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Egidio Lorito, amico della scrittrice, racconta gli aneddoti della loro conoscenza

Il ricordo di Marina Ripa di Meana, «le sue ultime parole per me: ci vediamo questa estate»

«L’avevo sentita appena il giorno di Natale, per gli auguri, che di rito avevano ben poco: dovevamo assolutamente recuperare la serata dello scorso 5 agosto, a Praia a Mare, quando Marina sarebbe dovuta intervenire nell’ambito della rassegna culturale “Praia, a mare con…”»

Il ricordo di Marina Ripa di Meana, «le sue ultime parole per me: ci vediamo questa estate»

Egidio Lorito e Marina Ripa di Meana

“Non perdere tempo, inventati ogni minuto della vita” era il suo motto preferito: solo oggi capisco perchè… Mi raccontava, Marina, di quella Roma nella quale -comunque- protagonisti assoluti rimanevano sempre Moravia e Parise, i suoi Diòscuri…

Tutte le volte che mi capitava di conversare con lei, i minuti scorrevano veloci come il suo carattere: esplosivo, diretto, coinvolgente da donna volitiva che crede strenuamente nell’amicizia ed alla quale mi aveva confessato di aver dedicato l’ultima uscita editoriale, “Colazione al Grand Hotel. Moravia, Parise e la mia Roma perduta” (Mondadori, 2016). E così, complici alcune storiche amicizie comuni -dall’indimenticato Rolly Marchi, come lei di casa a Cortina, sino a Giampiero Mughini che di Marina e Carlo Ripa di Meana era stato testimone di nozze, nel 2002, vent’anni dopo il rito civile del 1982: all’epoca, lo erano stati Antonio Giolitti e Bettino Craxi per lui, e Alberto Moravia e Goffredo Parise per lei- e due indimenticabili conversazioni di piazza tra Maratea e Praia, non potevo non tornare furtivamente a scavare nella cassetta dei ricordi e delle emozioni, tra aneddoti e sorprese, appena appresa la notizia della sua scomparsa.

 L’avevo sentita appena il giorno di Natale, per gli auguri, che di rito avevano ben poco: dovevamo assolutamente recuperare la serata dello scorso 5 agosto, a Praia a Mare, quando Marina sarebbe dovuta intervenire nell’ambito della rassegna culturale “Praia, a mare con…” per presentare quella sua ultima fatica editoriale dedicata a Moravia e Parise: quell’incontro era stato annullata proprio per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Ma non disperavamo, vista la sua caparbietà e la sua forza di rimanere attaccata alla vita. Anche quella culturale. Anche quella mondana. 

“Non perdere tempo, inventati ogni minuto della vita” era il suo motto preferito: solo oggi capisco perchè…     

In quelle sue ultime pagine, Alberto Moravia e Goffredo Parise, troneggiavano tra le righe come due giganti della cultura italiana del ventesimo secolo: era un libro dedicato all’amicizia, anzi un inno all’amicizia! Moravia e Parise avevano avuto un ruolo fondamentale nella sua vita: quasi dimenticati o non sempre ricordati come avrebbero meritato, non erano stati soltanto due grandi della letteratura italiana quanto due splendidi amici che aveva voluto ricordare per la loro statura culturale e quel profilo più intimamente umano che li aveva legati. Mi confidava che tra loro tre esisteva una sorta di accordo tacito: mai parlare di letteratura, di cultura, di poesia, ma soltanto di amicizia, del loro rapporto, del loro mondo, tra pettegolezzi, leggerezze e pesantezze varie. Insomma, per farla breve, Marina ci restituiva, ora, la loro vita filtrata sotto la lente d’ingrandimento della stessa amicizia. “Questo libro di racconti va a riscoprire una parabola vitale che sbocciò a metà degli anni ’70 quando il celebre Grand Hotel di Roma divenne luogo di assoluta mondanità e, per me, di nascita di forti relazioni umane: Billy Wilder, Ava Gardner, Kirk Douglas, Aristotile Onassis, Liz Taylor, Jack Lemmon, Burt Lancaster, Maria Callas, oppure Gianni Agnelli e Henry Kissinger erano praticamente di casa”, mi sottolineò quando la intervistai lo scorso marzo, per promuovere l’uscita del libro.

E quel libro era realmente la storia di una profonda amicizia con Roma sullo sfondo: anzi, quella Roma faceva da fondale magico ad un cambio di rotta della stessa società italiana. Quella città appariva come qualcosa di magico, un ponte tra la liberazione sessuale e culturale, pronta ad accogliere tutti. Ed era stato un vero privilegio farne parte, come Marina vantava, e vivere a contatto con i grandi della cultura: pittori, poeti, scrittori, giornalisti -intellettuali della più svariata provenienza- con i quali era semplicemente magico rapportarsi, a cominciare da Franco Angeli, all’epoca suo compagno, Tano Festa, Mario Schifano, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Dacia Maraini, Dario Bellezza, Sandro Penna, intellettuali che vivevano a tutto tondo la bellezza della città dall’interno delle piazze come delle case trasformate in veri cenacoli culturali. E a questo punto incontravi una Marina che cambiava umore:  “oggi, di quelle vicende, rimane solo la malinconia, perché Roma, è lontana mille miglia: non esistono più i rapporti umani che vivevamo al tempo, le infinite discussioni che avevamo al Caffè Rosati di Piazza del Popolo, in Piazza di Spagna o sui Giardini del Pincio…”

Già: i Giardini del Pincio ricordavano la battaglia dell’autunno del 2007 e poi dell’estate del 2008, quando con il marito Carlo Ripa di Meana era stata protagonista di un’accesa difesa per salvare questa meraviglia di Roma: slogan evidenziati con lo spray sulle recinzioni dei lavori, picchettaggi, volantinaggi, scioperi della fame, appelli al Papa in Piazza San Pietro perché, come Vescovo di Roma, pregasse per bloccare lo scempio di sventrare la terrazza del Valadier e infilarci dentro una mega parcheggio di sette piani! Mi raccontò, ancora, di essere arrivata persino a far officiare una messa a Santa Maria del Popolo in suffragio dell’anima di Giuseppe Valadier, uno dei più importanti architetti del periodo neoclassico.

Mi raccontava, Marina, di quella Roma nella quale -comunque- protagonisti assoluti rimanevano sempre Moravia e Parise, i suoi Diòscuri…

Mi confidò, anche, che dopo “Invecchierò ma con calma” del 2012, aveva scelto di proseguire sulla scia delle autobiografie, anche se nessuna, alla fine, avrebbe chiaramente avuto l’impatto de “I miei primi quarant’anni”: quel libro, pubblicato nel 1984, aveva segnato un’epoca grazie anche al film diretto da Carlo Vanzina con Carol Alt ad interpretarla, nel 1987; come pure era accaduto con  “La più bella del reame”. Per i protagonisti della vita romana di quel decennio, si trattava di un bel privilegio: “le nostre colazioni, che guidano il ricordo delle pagine, erano animate da tre amici che chiacchieravano di tutto, senza mai parlare di letteratura. Ad Alberto e Goffredo piaceva sentirmi raccontare delle mie avventure, dei miei amori, dei segreti piccanti delle signore che frequentavano il mio atelier d’alta moda: si divertivano come due ragazzini che avevano marinato la scuola e non erano certo teneri nei miei confronti. Non avevano difficoltà a mettermi con le spalle al muro tutte le volte in cui ero stata insopportabile per i miei eccessi, le mie baruffe: Alberto con quel suo fare asciutto e burbero, Goffredo con il suo paterno sarcasmo”.

Poi, d’un tratto, quando parlavi di Carlo Ripa di Meana ti capitava di scorgere più di un filo di emozione!

Ricordava di come, dopo un’esistenza movimentata e quasi un po’ dissennata, Carlo le apparve ai suoi trentacinque anni: colto, politicamente impegnato, lo incontrò praticamente per caso nell’autunno del 1976 a Venezia dove si era recata con Memè Perlini e Antonello Aglioti che presentavano un loro lavoro ai Cantieri Navali, alla Giudecca. Mi ricordava l’incontro nella bella casina di Wally Toscanini, a Dorsoduro, in Rio Terà dei Catecumeni: lo incontrò in scarpe da tennis, pigiama di flanella e un cappottone militare appoggiato sulle spalle, con i suoi incredibili occhi chiari e trasparenti. Tornata a Roma, raccontò l’episodio a Goffredo Parise con tale passione e trasporto da suscitargli un vero moto di rabbia, lui che sosteneva che i politici fossero tutti dei meschini, delle prime donne ignoranti, degli ometti qualsiasi, dei primi della classe che, come quando hai un compito a classe, non ti permettono di scopiazzare neanche un rigo. “Goffredo mi aggredì quasi, pensavo di aver perso la sua amicizia, ma il destino mi avrebbe riservato un’altra sorte, visto che proprio lui ed Alberto sarebbero stati testimoni delle mie nozze con Carlo!”.  Sempre ricordando Venezia, mi raccontò della celebre “Biennale del Dissenso”, con la sua atmosfera tutta rarefatta attorno ai “nouveaux philosophes” capeggiati dalla star del gruppo, Bernard-Henry Lévy! Pallido, riccioluto e fascinoso, con quella sua eterna camicia bianca aperta sul collo e le maniche rimboccate, accompagnato da un altro intellettuale del calibro di André Glucksmann, scomparso nel novembre del 2015.

“Caro, scrivi che i due giovani intellettuali erano stati tra i maggiori sostenitori di quella iniziativa che Carlo, in qualità di presidente della Biennale, aveva deciso di dedicare, nell’ambito della mostra di quell’anno, al tema del dissenso nei Paesi dell’Est: c’era stato l’ordine perentorio di Mosca di mandare tutto all’aria, di fermare la rassegna! Il resto è stata storia, per la Biennale e per me…”.  E così quella mia conversazione con Marina scivolò via dolce e affettuosa: come quando i ricordi risalivano sino agli inizi dell’amore con Franco Angeli e di quella “generazione perduta”, come di tutte quelle vicende che Alberto Moravia e Goffredo Parise avevano quasi elevato a cifra della propria vita, sospesa tra realtà e poesia. Senza per questo glissare sull’inaugurazione dell’atelier di moda in Piazza di Spagna quando ancora Alberto e Goffredo gironzolavano tra ospiti e modelle, con i giornalisti a chiedergli cosa ci facessero due grandi scrittori in quell’ambiente e Moravia a rispondere che “non c’era nulla di strano e che anzi si stava divertendo in mezzo a tutte quelle belle signore”; o sulle interminabili sciate in quel di Cortina, con un Parise che proprio in quell’ambiente avrebbe reso immortale la propria passione per la neve.                   

Dopo un’ora di serrato botta e risposta, provammo a riavvolgere il nastro dei ricordi, sino a ricordarmi che Marina era la normalissima figlia di un avvocato, Lionello Punturieri, nato a Roma ma figlio di un calabrese doc di Melito Porto Salvo: suo nonno, infatti, era un proprietario terriero che coltivava il famoso bergamotto. Dunque, sangue calabrese nelle vene! Che Marina era una ragazza del quartiere Parioli di Roma che inizia a sognare da un atelier di alta moda di Piazza di Spagna, che sposa il duca Alessandro Lante Della Rovere ed ha una figlia, Lucrezia  Ridemmo sulla celebre foto, con lei completamente nuda e quello slogan divenuto una sorta di urlo di battaglia: “L’unica pelliccia che non mi vergogno d’indossare”!   “Le battaglie ambientaliste andavano combattute. Anche di recente, in un negozio, ho incontrato una signora in pelliccia che, appena mi ha visto, si è subito dileguata: non l’avevo notata e mi è venuta incontro scusandosi per il fatto di indossarne una vistosa! Oggi sorrido e ne vado fiera”. Sorrideva della malattia, con una vita stravolta tra Tac, specialisti e protocollo di cure:  quattro operazioni ed alla lunga la vita ne risentiva. Ma sperava di non dover cambiare, “meglio pensare alla salute, fin quando c’è!” Ricordo la sua fragorosa risata nel ricordo di quando Gianni Agnelli affermò che fosse la donna più bella del mondo: “me lo ripetono ancor’oggi, non so se sia vero, sapevo che per l’Avvocato la più bella fosse Hedy Lamarr. Forse io, tra le italiane: se l’ha detto, mi fa piacere. L’ho conosciuto, ho avuto degli incontri purtroppo non ravvicinati, come si potrebbe pensare… Aveva uno spiritaccio cinico che mi allarmava! In compenso, mi sono occupato della sua famiglia, scrivendo un libro sulla madre, “Virginia Agnelli. Madre e farfalla”, che uscì quando era già scomparso. Chissà cosa avrebbe pensato!”

Questa era Marina, che “un tempo aveva quarant’anni: un cappuccino, un cornetto e sono già a settanta”.      

“Ci rivediamo nella tua Praia, quest’estate, perché dobbiamo recuperare quella serata persa!”, mi aveva detto a Natale, solo qualche giorno fa. Questa volta Marina non potrà essere di parola…       

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