IL MATTINO
Ritratti
24.03.2026 - 13:49
Di fronte al mare di Boccadasse, tra il grigio dell’ardesia e l’azzurro che si fa piombo quando il vento gira a tramontana, c’è un vuoto che non è solo musica. È un silenzio di marmo. Se ne va Gino Paoli, e con lui non sparisce solo l’ultimo dei grandi poeti della canzone d'autore, ma si chiude quel lungo, sghembo e malinconico dopoguerra italiano che aveva trovato tra i carruggi di Genova la sua voce più nuda.Paoli non era un cantante. Era un’attitudine, un modo di stare al mondo con la schiena leggermente curva, come chi porta un peso che non vuole mostrare, e quello sguardo miope che sembrava sempre puntato oltre la linea dell’orizzonte, lì dove i desideri diventano rimpianti. Era l’uomo che aveva messo il battito del cuore in una melodia, ma un cuore che aveva conosciuto il metallo: quel proiettile calibro 9 rimasto incastrato nel pericardio dal 1963, un ospite indesiderato e fedele che gli ricordava, a ogni respiro, che vivere è un atto di resistenza all'assurdo.
La scuola della nostalgia
Parlare di Paoli significa parlare di Genova, ma non quella da cartolina. È la Genova della "scuola" che non fu mai una scuola, ma un grumo di talenti disparati uniti da un’insofferenza cronica per il perbenismo. C’erano Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi, De André. Ragazzi borghesi o figli di immigrati che guardavano il mare non per partire, ma per capire perché restare fosse così difficile. In quel porto, Gino portò la rivoluzione del sussurro. Mentre l'Italia urlava il boom economico con le voci a squarciagola della radio di Stato, lui cantava piano. Cantava il soffitto che non c’era più, le stanze vuote, l'abbandono. Il cielo in una stanza non fu solo un successo discografico; fu l’epifania di una generazione che scopriva la propria interiorità. La grandezza di Paoli stava nel togliere, mai nell’aggiungere. La sua scrittura era un esercizio di sottrazione: poche parole, ma pesanti come pietre, capaci di evocare l'erotismo di una pelle amata o la desolazione di una domenica pomeriggio senza più sogni.
Un'Italia tra velluto e cemento
Il suo ritratto è la fotografia di un'Italia che cercava di essere moderna pur restando antica. È l'Italia dei bar, del fumo delle sigarette che disegnava volute azzurre sopra i tavolini di marmo, delle passioni clandestine e scandalose. La sua storia con Ornella Vanoni, la musa dai capelli di fuoco, non fu solo cronaca rosa; fu l'estetica di un amore adulto, imperfetto, quasi violento nella sua sincerità. Paoli ha raccontato la donna non come un angelo del focolare, ma come un essere pulsante, spigoloso, libero. In Sapore di sale, il brano che tutti fischchiettiamo come un inno solare, c’è in realtà tutta l'amarezza del tempo che passa: quell'acqua che "si lascia guardare", quel restare a guardare il mondo che scorre mentre noi siamo fermi a riva. Era la colonna sonora di un Paese che scopriva il benessere ma iniziava a sentire l'odore di bruciato delle proprie disillusioni.
L'etica della parola
C'era in lui una severa analisi etica, mascherata da un’ironia pigra, tipicamente ligure. Non amava le celebrazioni, detestava la retorica del "grande artista". Si considerava un artigiano della memoria. Negli ultimi anni, la sua voce era diventata un soffio, una carta vetrata che accarezzava i versi di poeti come Caproni o Sbarbaro, con cui condivideva quella "scarsa gioia" che è la cifra distintiva dei veri osservatori della vita. La sua musica non cercava il consenso, cercava la verità. E la verità, per Gino, stava nelle piccole cose: in un gatto con la macchia sul muso, in un incontro casuale in un aeroporto, nel profumo di una pelle dopo il mare. Non c'era enfasi nelle sue canzoni, ma una precisione chirurgica nel descrivere il dolore. Sapeva che per spiegare l'abisso non serve gridare; basta descrivere il bordo della voragine.
L'ultimo atto
Oggi Genova appare più piccola. I carruggi sembrano essersi stretti intorno al ricordo di quel ragazzo che portava gli occhiali neri per nascondere la timidezza e che finì per diventare il volto di un intero secolo musicale. L'eredità di Paoli non sta nelle classifiche, ma nella dignità con cui ha saputo invecchiare davanti al suo pubblico, senza mai tradire la propria natura di "anarchico sentimentale". Il proiettile nel cuore si è fermato, finalmente in pace con il muscolo che lo ha ospitato per oltre sessant'anni. Ma resta la sua lezione più grande: che si può essere immensi restando minimi, e che la bellezza più struggente non è quella dei trionfi, ma quella delle sconfitte accettate con un bicchiere di vino in mano e lo sguardo rivolto al mare. L'Italia di oggi, così rumorosa e così priva di silenzi riflessivi, si scopre improvvisamente più povera. Perché se ne va l'uomo che ci ha insegnato che per vedere il cielo, a volte, basta smettere di guardare le pareti e iniziare a immaginare. Genova, stasera, ha il sapore amaro di quel sale che non asciuga mai.
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