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L'Ultima Ascensione di Mister Miliardo

Beppe Savoldi: il centravanti che sapeva fare i conti

Beppe Savoldi: il Centravanti Che Sapeva Fare i Conti

Se ne va Giuseppe Savoldi, per gli archivi Beppe, per la storia del ruzzolone il primo "Mister Miliardo" di un’epoca che cominciava a contare i sogni in contanti. Bergamasco di schiatta e di pragmatismo, Savoldi è stato l’incarnato della potenza che si fa geometria, un centravanti di prepotenza verticale, un atleta prestato al fango delle aree di rigore che sapeva abitare l’aria come un rapace. Non cercate in lui il ghirigoro superfluo o la finta da palcoscenico: il suo calcio non era fatto di sospiri, ma di muscoli e tempismo. Possedeva uno stacco da terra che pareva negare le leggi della fisica, un’elevazione da cestista che trasformava i cross, spesso sbilenchi, in sentenze definitive. Quando decollava, l’avversario di turno non poteva che farsi spettatore pagante della propria disfatta cinetica. Era un "Euphemos" dell'area piccola, capace di colpire la sfera con la fronte mentre gli altri, i terrigeni, cercavano ancora di capire dove fosse finita l'ombra del pallone. Eppure, in quella sua furia aerea, non c’era mai il disordine della disperazione, ma la freddezza del calcolo. A Napoli arrivò preceduto dal fragore dei metalli preziosi, un investimento che fece tremare i polsi ai ragionieri e battere i cuori ai vicoli. Fu l'estate del 1975, quella del grande sgarbo al Bologna e del miliardo e duecento milioni che parevano un'eresia in un'Italia che già annusava l'austerità. Ma Savoldi non si fece mai schiacciare dal peso di quel metallo; portò al San Paolo la serietà del muratore orobico applicata alla nobile arte del gol. Sapeva giocare di sponda, proteggere il cuoio con un corpo che pareva un’armatura e, soprattutto, sapeva dove sarebbe finita la palla prima ancora che il mediano decidesse di calciarla. Ma c'è un aspetto che lo distinse dai tanti scialacquatori del talento che popolavano le cronache di allora: Savoldi fu il primo centravanti "aziendalista" nel senso più alto e moderno del termine. Seppe amministrare la propria ascesa con la stessa precisione con cui calciava i rigori. Mentre i suoi colleghi si perdevano spesso tra i fumi della ribalta o i miraggi di investimenti balordi, lui capitalizzò ogni oncia del suo sudore. Fu un pioniere della gestione di sé, un professionista che capì prima degli altri come l'atleta fosse, in fondo, una ditta individuale. Non era avarizia, era consapevolezza bergamasca: il talento è un capitale che va messo a rendita, perché la parabola del calciatore, proprio come quella dei suoi famosi stacchi, è destinata a toccare terra.Anche quando la sorte gli voltò le spalle con la vicenda delle scommesse, macchia che lavò con il silenzio dignitoso di chi sa di aver sbagliato per ingenuità più che per malizia, non perse mai quella dignità contadina che lo rendeva solido, quasi scalfito nella pietra. Tornò a segnare, a dimostrare che la borsa poteva anche crollare, ma il fiuto per la rete restava un bene rifugio. Oggi l’erba si fa più pesante e l’area di rigore più vuota. Se ne va un pezzo di quella Serie A che profumava di linimento e di cuoio duro, di stadi straripanti e di domeniche alla radio. Resta il ricordo di quel volo sospeso, di quell'impatto secco di fronte contro il pallone: l'istante perfetto in cui la forza diventava bellezza e il valore di mercato diventava mito. Come quel soffio d'aria che lo teneva su, un palmo sopra tutti gli altri e un passo avanti a chi non sapeva guardare al domani.

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