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Il Fantasma di Palmiro Togliatti

Il gioco delle sedie a Palazzo

Il Gioco delle Sedie a Palazzo

Una notizia si muove tra il fumo delle vecchie sezioni e il pragmatismo delle nuove alleanze: Massimo Lovati sindaco, una mossa firmata Marco Rizzo. È un annuncio che agita le acque non tanto per il peso amministrativo, quanto per quel retrogusto di archeologia politica che puntualmente riaffiora quando la sinistra radicale tenta di farsi sistema. Eppure, osservando questa manovra, non si può fare a meno di avvertire un brivido di nostalgia mista a un’ironica rassegnazione. Il vero dramma del comunismo italiano, quello che si consuma nei corridoi del potere locale come nelle piazze semivuote, è una questione di date. Esiste un confine invisibile, un muro che non è quello di Berlino ma quello del 21 agosto 1964. Con la scomparsa di Palmiro Togliatti, il "Migliore", non si è spento solo un leader; si è interrotto un codice genetico. I suoi eredi, legittimi o presunti, hanno continuato a camminare per decenni convinti di abitare ancora quel corpo politico, senza accorgersi che la linfa vitale si era cristallizzata in un’estetica del ricordo.Togliatti aveva compreso la necessità della "via italiana": un comunismo che sapesse parlare con la Chiesa, che entrasse nelle pieghe della Costituzione, che fosse istituzione prima ancora che rivoluzione. Dopo di lui, ciò che è rimasto è un lungo, estenuante tentativo di tradurre un linguaggio che non aveva più interpreti. La tragedia non è stata l’estinzione, ma l’incapacità di accettarla. Si è continuato a recitare una parte in un teatro che, nel frattempo, era diventato un centro commerciale o un ufficio di consulenza finanziaria. Marco Rizzo, con la sua inossidabile coerenza che rasenta la testardaggine, lancia Lovati come si lancia una sfida al tempo. C'è qualcosa di quasi eroico, e al contempo profondamente malinconico, nel vedere come si cerchi ancora di tessere una trama identitaria in un’epoca che l’identità l'ha polverizzata in un feed di pochi secondi. Lovati diventa così il simbolo di una resistenza che non sa bene contro cosa resistere, se non contro l'oblio di se stessa. La storia ci insegna che quando un'idea smette di evolversi, diventa rito. E i riti sono rassicuranti, ma non governano la complessità di una società che corre verso algoritmi e intelligenze artificiali mentre i "compagni" discutono ancora di radici sociali con categorie del secolo scorso. L’analisi etica imporrebbe di ammettere che il distacco tra la base e il vertice non è un errore di percorso, ma l’esito naturale di una metamorfosi mai compiuta. Il guaio dei comunisti oggi è proprio questa cecità davanti allo specchio della storia. Si guardano e vedono ancora le masse operaie, le grandi lotte collettive, il rigore di Botteghe Oscure. Non si avvedono che la realtà ha cambiato pelle, che il conflitto di classe si è spostato su piani immateriali e che il popolo, quel destinatario mistico delle loro attenzioni, spesso preferisce la semplificazione populista alla profondità di una riflessione che non sa più essere contemporanea. Massimo Lovati sindaco non è dunque solo una notizia; è il sintomo di una sinistra che cerca di rianimare un fantasma, sperando che, tra una candidatura e l’altra, Togliatti possa finalmente smettere di essere un mito e tornare a essere, per un attimo, una bussola. Ma le bussole, in un mondo senza più punti cardinali, servono a poco se non si ha il coraggio di ammettere che il viaggio, così come lo avevamo immaginato, è finito da un pezzo. Restano i nomi, restano le firme, resta quel sottile rammarico di chi sa che la storia non si ripete, se non come farsa o come cronaca locale di una provincia che ancora sogna il sol dell’avvenire, mentre fuori è già notte fonda.

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