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Il tempo sospeso di Massimo Venia dove il colore si fa etica della visione

Il tempo sospeso di Massimo Venia dove il colore si fa etica della visione

C’è un angolo a Ischia, tra il brusio di via Roma e il richiamo salmastro della spiaggia di San Pietro, dove il tempo smette di scorrere secondo le lancette del commercio e inizia a vibrare secondo quelle del pigmento. Entrare nella bottega di Massimo Venia non è solo una sosta turistica; è un esercizio di resistenza visiva. Qui, la tela non subisce la realtà, la interroga. Venia non dipinge il paesaggio; lo scava. Se a undici anni l’arte è stata per lui un’urgenza naturale, quasi un istinto di sopravvivenza comunicativa, la maturità lo ha trasformato in un lucido interprete della luce mediterranea. La sua evoluzione è un saggio di storia dell’arte vissuta sulla pelle: dai primi anni Novanta, dominati da un rigore monocromatico quasi penitenziale, fino all’attuale esplosione cromatica. È come se l’artista avesse dovuto attraversare il grigio per meritarsi il diritto al pastello, quel pastello che oggi sfuma sulla tela con echi che evocano la malinconia di Monet e la densità psicologica di Rembrandt, trasportandoci in un’atmosfera che sa di Procida e di sogni mai del tutto nitidi. La sua è un’estetica del lavoro: la pittura intesa come disciplina quotidiana, come l’atto di presentarsi in studio anche quando l’ispirazione sembra aver preso il traghetto per la terraferma. In questa costanza, Venia ha trovato l’equilibrio tra figurativismo e astrazione, arrivando persino a prestare la sua visione ai quadranti dell'orologeria industriale. Ma non fatevi ingannare dalla versatilità, il cuore della sua ricerca resta l’interpretazione. Il mondo, sotto il suo pennello, non è mai come appare. È, semmai, come dovrebbe essere se avessimo il coraggio di guardarlo con onestà.

 

Nota in margine: Quattro chiacchiere con l'autore

Massimo, la tua pittura sembra una fuga dalla precisione fotografica. Perché questa necessità di "reinterpretare" la realtà?

«La realtà è spesso un muro. Se mi limitassi a riprodurre Ischia così come la vede un obiettivo, sarei un esecutore, non un interprete. Io cerco quello che sta dietro il riflesso del sole. La mattina, quando mi metto all'opera, cerco di tradurre non ciò che vedo, ma ciò che quel paesaggio mi costringe a sentire. È un dialogo, a volte un litigio.»

Sei è passato dal grigio assoluto al trionfo del colore. È stata una liberazione o una scoperta?

«Entrambe le cose. Il monocromo era una sorta di studio delle ossa del mondo. Una volta studiata la struttura, ho sentito il bisogno di aggiungervi il respiro. Il colore non è un abbellimento, è una responsabilità. L'arte è un lavoro serio: si va in bottega e si combatte con la tela. Il colore è il premio di quella battaglia.»

I tuoi quadri finiscono anche sui quadranti degli orologi. Come si concilia l'arte "senza tempo" con l'oggetto che il tempo lo misura?

«È un paradosso affascinante. Mettere un'emozione astratta dentro il cerchio perfetto di un orologio significa ricordare a chi lo guarda che il tempo non è fatto solo di secondi, ma di sfumature. È un modo per dire che, anche nella fretta di una giornata, c'è spazio per un frammento di luce.»

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