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Analisi

Giù le mani dal Tribunale di Lagonegro. La magistratura associata ormai pensa da partito politico

A Lagonegro il "supermarket in pianta stabile" della droga in pieno centro: due arresti

Il palazzo di giustizia di Lagonegro

Ci sono decisioni che pur presentandosi come tecniche tradiscono una visione. Non è mai solo una questione di numeri né di organici. È, piuttosto, il modo in cui si decide di essere presenti sui territori. Di riconoscerli. La proposta dell’Associazione nazionale magistrati di ridisegnare la mappa dei Tribunali italiani – fino a ipotizzare la chiusura di decine di sedi, tra cui Lagonegro – appartiene a questa categoria. Non è una semplice riforma organizzativa, ma un atto che incide sul rapporto tra cittadino e giustizia. Il criterio evocato è lineare, quasi seducente nella sua apparente neutralità: soglie minime di magistrati, parametri numerici, standard dimensionali. Una razionalità aritmetica che promette efficienza. Ma la giustizia, se ridotta a calcolo, rischia di smarrire la propria natura. Perché non è una funzione industriale. E neppure una catena di montaggio. Dovrebbe essere una presenza. E qui si annida il primo equivoco. Lagonegro non è soltanto un Tribunale con pochi magistrati. È un presidio in un’area che vive una condizione geografica e sociale specifica: distanza dai grandi centri, fragilità infrastrutturale, dispersione demografica. E poi è precisamente nell'incrocio tra Campania e Calabria. In questi contesti, la giustizia non è un servizio tra gli altri. È una forma di cittadinanza concreta. La sua prossimità misura la credibilità dello Stato. Chiudere un Tribunale significa, inevitabilmente, allontanare quella presenza. Trasferire procedimenti, concentrare competenze, dilatare distanze. Si dirà: è il prezzo dell’efficienza. Ma quale efficienza può dirsi tale se produce, come effetto collaterale, una riduzione dell’accesso? Se trasforma il diritto in un percorso più lungo, più complesso, più oneroso? La memoria recente dovrebbe suggerire prudenza. La riforma della geografia giudiziaria del 2012 nacque sotto il segno della razionalizzazione. E tuttavia non ha risolto il nodo strutturale della giustizia italiana: i tempi, le carenze di organico, le disfunzioni organizzative. Ha, semmai, accentuato alcune criticità, spostandole e redistribuendole. È legittimo, dunque, chiedersi se la strada proposta oggi non rischi di replicare quella medesima logica: intervenire sui luoghi, anziché sulle cause. C’è poi un profilo istituzionale che merita attenzione. L’Anm è un soggetto rappresentativo della magistratura associata. La sua voce non è neutra. Quando interviene su una materia come la distribuzione territoriale degli uffici giudiziari, entra in un campo che tocca scelte politiche, di equilibrio territoriale, di organizzazione dello Stato. È un confine sottile, che richiede misura e consapevolezza. Il sistema giudiziario italiano ha bisogno di interventi profondi, strutturali, coraggiosi. Ma la chiusura dei Tribunali – soprattutto nei territori più periferici – appare come una risposta semplificata a un problema complesso. Se si imbocca questa strada, il rischio non è soltanto amministrativo. È culturale. È l’idea, silenziosa ma pervasiva, che alcuni territori possano essere serviti meno, perché contano meno. Che la giustizia possa arretrare senza lasciare conseguenze. Ma la giustizia che si allontana non si limita a cambiare indirizzo: cambia natura. Diventa più difficile, più distante, meno uguale. E quando accade, non si perde solo un Tribunale. Si perde un pezzo di Stato. E, con esso, un frammento della fiducia nelle istituzioni. 

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