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Il Ciuccio sbrana il Diavolo

Abiatici sotto il tallone partenopeo

Abiatici sotto il tallone partenopeo

Quel gran Visir del calcio applicato alla clava, che risponde al nome di Antonio da Lecce, ha apparecchiato a San Siro una trappola che manco i fanti di marina a Gallipoli avrebbero saputo concepire. Il povero Milan, infatuato da certe ubbie di possesso palla che sanno tanto di metafisica applicata al nulla, è finito tritato nelle fauci del Ciuccio, che ora guarda tutti dall’alto in basso con l’occhio bieco di chi non ha intenzione di scendere dal trespolo, a dispetto dei vaticini dei soliti soloni della critica pedatoria. I milanesi, poveri diavoli in senso letterale, hanno preteso di menar la danza con tocchi e tocchetti, convinti che il calcio sia una questione di estetica per damine da salotto o per damerini intenti a rimirar le proprie fattezze nello specchio degli spogliatoi. Non avevano fatto i conti con la torma dei faticatori azzurri, gente che ha polmoni come mantici e gambe che paiono tronchi di quercia secolare. Il calcio, piaccia o meno ai fautori del "bel gioco" (astrazione che andrebbe punita col codice penale), resta una faccenda di forza d’urto, di spazi negati e di cinismo ferino. Il Napoli ha messo in scena una rappresentazione di una sagacia tattica quasi commovente: difesa a testuggine, di quella che farebbe invidia alle legioni del Divo Giulio, e ripartenze che fulminavano i malcapitati difensori rossoneri, rimasti lì a cercar di capire dove fosse finita la sfera di cuoio mentre il vento azzurro già gonfiava la rete. Quando i partenopei azzannano lo spazio, sembrano lupi irpini che scendono affamati dalle vette per sbranare il gregge ignaro: non c'è verso di fermarli se non con le cattive, e spesso manco con quelle si riesce a metter freno alla loro foga. Il centrocampo milanista, privo di nerbo e, duole dirlo, di quel fosforo necessario a illuminare le tenebre di una partita bloccata, è svanito come nebbia padana al primo raggio del sole di Mergellina. Sotto i colpi di un’aggressione sistematica, feroce, quasi brutale nella sua ripetitività, i mediani rossoneri hanno palesato una fragilità d'animo che grida vendetta. Si è vista una superiorità atletica che definirei prepotente, quasi insultante per chi, dall'altra parte, pensava di risolvere la pratica con la punta dello scarpino e qualche ricamo di seta su un prato che esigeva invece il cuoio e la terra. In classifica si compie il sorpasso, il grande balzo, e non è un sorpasso di quelli ottenuti per caso, per un rimpallo favorevole o per benevola e distratta disposizione della dea Eupalla. È un primato che puzza di sudore, di calcolo machiavellico, di fatica contadina e di un pragmatismo che non ammette repliche. Il Napoli di Conte è una creatura bionica, un mostro di efficienza che trasforma ogni errore altrui in una sentenza di morte sportiva. Certo, i puristi storceranno il naso, lamenti si leveranno dalle torri d'avorio di chi vorrebbe il calcio simile a un balletto del Bolshoi. Ma costoro dimenticano che nel fango della mischia, dove i tacchetti incidono la carne e l'affanno toglie il respiro, conta solo chi resta in piedi. E il Napoli resta in piedi, saldo, con la schiena dritta e lo sguardo di chi ha già calcolato quante altre prede sacrificare sull'altare della propria ambizione. Gli abiatici, dal canto loro, tornino pure a casa a meditare sui loro ricami inutili e sulle loro velleità di grandezza che si infrangono regolarmente contro il muro di una realtà cinica e baridica. Qui non si scherza, qui si fa la storia con la clava e con l'ingegno del condottiero che sa leggere il campo come un generale prussiano leggeva le mappe prima della battaglia. Per ora, questo Napoli di rincorsa non ha padroni, e se il buongiorno si vede dal mattino, per le altre si annunciano tramonti assai amari. Eupalla, per questa volta, ha guardato verso il Vesuvio, forse stanca delle pretese meneghine di governare un regno che richiede ben altra tempra. Il Ciuccio galoppa, e dietro di sé lascia solo il polverone di una battaglia vinta con la forza del braccio e la lucidità della mente. Chi vivrà, vedrà, ma intanto la classifica canta una canzone che a Milano suona come un requiem stonato.

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