IL MATTINO
Analisi
30.03.2026 - 19:48
Basta poco, oggi, perché una parte della sinistra italiana si senta chiamata alla mobilitazione. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello del movimento “No Kings”, nato negli Stati Uniti come forma di protesta contro le politiche della presidenza di Donald Trump. Un nome evocativo, che richiama i valori della guerra d’indipendenza del 1776 e l’opposizione a ogni forma di potere percepito come arbitrario. Eppure, nel passaggio dal contesto americano a quello italiano, quel richiamo perde gran parte della sua specificità e viene rapidamente adattato al dibattito interno, fino a diventare l’ennesimo segnale di un presunto rischio autoritario domestico. È una dinamica ormai ricorrente: categorie, simboli e mobilitazioni nati altrove vengono importati e reinterpretati senza un reale lavoro di mediazione. Più che dire qualcosa sugli Stati Uniti, questo meccanismo rivela molto sulla trasformazione della cultura politica della sinistra italiana. Il punto, infatti, non è tanto il movimento “No Kings” in sé, quanto ciò che esso rappresenta: un ulteriore tassello nel processo di americanizzazione del lessico, delle categorie e dei riferimenti politici. Un processo che in Italia appare più marcato rispetto ad altri Paesi europei come Germania, Francia o Spagna, dove le tradizioni politiche nazionali hanno mantenuto una maggiore capacità di resistenza. In Italia, al contrario, la fine della Prima Repubblica ha segnato non solo la crisi dei partiti, ma anche la dissoluzione delle culture politiche che li sostenevano: quella comunista, socialista, cattolico-democratica e laica. Nel vuoto che ne è seguito, il riferimento a modelli esterni — e in particolare a quello statunitense — ha progressivamente assunto un ruolo centrale. Non è un caso che il Partito Democratico sia nato anche sotto suggestioni simboliche d’oltreoceano, come il richiamo al “I care” di John F. Kennedy. Tuttavia, quella che poteva apparire inizialmente come una contaminazione si è trasformata nel tempo in qualcosa di più profondo: una vera e propria dipendenza culturale. Il soft power americano ha fatto il resto. Temi come il “woke”, il politicamente corretto o il movimento #MeToo sono entrati stabilmente anche nel dibattito italiano, spesso senza un adeguato adattamento al contesto. Parallelamente, figure politiche come Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani — esponente della sinistra newyorkese impegnato su temi di giustizia sociale e redistribuzione — sono diventate punti di riferimento simbolici per una parte della sinistra italiana. Questa tendenza si riflette anche sul piano culturale ed editoriale. Testate come il Manifesto continuano a richiamarsi a una tradizione politica precisa, ma nei contenuti mostrano sempre più spesso una forte permeabilità alle categorie del progressismo americano. Allo stesso modo, riviste come Jacobin contribuiscono a diffondere un immaginario politico che, pur ricco di spunti, resta profondamente legato a un contesto diverso da quello italiano. Il risultato è una crescente distanza tra linguaggio politico e realtà sociale. Non si tratta soltanto di una questione terminologica, ma di un mutamento più profondo che riguarda le chiavi interpretative della realtà. Mentre il dibattito si popola di riferimenti globali, alcune questioni strutturali italiane restano ai margini. La dinamica dei salari, stagnante da anni e in controtendenza rispetto al resto d’Europa, è forse il dato più evidente. Allo stesso tempo, il percorso avviato negli anni ’90 — fatto di privatizzazioni e progressivo smantellamento del welfare state — ha ridisegnato in profondità l’assetto economico e sociale del Paese, riducendo il ruolo pubblico e frammentando il sistema di protezione sociale. Anche la transizione ecologica, spesso evocata come obiettivo condiviso, viene affrontata in modo parziale, senza una reale riflessione sulla distribuzione dei costi e dei benefici. Il rischio è che si traduca in un insieme di vincoli percepiti come imposti, piuttosto che in un progetto politico capace di tenere insieme sostenibilità e giustizia sociale. In questo quadro, il ricorso a categorie interpretative di matrice statunitense finisce per risultare non solo riduttivo, ma talvolta fuorviante. Non perché tali categorie siano prive di valore, ma perché difficilmente trasferibili in modo automatico in un contesto storico, sociale ed economico profondamente diverso. La stessa attenzione al rischio di derive autoritarie, frequentemente richiamata nel dibattito pubblico, meriterebbe di essere collocata in una prospettiva più ampia. Negli ultimi decenni, scelte come l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, l’adesione a vincoli europei stringenti e il ricorso a governi tecnici hanno contribuito a ridefinire gli spazi della decisione politica. Sono trasformazioni avvenute nel rispetto delle procedure democratiche, ma che hanno inciso concretamente sull’autonomia della politica. Eppure, proprio quei soggetti che oggi evocano il rischio autoritario hanno spesso condiviso o sostenuto queste scelte. È qui che emerge la contraddizione di fondo. L’allarme autoritario viene proiettato all’esterno, guardando agli Stati Uniti e a Donald Trump, mentre si fatica a fare i conti con le trasformazioni già intervenute all’interno del sistema politico ed economico italiano. Mobilitarsi su questioni simboliche o su dinamiche politiche esterne è relativamente semplice. Molto più complesso è affrontare i nodi strutturali del Paese — salari, welfare, modello di sviluppo — e costruire su questi una proposta politica coerente. Senza questo passaggio, il rischio è che la mobilitazione si trasformi in rappresentazione, e la politica in un esercizio sempre più distante dalla realtà che pretende di interpreta
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