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Analisi

Ha vinto il No, ma ha perso la politica

Ha vinto il No, ma ha perso la politica

Sono consapevole che queste riflessioni faranno storcere il naso ai tanti custodi del “verbo” della sinistra, spesso più attenti all’ortodossia che alla sostanza. Eppure, proprio da una cultura politica socialista, rivendico una scelta che molti considereranno controcorrente: ho votato SÌ alla riforma della giustizia. Una scelta maturata nel merito del testo, che prevedeva la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura, un’Alta Corte disciplinare e il sorteggio per la selezione dei componenti dei CSM. Una riforma che, pur necessitando di successivi interventi attuativi, mi è parsa coerente sul piano giuridico e istituzionale. La maggioranza dei votanti ha però scelto diversamente, bocciando la proposta. In democrazia il verdetto popolare si rispetta, sempre. E lo dico con convinzione, soprattutto alla luce di una stagione politica in cui troppo spesso la volontà degli elettori è stata aggirata o compressa, anche attraverso governi tecnici che hanno adottato misure difficilmente approvabili in un confronto elettorale diretto. Più che un confronto nel merito, quella referendaria è stata una cattiva campagna politica. Il dibattito si è trasformato in uno scontro ideologico, alimentando diffidenza e ostilità reciproca. Si sono riesumati schemi da Guerra Fredda: antifascisti contro fascisti senza fascismo, anticomunisti contro comunisti senza comunismo. Un clima sterile, che ha impedito qualsiasi discussione seria su una materia complessa e delicata. Eppure, proprio su temi come la giustizia, sarebbe stato necessario un confronto responsabile e trasversale. Ho votato SÌ pur sapendo di condividere quella scelta con persone con cui non avrei alcuna affinità politica. Ma la qualità delle istituzioni richiede talvolta di superare le appartenenze. In questo senso, ho avuto in mente l’esempio di Palmiro Togliatti, che da ministro della Giustizia, nel dopoguerra, seppe firmare un’amnistia capace di favorire la pacificazione nazionale. Un gesto politico di grande responsabilità, oggi difficilmente immaginabile. L’esito del referendum non può essere letto solo come una bocciatura nel merito. I dati suggeriscono anche una dinamica politica interna alla maggioranza. Lo scarto relativamente contenuto tra SÌ e NO indica che non tutte le forze di centrodestra si sono spese fino in fondo. Le tensioni tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Forza Italia sono evidenti da tempo, su diversi dossier: dalla legge elettorale alla politica energetica. Il referendum è diventato così anche uno strumento per riequilibrare i rapporti di forza interni alla coalizione. Più che vincere la consultazione, alcune componenti sembrano aver voluto inviare un segnale politico alla Presidente del Consiglio. A ciò si aggiunge un elemento non secondario: una parte dell’elettorato di destra, con una sensibilità fortemente giustizialista, ha percepito la riforma come un attacco alla magistratura, soprattutto in un contesto di crescente domanda di sicurezza. Anche nel campo del NO, tuttavia, le motivazioni sono apparse spesso distanti dal merito della riforma. La campagna ha fatto leva su due elementi ricorrenti nella cultura politica italiana degli ultimi anni: l’antipolitica e il giustizialismo. Temi trasversali, presenti tanto in alcune forze di destra quanto nel Movimento 5 Stelle e in settori del Partito Democratico. In molti casi, il voto contrario è stato influenzato da questioni estranee al quesito referendario: dalla politica estera alle alleanze internazionali, fino a conflitti internazionali del tutto scollegati dalla riforma della giustizia. Il risultato è stato paradossale: si è discusso di tutto, tranne che della riforma. Al di là dell’esito referendario, resta aperta una questione centrale per il sistema democratico italiano: il rapporto tra politica e magistratura. A partire dagli anni di Mani Pulite, si è progressivamente determinato uno squilibrio. La magistratura ha occupato spazi che, in una democrazia rappresentativa, spettano alla politica. Ciò non significa mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, principi fondamentali dello Stato di diritto. Ma non si può ignorare che alcune inchieste abbiano avuto un impatto diretto sugli equilibri politici, talvolta con modalità discutibili. In certi casi si è assistito a indagini estese e invasive, vere e proprie “pesche a strascico”, con conseguenze pesanti per le persone coinvolte, anche in assenza di condanne definitive. In questo quadro, la riforma bocciata rappresentava, almeno nelle intenzioni, un tentativo di ridefinire i confini tra poteri dello Stato. Le dichiarazioni di Carlo Nordio, secondo cui l’obiettivo sarebbe stato quello di subordinare la magistratura al potere politico, hanno però contribuito a delegittimare la proposta, offrendo un facile bersaglio polemico ai contrari. Eppure, al netto degli errori comunicativi, il tema resta: come ristabilire un equilibrio tra politica e giurisdizione senza compromettere l’indipendenza dei giudici? Il dato finale è che da questa vicenda esce indebolita la politica nel suo complesso. Alimentare l’antipolitica e il giustizialismo può portare vantaggi immediati, ma nel lungo periodo rischia di svuotare le istituzioni rappresentative. La conseguenza è una crescente tendenza al commissariamento della politica da parte di altri poteri, tecnici o giudiziari, con un indebolimento della stessa democrazia intesa come espressione della volontà popolare. A difendere l’autonomia della politica – e, implicitamente, della democrazia intesa come espressione della volontà popolare – rispetto all’ingerenza di istituzioni che assumono sempre più tratti tecnocratici è stata Giorgia Meloni. La necessità di riformare la magistratura resta uno dei nodi centrali del nostro sistema politico. Al di là delle posizioni ufficiali delle forze che hanno sostenuto il NO, l’aver alimentato una cultura giustizialista e antipolitica finisce per produrre un effetto paradossale: a uscirne indebolita è la politica stessa. Il rischio concreto è quello di un ulteriore ridimensionamento del suo ruolo, con una crescente tendenza al commissariamento da parte di altri poteri, a scapito della piena espressione della sovranità popolare. La riforma è stata respinta, ma il problema che intendeva affrontare resta aperto e, prima o poi, tornerà inevitabilmente al centro del dibattito pubblico.

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