del caso Moro: Gero Grassi, l'uomo della verità

Gero Grassi

PALAZZO SAN GERVASIO - Giovedì ho conosciuto una vittima del caso Moro: Gero Grassi, deputato pugliese da Terlizzi, giornalista, componente della commissione d'inchiesta sull'eccidio di via Fani, sul rapimento e la morte di Aldo Moro, dopo essere stato presentatore e relatore della proposta di legge istitutiva della Commissione stessa. La commissione, molto attiva, ha scavato e ha fatto un gran lavoro. Relazione finale approvata all'unanimità e applausi meritati. Il buon Gero Grassi, però, è rimasto imbrigliato in quella storia che, lo si percepisce dalle prime parole che usa come un cliché a ogni relazione, gli ha cambiato la vita. È così teso Gero Grassi che a ogni squillo di telefono fa un salto. Sente ancora il fiato sul collo della P2 di Licio Gelli, tanto da addebitare, durante la conferenza dell'altra sera, al cronista giudiziario Giovanni Bianconi le relazioni del Corrierone con la P2 (Bianconi negli anni del rapimento Moro era un collaboratore di Avvenire ed è approdato al Corriere dopo un lungo passaggio alla Stampa). Le paranoie per i giornalisti però non lasciano indenni neanche Bruno Vespa ed Enrico Mentana. Figuriamoci quando si è ritrovato, suo malgrado, a moderare l'incontro di Palazzo San Gervasio il sottoscritto, cronista della Verità diretta da Maurizio Belpietro. Ammetto subito di conoscere solo il processo Moro Ter: l'ho studiato qualche anno fa per capire bene il coinvolgimento del senatore Domenico Mimì Pittella, babbo di Gianni e Marcello. Ovviamente non ritengo di essere il più grande conoscitore di quegli atti, benché li abbia letti, confrontati e verificati con attenzione. Conosco di certo un po' meglio i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla morte di Enrico Mattei e sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. A quelli mi sono appassionato così tanto da usarli per scriverci VelEni, libro-inchiesta che ho pubblicato per il Castello edizioni. Il contesto storico raccontato da Grassi per arrivare alla morte di Moro, quindi, non mi è sconosciuto. Ma Grassi sente il peso del suo lavoro talmente tanto da ritenere di essere l'unico con la verità in tasca. Su Moro lui ne sa più di tutti. E forse è così. Evitare il confronto però rende debole la sua teoria. Io un po' di curiosità da cronista me le ero portate dietro. E purtroppo per me e per la platea me le sono dovute pure riportare a casa. La relazione di Grassi (che possiamo definire senza tema di smentita un monologo) non permetteva domande. «Non si fanno chiacchierate sul caso Moro», ha tuonato in sala l'onorevole. Che è andato avanti per abbondanti cinque minuti con una ramanzina da maestrino, finché mi sono permesso di richiamarlo perché guardando le facce sorprese della platea quell'atteggiamento era alquanto imbarazzante. Per lui. Preso dalle sue paranoie ha rincarato la dose: «Non posso accettare domande da chi non conosce come me il caso Moro». Insomma: l'incontestabile Gero Grassi si sente il Dio del caso Moro. O meglio, si sente un messia, visti i predicozzi che lascia in giro qua e là per l'Italia da quando ha dovuto dismettere l'abito da commissario d'inchiesta. Per farla breve, una volta capito il personaggio, mi sono ritirato in buon ordine e sono rimasto in silenzio, anche quando il presidente della biblioteca mi ha chiesto se volessi concludere i lavori. Per educazione ho preferito non mettere gli organizzatori in imbarazzo con l'incontestabile ospite. In un luogo neutro però il confronto con Grassi sono tenuto a cercarlo. E quindi ho deciso di rivolgergli pubblicamente qualche critica. In realtà, documentandomi velocemente (ma mi riprometto di fare un'inchiesta giornalistica sull'attività della commissione tanto sbandierata da Gero Grassi), è saltata già fuori qualche contraddizione, sottolineata da un collega che stimo molto, Pino Cassamassima. Bene. Per non togliervi altro tempo vi lascio con le contestazioni, certo di produrre nei lettori qualche spunto di riflessione. E sperando che l'onorevole risponda pubblicamente, questa volte senza filippiche alla Demostene (spero che le risparmi durante le sue orazioni pubbliche ).

Da cronista, come vi dicevo, prendo in prestito il dossier di Casamassima, al quale mi sono permesso di ritoccare solo la prima contestazione (Casamassima, che forse aveva sentito tempo prima Grassi, ricordava un dato inferiore sul numero di pagine complessive del caso Moro) e l'esistenza della pianta digitalis purpurea (che Casamassima ignorava):

1. Non è vero che il numero delle pagine del caso Moro sia di 6 milioni («Ho letto e studiato i 6 milioni di pagine del caso Moro: processi e commissioni», dice Grassi). Prendendo per buono questo dato fasullo sotto ogni aspetto e assegnando almeno 2’ a ogni pagina, verrebbero fuori 12 milioni di minuti, cioè 200.000 ore, ossia 8.333 giorni, vale a dire oltre 22 anni.
2. Non è vero che prima del sequestro Moro ci fosse stato solo quello di Sossi.
3. Non è vero che Carlo Bo fosse rettore di Siena, ma di Urbino.
4. Non è vero che Kissinger abbia mai detto “testualmente” né nel ’74, né mai – come sostiene Grassi – «Il mio è un avvertimento ufficiale» a smettere la politica di apertura al Pci altrimenti l’avrebbe pagata «a caro prezzo». L’informazione arriva de relato da Eleonora Moro e da Giovanni Galloni e quel passaggio - «Il mio è un avvertimento ufficiale» - non c’è.
5. Non è vero che sia stato Grassi a scoprire presso l’aeronautica militare di Bologna quali fossero le condizioni del tempo del 2 aprile 1978 della famosa seduta spiritica, scoprendo che non era vero che piovesse: questa “scoperta” era stata resa pubblica dal giornalista Antonio Selvatici.
6. Non è vero che Moro sia stato fatto scendere dall’Italicus da agenti dei servizi segreti ma da due funzionari del ministero degli Esteri da lui retto in quel momento.
7. Non è vero che «la polvere pirica usata per piazza Fontana è la stessa di piazza Loggia e Italicus»! (a disposizione – a detta di Grassi – di Gladio)
8. È pretestuoso usare una delle tante scritte sui muri del ’77 (contro Publio Fiori, gambizzato) per annunciare l’uccisione di Moro. Si sa che non c’era personalità democristiana di rilievo che non fosse minacciata sui muri (Kossiga docet).
9. Non è vero che Gallinari (che nel suo guazzabugliesco pamphlet che Grassi spaccia per suo libro mentre si tratta di stralci di audizioni riportate alla rinfusa scambia per Maccari) fu fatto evadere dai servizi e da Hyperion.
10. La faccenda di Antonino Arconte (il gladiatore agente G. 71) e del documento consegnato a Beirut, firmato 2 marzo 1978, in cui si chiedeva la mobilitazione per la liberazione dell’ancora non sequestrato Moro, è stata ampiamente chiarita e sbugiardata. Ma Grassi ne fa uno dei suoi punti cardine nella “requisitoria” che porta in giro per l’Italia.
11. Non è vero che il percorso di Moro da via del Forte Trionfale 79 cambiasse sempre, anzi, era sempre lo stesso, con una sola variante in caso di intasamento del traffico. Lo dice il responsabile delle scorte del ministero dell’Interno Guido Zecca, le cui parole Grassi capovolge. (Basta leggere le deposizioni di Zecca e degli abitanti di via Fani).
12. Le BR tagliano le gomme del fioraio Spiriticchio perché non intralci l’agguanto l’indomani, proprio perché sanno che Moro passerà da via Fani perché è quel che risulta dall’inchiesta fatta dalle BR dopo che Bonisoli aveva visto un giorno scendere da lì Moro e la sua scorta. Grassi utilizza pretestuosamente questa conoscenza del «percorso di quella mattina» affermano che le BR erano state avvertite da “qualcuno” (lasciando intendere qualcuno dei servizi).
13. Non è vero che una scorta composta da carabinieri e poliziotti sia «anomala».
14. Non è vero che Leonardi viene ucciso da una pistola 7, 65. L’unica arma certa che colpisce Leonardi è, secondo tutte le perizie, un mitra FNAB 43.
15. Non è vero che i proiettili senza data sparati in via Fani erano riservate a “ Forze Armate non convenzionali”. Ampie prove e documenti provano che appartenevano a normali stock bellici della seconda guerra mondiale.
16. Non è vero che Aldo Moro viene ucciso con 2 colpi silenziati e 9 no. La perizia ha accertato che tutti i colpi furono sparati con il silenziatore.
17. Non è vero che Moro non viene colpito al cuore.
18. Non è vero che don Antonello Mennini sia mai entrato nella prigione di Moro per confessarlo. (Qui si apre un capitolo sulla totale mancanza di conoscenza della storia delle BR, che mai avrebbero compiuto una leggerezza simile).
19. Non è vero, e comunque non è mai stato accertato né si è mai avuta alcuna prova, che il capitano Bonaventura abbia portato il memoriale Moro al generale Dalla Chiesa o abbia sottratto parte di esso.
20. Non è vero che una donna sia passata da via Caetani il 9 maggio con un mazzo di fiori. Né è vero che nel linguaggio dei servizi i fiori indichino il segnale di “servizi in azione”.
21. Non è vero che nel linguaggio dei servizi un foglio bianco formato A4 posto in evidenza in una automobile (nella fattispecie l’Austin Morris di via Fani) indichi “servizi in azione”.
22. Non è vero che per i servizi il termine “invito a pranzo” significhi “stare sul pezzo”.
23. Non è vero che Tullio Moscardi fosse di Gladio: era un reduce della X Mas.
24. Giorgio Conforto non era «il capo del Kgb in Italia», ma un agente.
25. Non è vero che della Austin Morris parcheggiata in via Fani non si sia mai conosciuto il nome di l’avesse parcheggiata. L’auto era stata parcheggiata da Patrizio Bonanni che ha ampiamente chiarito che era andato in via Fani per passare la notte insieme alla sua fidanzata e futura moglie. Affermare che l’Austin Morris (una macchinetta) fosse stata messa dai sevizi lì, in via Fani, per impedire alla 130 di Moro di trovare una via di fuga sulla destra nell’agguato significa avere doti di “preveggenza”: sapere cioè che lì, proprio lì, si sarebbe fermata la 130 – con tutte le variabili che un’azione avrebbe potuto comportare. Che idioti poi questi servizi a usare una macchinetta come quella e non una ben più ingombrante Volvo SW. Idiota anche usare una macchina “di servizio”. Ne sarebbe stata rubata una apposta per quella azione.
26. Il tamponamento della Fiat 128 di Moretti c’è stato. I fendinebbia posticci, in caso di tamponamento, non si rompevano come sostiene l’ignorante (automobilistico) Grassi, ma si piegavano, proprio perché posticci.
27. Non è vero che in via Fani ci fosse un superkiller. Non ce n’era bisogno perché la distanza fra i BR e le macchine era di centimetri, non di metri, e chiunque non avrebbe sbagliato da quella distanza. Ecco anche perché riuscirono a evitare di colpire Moro.
28. Non è vero che «il motorino di Alessandro Marini viene sparato» come dice testualmente Grassi. Il suo parabrezza è infatti intatto, come risulta da una fotografia agli atti.
29. Non è vero che sia stata accertata la veridicità della lettera inviata a La Stampa di Torino dal “moribondo” motociclista Honda nel 2009. È invece facilmente dimostrabile come essa derivi da Piazza delle Cinque lune, film di Martinelli uscito nelle sale 6 anni prima.
30. Non è vero che Camillo Guglielmi, alla data del 16 marzo dell’agguato, facesse parte del Sismi: ci sarebbe entrato solo nell’agosto successivo.
31. Non è vero che il colonnello Guglielmi fosse iscritto alla P2.
32. Non è vero che il colonnello Guglielmi abbia mai subito condanne per la strage di Bologna. (La famiglia Guglielmi ha tutto il diritto di sporgere querela per questa affermazione diffamatoria nei confronti del loro congiunto ormai defunto).
33. Non è vero che «Musumeci mandò Guglielmi in via Fani per proteggere le Br».
34. Il colonnello Guglielmi non è mai stato il “ vice comandante generale di Gladio”.
35. Non è vero che l’ambasciatore sapesse in anticipo che a rapire Moro fossero state le BR. Dice Grassi: «L’ambasciatore inglese in Italia scrisse un telegramma alle 9,10 per informare il premier britannico che le BR avevano rapito Moro, ma le BR rivendicarono l’attentato solo il giorno dopo». Le BR rivendicarono il rapimento con una telefonata effettuata da Valerio Morucci un’ora dopo l’agguato: esattamente alle 10,10.
36. Non è vero che Gallinari abbia mai detto di aver ucciso Moro.
37. Non è vero che in via Fani furono usati mitra AK47 detti Kalasnikov. Nelle perizie balistiche non vi è traccia di questa arma.
38. Non è vero che il pentito di ‘ndrangheta Saverio Morabito affermi che il rullino di Gherardo Nucci perso ritraesse persone esterne alle Br. Morabito aveva solo detto di aver saputo della presenza in via Fani di Antonio Nirta, senza specificare se prima o dopo l’agguato, circostanza che non ha mai trovato alcun riscontro nelle indagini e nei processi.
39. Non è vero che Maria Cristina Rossi, giornalista dell’ Asca, scattò le foto in via Fani: a farle fu il suo ex marito, Gherardo Nucci.
40. Non è vero che secondo la magistratura Moro sia stato tenuto in due prigioni diverse.
41. Non è vero che la magistratura abbia mai indagato sul fatto che tale Gismondi abbia portato bombole di gas in via Gradoli 96.
42. Non è vero che esista un agente di pubblica sicurezza, tale “Felli”, iscritto alla loggia P2.
43. Non è vero che Cutolo si sia mai rifugiato nel palazzo accanto a quello di via Montalcini 8 dove Moro era tenuto prigioniero.
44. Non è vero che Prospero Gallinari abbia scritto il libro “Ho sentito Aldo Moro che piangeva”. L’autore è una persona che usa lo pseudonimo di Dantes Edmond (e non è Gallinari).
45. Non è vero che «Dopo l’agguato, Licio Gelli disse: “Il più è fatto”». Dove si trova questa dichiarazione del capo della P2?
46. Non è vero che la magistratura abbia acquisito come veritiere le affermazioni di Steve Pieczenik sulla uccisione di Moro da parte di Cossiga e Andreotti. L’affermazione «Abbiamo ucciso noi Moro, io, Cossiga e Andreotti» fu successivamente smentita dallo stesso psichiatra americano.
47. Non è vero che Noretta Moro suggerì a Cossiga di cercare via Gradoli a Roma, ma al funzionario del ministero dell’Interno.
48. Non è vero che vigili del fuoco e forze dell’ordine si trovarono in via Gradoli davanti a «una scena raccapricciante». Non c’è nessuna scopa messa in piedi per reggere il citofono della doccia contro una mattonella incrinata, ma è stesa sulla vasca da bagno, come risulta dalle fotografie scattate dalla polizia scientifica.
49. Non è vero che Toni Chicchiarelli fosse «il vice capo della banda della Magliana» né, tantomeno, come Grassi dice in altre sue “orazioni”, «il capo».
50. Che Dalla Chiesa sia stato ucciso per aver letto il memoriale Moro è solo un'ipotesi. Tutte le indagini portano alla pista mafiosa.
51. Non è vero che la segretaria di Mino Pecorelli fosse la moglie di Antonio Varisco, ma Franca Mangiavacca (che era anche la sua donna).
52. Non è vero che il giornalista Mino Pecorelli abbia fatto vedere a Giorgio Ambrosoli il memoriale Moro.
53. Non è vero che «Massimo Carminati ha ucciso Mino Pecorelli». (L’ex Nar ora implicato nella cosiddetta “mafia capitale” fu scagionato da quella accusa e immagino che ora sporgerà querela per questa affermazione).
54. Non è vero che quando è stato ucciso, «Roberto Peci era un ragazzino di 23 anni»: era infatti un prossimo padre di famiglia di 26 anni.
55. Non è vero che sono stati «dimostrati i legami delle BR con mafia, camorra e ‘ndrangheta». (Questa affermazione – se ce ne fosse bisogno – dimostra la totale ignoranza di Grassi sulla storia delle BR).
56. Non è vero che Sergej Sokolov fosse un agente del Kgb, ma uno studente russo, come dimostrato in più libri con un rigore che ne ha spiegato anche il patronimico.
57. Non è vero che sia stato perso un rullino di foto scattate in via Fani da alcun “giornalista dell’ Ansa” . Grassi allude a Gherardo Nucci, che non era un giornalista ma era di professione meccanico.
58. Non è vero che le BR chiesero a Marco Barbone di uccidere Tobagi. (Anche qui Grassi dimostra tutta la sua ignoranza sulla storia delle BR).
59. Non è vero che Morucci abbia mai detto che «Sossi si “sbracò” davanti a noi», semplicemente perché entrerà nelle BR solo due anni dopo il rapimento Sossi. (Ignoranza già conclamata).
60. Non è vero che nella tasca di Valerio Morucci venne ritrovato un biglietto con il numero di telefono del capitano Esposito.
61. Non è vero che la perizia necroscopica su Moro stabilisca la sua uccisione fra le 9 e le 10, ma la sua morte.
62. Non è vero che Moro sia stato ucciso altrove rispetto al garage di via Montalcini. Grassi dice che Moro non fu ucciso nella R4 (ma chissà dove: non lo dice).
63. Non è vero che Moro sia stato in altre “prigioni”. Grassi sostiene questa tesi basandosi sul fatto che la “prigione” di via Montalcini fosse troppo piccola per consentire di mantenere la perfetta funzionalità delle articolazioni, che si accertò con Moro. (Perché mai poi sarebbe stato necessario spostarlo dopo aver preparato quella “prigione” per mesi?)
64. Non è vero che la morte di Maccari sia «misteriosa», ma dovuta a un infarto.
65. Non è vero che Curcio abbia mai affermato che Moretti fosse un infiltrato.
66. Non è vero che, come fa intendere Grassi, il colonnello Umberto Bonaventura fu di fatto ucciso. «Mi dicono giudici seri che esiste un’erba, chiamata digitalis purpurea che avvicinata al corpo di un uomo gli procura un infarto e non lascia traccia». Non è in dubbio la serietà dei giudici…
67. Non è vero che Dalla Chiesta sia stato ucciso dai servizi, per impedirgli di usare – prima o poi – il vero memoriale Moro. La fonte di Grassi sarebbe quel Totò Riina. Cioè il capo di quella mafia indicata appunto da «giudici seri» (non cialtroni, insomma) come la responsabile dell’uccisione del prefetto di Palermo.

Chissà: tra dieci anni un'altra commissione parlamentare d'inchiesta ci dirà che il lavoro di quella precedente è parziale. Le inchieste, d'altra parte sono così. E mi auguro per Grassi che nessuno pensi che ci siano state omissioni volute e malafede. Amen.

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