IL MATTINO
Il riscatto dei visceri
05.04.2026 - 17:29
Filumena Marturano non è un personaggio, è un’area archeologica del sentimento. Da quando Eduardo De Filippo la trasse dal fango dei vicoli nel 1946, questa donna senza cognome ha smesso di appartenere alla cronaca per farsi pilastro di una contro-storia nazionale. La sua vicenda — la finta agonia per farsi sposare da Domenico Soriano e la rivelazione dei tre figli cresciuti nell’ombra — non è un mélo napoletano, ma una demolizione controllata del diritto patriarcale. La forza della Marturano risiede nella sua capacità di ribaltare il concetto di "legittimità". In un’Italia che usciva dalle macerie, Filumena imponeva una verità biologica e morale sopra quella burocratica. La Storia, quella con la S maiuscola, si era dimenticata di lei tra i bassi e i bordelli; lei ha risposto costruendo una micro-storia domestica fondata sul sangue, l'unico elemento che la legge non può confutare.
Dal palcoscenico all'icona: le metamorfosi di un mito
L'evoluzione dell'opera attraverso le sue trasposizioni riflette i mutamenti del corpo sociale italiano. La prima a portarla in teatro fu Titina De Filippo, Eduardo la scrisse per lei, e fu lei a prestare a Filumena un volto scavato e una voce che pareva venire dal tufo. Era la sua la rappresentazione della fame e della resilienza post-bellica. Con Matrimonio all'italiana (1964), Vittorio De Sica trasformò il dramma in un affresco mediterraneo. Sophia Loren incarnava una Filumena meno spigolosa e più solare, capace di sedurre anche il mercato internazionale, mentre il Soriano di Mastroianni diventava il simbolo di una borghesia velleitaria e un po' ridicola. Le versioni televisive dirette da Eduardo negli anni '60 e '70 hanno invece mantenuto intatta la secchezza dell'analisi etica, privando la storia di ogni decorativismo per concentrarsi sulla guerra di trincea tra i due protagonisti.
La sfida di Francesco Amato: Filumena nell'era della "Tataranni"
La versione diretta da Francesco Amato, che Rai Uno ripropone stasera, compie un’operazione interessante: sposta l’asse della narrazione dal mito alla carne quotidiana. Sfruttando la popolarità di Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo — coppia già collaudata e amatissima dal pubblico di Imma Tataranni — il film cerca di intercettare quella sensibilità contemporanea che predilige i toni ruvidi e autentici. Vanessa Scalera non cerca di scimmiottare la Loren né di rincorrere l’ombra di Titina. La sua Filumena ha una durezza moderna, quasi una stanchezza d’ufficio mista alla rabbia di chi ha dovuto sgomitare per ogni centimetro di dignità. Non c'è enfasi nel suo dolore, ma una precisione chirurgica nel rivendicare il proprio posto nel mondo. Massimiliano Gallo, dal canto suo, disegna un Domenico Soriano meno macchiettistico e più patetico, nel senso greco del termine. È un uomo che si scopre fragile proprio mentre perde il controllo sulla "sua" donna, offrendo un ritratto efficace della crisi del maschile che attraversa i decenni. L’estetica di Amato rinuncia alla Napoli da cartolina per restituire una città di interni densi, dove la luce fatica a entrare, metafora perfetta di segreti tenuti a battesimo per venticinque anni. È una Filumena che parla al presente, ricordandoci che la "legge dei figli" resta l'unica veramente universale, capace di resistere alle mode e ai palinsesti.
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