IL MATTINO
In Nome del Padre
27.03.2026 - 11:18
Il passaggio di consegne è avvenuto senza i fragori delle scissioni, ma con la precisione chirurgica di chi sa aspettare il proprio turno sulla riva del fiume. Quando Stefania Craxi ha preso il posto di Maurizio Gasparri come capogruppo di Forza Italia al Senato, il segnale inviato ai palazzi della politica non riguardava solo un avvicendamento di poltrone. Era la certificazione di una mutazione genetica in corso nel partito fondato da Silvio Berlusconi: il passaggio dalla stagione dei fedelissimi della prima ora a quella di una classe dirigente che sa coniugare il pragmatismo del presente con una memoria storica ingombrante e, oggi più che mai, redditizia.
Lo specchio dell'opposizione: tra timore e rispetto
L'opposizione guarda a Stefania Craxi con un misto di disagio e involontario rispetto. Per il Partito Democratico, lei è il fantasma di un passato che non è mai stato del tutto elaborato; per i Cinque Stelle, rappresenta tutto ciò che hanno sempre giurato di combattere: la politica dei cognomi, della memoria dinastica e della mediazione d'alto bordo. Eppure, quando Stefania prende la parola in Aula, il brusio si placa. Non c'è in lei la foga ideologica di chi deve gridare per esistere; c'è invece quella "severa analisi etica" che obbliga l'avversario a misurarsi sul terreno della storia, non solo su quello dell'emendamento. Le sue repliche ai banchi della sinistra sono spesso venate di quella sottile ironia che era il marchio di fabbrica del garofano: una dialettica che non cerca l'insulto, ma la decostruzione logica dell'argomento altrui. È qui che la sua figura assume un ruolo di baricentro per l'intera maggioranza: Stefania non si limita a difendere il governo, lo "spiega". E lo fa con una densità che trasforma ogni dibattito in un confronto sulle radici profonde delle scelte politiche, rendendo difficile per le opposizioni liquidare la linea di Forza Italia come semplice appendice del melonismo. In questo gioco di specchi, il suo incarico di capogruppo diventa la prova finale di una maturità politica raggiunta: non è più la "sentinella di Hammamet", ma il volto di una destra che ha trovato nel riformismo socialista la sua grammatica più efficace per parlare alle istituzioni.
La diplomazia dei legami ereditati
Stefania non è arrivata al vertice del gruppo parlamentare per una semplice questione di anzianità o per un vuoto di potere improvviso. La sua ascesa è il risultato di una tessitura lenta, iniziata lontano dai riflettori romani, tra le mura di Hammamet e le cancellerie internazionali che non hanno mai smesso di guardare a quel cognome con una miscela di rispetto e curiosità. Il vero capitale di Stefania Craxi non è solo il consenso elettorale, ma quella che potremmo definire l'eredità relazionale. Mentre altri esponenti del centrodestra cercavano legittimazione nei talk show, lei riannodava i fili di un network transnazionale che affonda le radici nella politica estera del padre. Dalla Tunisia alla Francia, passando per i corridoi di Washington e le capitali del Mediterraneo, Stefania si è mossa come una plenipotenziaria ombra, capace di dialogare con attori che vedono in lei la continuità di una visione atlantista e, al contempo, gelosamente autonoma. In un governo che fa del "merito" e delle "radici" i propri vessilli, la sua figura è diventata il ponte ideale tra la tradizione socialista riformista e l'anima moderata di Forza Italia. Tajani, con il suo stile felpato, ha compreso che per stabilizzare il partito nel dopo-Berlusconi serviva una figura che avesse "spessore istituzionale" e una corazza a prova di polemica.
L'avvicendamento con Gasparri: un cambio di passo
La sostituzione di Maurizio Gasparri non è stata una bocciatura per l'ex ministro, quanto piuttosto un riconoscimento della necessità di un cambio di registro comunicativo. Se Gasparri rappresentava la continuità con il berlusconismo più verace e battagliero, Stefania Craxi incarna una destra di governo più asciutta, meno incline alla battuta di spirito e più concentrata sulla densità dei dossier. Al Senato, la sua gestione si sta distinguendo per una fermezza che non ha bisogno di alzare i toni. Chi frequenta Palazzo Madama descrive una capogruppo che parla poco ma decide molto, capace di tenere uniti i ranghi di un gruppo parlamentare spesso attraversato da malumori interni. La sua forza risiede nell'essere, allo stesso tempo, un'esterna per storia personale e una "core" member per fedeltà alla linea. "Non è solo la figlia di Bettino," sussurrano nei corridoi della maggioranza, "è colei che ha saputo trasformare un trauma politico familiare in un metodo di governo."
Un ruolo centrale tra Governo e Partito
Il peso di Stefania Craxi oggi travalica i confini della capogruppo. È diventata una consulente d’ascolto per la stessa Giorgia Meloni, specialmente sui temi del Mediterraneo e della difesa. Non è un mistero che il Piano Mattei trovi in lei una delle sostenitrici più lucide, capace di offrire sponde diplomatiche che altri non possiedono. Nel governo, la sua influenza si avverte nella capacità di mediare tra le spinte identitarie della Lega e il garantismo di Forza Italia. Non cerca la ribalta, ma la sostanza. La sua scrittura politica è fatta di atti, commissioni (la presidenza della Commissione Affari Esteri e Difesa è stata il suo vero trampolino) e una capacità di analisi che non si ferma alla superficie del consenso immediato. È un’ascesa che profuma di rivincita, certo, ma privata di ogni acredine. Stefania Craxi ha capito che per onorare l’eredità paterna non servivano busti o celebrazioni nostalgiche, ma la dimostrazione plastica di saper gestire il potere con la stessa spregiudicatezza intellettuale e la stessa visione geopolitica. Il suo arrivo al vertice del Senato non è un traguardo, ma la conferma di una centralità ritrovata: quella di una donna che ha smesso di essere "la figlia di" per diventare l'architetto di una nuova fase moderata del Paese.
Nota in margine: Il doppio binario del potere di Stefania Craxi
Per comprendere appieno la caratura politica attuale di Stefania Craxi, è necessario osservare come la sua azione si articoli su due fronti distinti ma convergenti: la cabina di regia diplomatica e l'equilibrio interno a Forza Italia.
Il dossier esteri: Oltre la Commissione
Alla presidenza della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato, Stefania Craxi non si limita a un ruolo di garanzia procedurale. La sua gestione si è distinta per una spinta decisa verso la centralità del Mediterraneo, agendo spesso come una sorta di "ministro degli Esteri ombra" per il centrodestra.
Il Piano Mattei
È stata tra le prime a fornire una base dottrinale a questo progetto, riprendendo le intuizioni energetiche e geopolitiche che furono del padre e di Enrico Mattei.
L'Atlantismo critico
Pur confermando una fede atlantista incrollabile, la sua presidenza ha marcato una linea di "autonomia strategica" dell'Italia, specialmente nei rapporti con il Nord Africa e il Medio Oriente, aree dove il suo network relazionale privato (ereditato e coltivato) le permette di arrivare dove la diplomazia formale a volte rallenta.
L'equilibrio in Forza Italia: Il "Metodo Tajani"
Internamente al partito, la sua ascesa come Capogruppo segna il definitivo consolidamento della linea Tajani. La Craxi rappresenta l'ala "pensante" e istituzionale, contrapposta alle derive più populiste o localiste.
Mediazione e Rigore
In un momento in cui Forza Italia deve ridefinire la propria identità post-Berlusconi, lei offre una sponda di serietà che rassicura il PPE (Partito Popolare Europeo).
Il ponte socialista
La sua presenza permette al partito di attrarre quel voto riformista e liberal-democratico che non si riconosce più nella sinistra attuale. Non è solo un ruolo di comando, ma di posizionamento: Stefania Craxi garantisce a Forza Italia una profondità culturale che funge da collante tra le diverse anime della maggioranza, evitando che il partito venga schiacciato tra il sovranismo della Lega e il conservatorismo di Fratelli d'Italia. In sintesi, la sua figura agisce come un stabilizzatore: al Governo porta competenza strategica e relazioni storiche; nel Partito garantisce una disciplina parlamentare che Gasparri, con il suo profilo più "di piazza", interpretava in modo meno tecnico.
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