IL MATTINO
Analisi
17.04.2026 - 11:33
Le recenti dichiarazioni dell’associazione “Il Centro Storico”, guidata dal presidente Gianpaolo Carretta, riportano al centro del dibattito pubblico un tema reale e delicato: la sicurezza urbana e la vivibilità del centro storico. È un tema che riguarda tutti e che merita ascolto, attenzione e serietà, non semplificazioni o letture emotive.
E proprio perché è un tema serio, forse andrebbe sottratto, almeno in parte, alla tentazione delle letture parziali e delle narrazioni a singola direzione. La città non è mai solo una somma di episodi: è un organismo complesso, che vive di equilibri, contraddizioni e connessioni invisibili.
C’è un punto che raramente entra nel dibattito pubblico, ma che incide concretamente sulla struttura del centro storico: la gestione degli spazi pubblici, in particolare della sosta. Un’ordinanza sindacale recente ha disciplinato la possibilità, per i titolari o proprietari di esercizi commerciali situati nel centro storico, di accedere ad abbonamenti per la sosta in area centrale. Una misura amministrativa che incide direttamente sulla disponibilità degli stalli e sull’equilibrio tra esigenze commerciali e residenziali.
Nel concreto, questa scelta ha comportato una riduzione effettiva dei posti auto disponibili per residenti e cittadini, stimabile in circa cinquanta unità sottratte alla fruizione collettiva. Non è un dettaglio tecnico. È un pezzo di città.
Ed è qui che il dibattito, forse, meriterebbe un piccolo salto di qualità. Perché colpisce come, nelle recenti prese di posizione dell’associazione guidata dal presidente Carretta, il tema della sicurezza venga giustamente posto al centro, mentre altri elementi strutturali della vita urbana, come la gestione concreta degli spazi pubblici e le scelte amministrative che li regolano, restino più sullo sfondo. Non è una critica, è una constatazione. Ma è spesso anche nelle omissioni, che riguardano un po’ tutti, che si capisce quanto un quadro sia davvero completo.
Il tema della cosiddetta “movida” è un altro esempio di come il linguaggio, a volte, semplifichi più di quanto riesca a spiegare. Una parola unica per fenomeni diversi, che rischia di trasformarsi in un contenitore indistinto: dal disagio reale ai semplici effetti collaterali della vita sociale di una città.
È giusto chiedere regole, rispetto degli orari e controllo dei fenomeni di disturbo. Nessuno lo mette in discussione.
Ma forse vale la pena fare attenzione a non trasformare questa esigenza in una richiesta implicita di sottrazione progressiva di vita al centro storico. Perché una città non diventa necessariamente più sicura quando si spegne: diventa solo più silenziosa. E il silenzio, da solo, difficilmente può essere considerato una politica urbana.
Va detto con chiarezza: negli ultimi anni la gestione degli eventi e delle attività serali è cambiata. Le regole sono più definite, gli operatori più responsabili, gli organizzatori più consapevoli.
Non tutto è perfetto, ma il sistema non è più quello di qualche anno fa. Ignorare questo cambiamento rischia di restituire l’immagine di una realtà ferma, quando invece è in movimento.
C’è poi un dato strutturale che difficilmente può essere rimosso dal ragionamento: il progressivo spopolamento economico del centro storico, in particolare di via Pretoria.
Negli anni si è ridotta la presenza di attività commerciali, presidi sociali e funzioni vitali. E questo non è un dettaglio secondario.
Perché una città meno vissuta non è solo una città più fragile economicamente: è anche una città più esposta, meno presidiata, più vulnerabile nella sua quotidianità.
Forse è arrivato il momento di provare a cambiare prospettiva. Più che contrapporre soggetti, potrebbe essere utile provare a ricomporli.
E qui entra un punto centrale: l’associazione guidata dal presidente Carretta, i commercianti, l’amministrazione comunale, le forze di polizia e le nuove forme di partecipazione civica che stanno emergendo sul territorio, come l’associazione “I volontari del centro storico” presieduta dall’avvocato Luciano Petrullo, rappresentano tutti, in modi diversi, parti dello stesso sistema urbano.
La nascita di questa nuova realtà associativa va letta come un segnale positivo di partecipazione e responsabilità civica, che può contribuire ad arricchire il confronto senza sostituirsi ad altri soggetti, ma affiancandoli in una logica di collaborazione.
Forse dovremmo iniziare a considerarci meno come interlocutori in conflitto e più come elementi di una stessa struttura civile. Una sorta di confederazione urbana, dove ciascuno ha un ruolo distinto, ma nessuno è davvero esterno al destino della città.
La sicurezza, in questo senso, non è solo un settore. È anche una conseguenza dell’equilibrio complessivo.
In questo senso, anche le associazioni presenti sul territorio possono forse compiere un passo ulteriore: allargare il proprio sguardo. Non solo sicurezza, ma anche spopolamento economico, vivibilità complessiva, dinamiche urbane.
In particolare, il destino del centro storico e di via Pretoria difficilmente può essere letto a compartimenti separati.
Sarebbe utile che le energie presenti sul territorio, comprese quelle dei “Volontari del centro storico”, si orientassero non solo alla denuncia delle criticità, ma anche alla costruzione di proposte condivise con gli operatori economici e da portare all’amministrazione comunale.
Non per attenuare il problema, ma per renderlo, per quanto possibile, più affrontabile.
Anche i residenti, in questo quadro, non possono ignorare le difficoltà che attraversano gli esercizi commerciali.
Perché quei luoghi non sono solo attività economiche: sono parte della vita sociale, culturale e identitaria del centro storico.
Una città viva non nasce dalla contrapposizione tra chi abita e chi lavora, tra chi si diverte e chi riposa, tra chi controlla e chi viene controllato. Nasce da un equilibrio che si costruisce ogni giorno, spesso senza clamore e senza scorciatoie.
Forse è questo il punto che dovremmo avere il coraggio di accettare: difficilmente una città si salva semplificandola.
Si salva imparando a reggere la complessità senza paura, senza ridurla, senza schiacciarla.
E quando questo accade, la sicurezza smette di essere una parola usata per dividere e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un lavoro lento, condiviso, continuo.
Non fatto solo di reazioni. Ma di costruzione.
E soprattutto della capacità, rara ma necessaria, di tenere insieme ciò che, solo in apparenza, sembra non potersi incontrare.
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