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David Riondino il cantautore irregolare

David Riondino il Cantautore Irregolare

Appariva, con quella sua andatura dinoccolata, l’illusione ottica di una perenne giovinezza, un’adolescenza colta e selvatica che David Riondino si è portato dietro come un bagaglio a mano, mai spedito in stiva. Se n’è andato senza fare rumore, lui che del rumore delle parole, della metrica e delle rime aveva fatto un’architettura di vita, un modo per abitare il mondo restandone, però, sempre un millimetro a lato. Un distacco quasi lunare, appunto, come se la gravità terrestre lo riguardasse solo per interposta persona, o per interposta chitarra. Non serve cercarlo nei ritratti agiografici delle prime serate televisive, anche se la televisione l’ha frequentata con la grazia distratta di chi passa a trovare un vecchio zio un po’ svanito. Riondino era un’altra cosa. Era il toscano che non spingeva sull’acceleratore del vernacolo per strappare la risata facile, ma che usava la lingua come un bisturi di precisione, avvolto però in un velluto di ironia. La sua era una cultura profonda, mai esibita, una sapienza che affondava le radici nei poemi cavallereschi, nell’ottava rima dei pastori e dei poeti estemporanei, filtrata attraverso il filtro lucido e spietato di una modernità che non gli piaceva troppo, ma che sapeva raccontare meglio di chiunque altro. Se dovessimo immaginare un paesaggio per questa sua uscita di scena, non sarebbe un palco affollato, ma una costa della Maremma in inverno. Un cielo color piombo, il mare che mastica la sabbia e quella figura alta, un po’ curva, che cammina con le mani in tasca, canticchiando tra sé e sé una strofa che non finirà mai in un disco. È stato il più grande degli outsider perché non ha mai fatto nulla per rientrare nei ranghi. Quando il cantautorato italiano si prendeva maledettamente sul serio, lui inventava personaggi che erano la parodia del tragico, ribaltando il tavolo con una frase, con un’intuizione che era insieme politica e metafisica. È stato un "intellettuale" senza la pesantezza dell'intellettuale. Poteva discutere di Boccaccio con la stessa naturalezza con cui improvvisava uno sketch al Maurizio Costanzo Show, senza che l'una cosa sminuisse l'altra. Perché per lui la gerarchia dei generi non esisteva: esisteva solo la parola, la sua densità, il suo ritmo interno. Il suo Joao Mesquinho era un capolavoro di sottrazione, un omaggio alla bossa nova che diventava un saggio antropologico sulla timidezza e sull’inadeguatezza. Chi altro avrebbe potuto scrivere "Maracaibo", sebbene il mito e la realtà della paternità di quel brano si siano spesso rincorsi, e poi dedicarsi per anni allo studio della poesia popolare? Era un uomo di teatro nel senso più antico e nobile del termine. Il teatro come spazio del possibile, come luogo dove la realtà viene sospesa e poi restituita, trasfigurata. Lo ricordiamo con Paolo Rossi, con Sabina Guzzanti, ma lo ricordiamo soprattutto solo, davanti a un leggio, capace di evocare mondi interi con la sola modulazione della voce. Aveva questa capacità rara di rendere contemporaneo l'antico, di far sembrare fresco un verso del Cinquecento, non per un esercizio di stile, ma perché in quel verso sapeva rintracciare l'immutabilità dei vizi e delle virtù umane. Questa attitudine lo rese il perno invisibile della satira televisiva degli anni Novanta. Mentre il piccolo schermo s’incattiviva, Riondino portava il garbo della decostruzione. Non attaccava il potere con l'urlo, ma con la scomposizione sillabica delle sue assurdità. La sua ironia non era mai fine a se stessa; era una riflessione profonda che cercava di spiegare le radici storiche e sociali del nostro declino culturale attraverso il gioco dell'assurdo. Non amava le certezze granitiche. Preferiva il dubbio, la sfumatura, il gioco delle parti. In un’epoca di urla e di tweet feroci, il suo stile era un atto di resistenza. Un’eleganza del pensiero che si rifletteva in una voce mai sopra le righe, in un sorriso che sembrava sempre scusarsi per essere lì. Restano i dischi, i libri, qualche film e la sensazione di aver perso l'unico che sapesse ancora usare l'ottava rima senza sembrare un pezzo da museo. Rimane lo sguardo su una terra vista dalla sua luna: un posto distratto, un po' buffo, dove lui non ha mai smesso di cercare la rima perfetta. David Riondino esce di scena così, con un cenno asciutto, portandosi via quella sua capacità di non essere mai dove lo stavano cercando.

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