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L'ultimo ruggito del cattivo perbene: Mario Adorf e il secolo che perde il volto

L'ultimo ruggito del cattivo perbene: Mario Adorf e il secolo che perde il volto

È uscito di scena a Parigi, con la discrezione che solo i giganti sanno permettersi dopo aver fatto tremare per decenni i pavimenti dei set di mezza Europa. Mario Adorf, novantacinque anni portati con la fierezza di un patriarca e lo sguardo di chi ha visto l'inferno e il paradiso attraverso l'obiettivo, ha chiuso i conti con quel cinema che oggi sembra improvvisamente più esile, meno muscolare, terribilmente più povero di verità.

La carne del villain, l’anima del giusto

C’è stata un’epoca in cui la faccia di Adorf era la geografia stessa del cinema europeo. Figlio di una fuga — quella madre tedesca che lasciò la Calabria incinta di un amore impossibile — Mario portava nei tratti somatici la collisione tra il rigore teutonico e la polvere della Magna Grecia. È stato il volto sporco del poliziottesco italiano, il bandito ferino di Milano Calibro 9, ma anche il Mussolini tormentato del delitto Matteotti. Non recitava i cattivi: li abitava per espellerne l'umanità residua. La sua non era una mimica da accademia, ma una sociologia della violenza applicata al corpo. Quando Adorf occupava lo schermo, non avevi bisogno di dialoghi: capivi subito che il potere è quasi sempre una questione di mascelle serrate e di solitudini mal celate.

Un ponte tra le macerie e il mito

La sua scomparsa recide uno degli ultimi legami con quel cinema che sapeva parlare a tutti parlando di tutto. Ha servito il genio di Fassbinder e la precisione di Schlöndorff, ha galoppato nei western di Cinecittà e ha saputo farsi icona popolare nelle avventure di Pinocchio. In un’industria che oggi spesso confonde il carisma con il filtro di un social network, Adorf ci ricorda che l’attore è, prima di tutto, un testimone. Uno che presta il proprio corpo per raccontare le crepe di una società che cambia, che si imbarbarisce, che cerca redenzione tra un'inseguimento e una preghiera. Poteva essere un commissario integerrimo al mattino e un sadico assassino al pomeriggio, senza mai perdere quella dignità di fondo che lo rendeva credibile anche nell'eccesso. Svizzero di nascita, tedesco di formazione, italiano di sangue e parigino d'adozione. Adorf non era un attore nazionale; era l'Europa stessa che provava a capirsi attraverso la finzione.

Il sipario sul Novecento

Vederlo invecchiare è stato come osservare una quercia che non teme il vento, solo la noia. Oggi, in quel salotto di Parigi, non si è spento solo un uomo di novantacinque anni, ma un modo di intendere il mestiere dell'arte come un impegno etico verso il pubblico. Ci lascia le sue oltre duecento pellicole, un catalogo di sguardi che rimarranno lì, a ricordarci che il cinema è sempre stato una cosa seria, brutale e bellissima. Proprio come lui.

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