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La cucina come ultima trincea dell'umano

Il rito dell'altrove

Il rito dell'altrove

In un’epoca di accelerazione frenetica, dove il tempo viene smembrato in micro-segmenti di produttività e il consumo si è ridotto a un atto meccanico di sussistenza, il cinema ha finito per occupare un vuoto inaspettato: quello del focolare. Non più solo specchio dei sogni o fabbrica di miti, la sala oscura, o lo schermo domestico, si è trasformata in una sorta di laboratorio sensoriale vicario. Mentre le nostre cucine reali si trasformano in sterili showroom di design, dove il massimo dell’attività creativa consiste nel forare la pellicola di un piatto pronto o nell’attendere il segnale acustico di un’app di delivery, il grande schermo ci restituisce una ritualità perduta. "Le ricette della signora Toku", l’opera delicatissima di Naomi Kawase, si inserisce in questo paradosso contemporaneo non come un semplice film gastronomico, ma come un severo, seppur dolcissimo, atto d’accusa sociologico.

La fenomenologia del sapore perduto

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: non abbiamo mai parlato così tanto di cibo, non abbiamo mai fotografato così ossessivamente i nostri piatti, eppure non abbiamo mai mangiato così male. La nostra è una cultura della "gastronomia visuale". Siamo diventati spettatori del cibo piuttosto che consumatori consapevoli. In questo scenario, il personaggio di Sentaro, il gestore del chiosco di dorayaki, incarna perfettamente l’uomo moderno: un artigiano svuotato, un tecnico della nutrizione che produce dolci senza anima, utilizzando una pasta di fagioli an industriale, pre-confezionata, anonima. Sentaro non cucina; assembla componenti. È il riflesso di una società che ha sacrificato la profondità sull'altare dell'efficienza. L'ingresso della signora Toku in questa narrazione non è l'arrivo di una cuoca, ma l'irruzione di una filosofia della resistenza. Quando Toku guarda i fagioli azuki, non vede della materia prima da trasformare in profitto; vede dei testimoni del tempo. La sua insistenza nel "lasciar riposare" i fagioli, nell'ascoltare il vapore che sale dalla pentola, nel rispettare i ritmi della natura, collide violentemente con la nostra bulimia temporale. Noi, che divoriamo contenuti e calorie con la stessa fretta distratta, siamo costretti dal cinema della Kawase a fermarci. La cinepresa indugia sui dettagli del processo: il lavaggio, la bollitura, l'attesa. È una rieducazione dello sguardo.

Il cinema come presidio pedagogico

Perché abbiamo bisogno che sia un film a ricordarci come si prepara una confettura? La risposta risiede nella nostra progressiva alienazione dai processi materiali. Nella società dei servizi e del digitale, abbiamo perso il contatto con la manipolazione della materia. Cucinare è diventato un atto "aspirazionale", qualcosa che si guarda fare agli chef in televisione come se fosse una performance acrobatica, ma che raramente si pratica con la devozione necessaria tra le mura domestiche. Mangiamo "malissimo" non solo perché i nutrienti sono scadenti, ma perché l'atto del mangiare è stato disgiunto da quello del conoscere. Il cinema, in questo senso, funge da rieducatore sentimentale e sociale. Attraverso la lente di ingrandimento sulla signora Toku, veniamo riportati a una dimensione etica della cucina. La sua dedizione non è perfezionismo tecnico, ma una forma di amore civile. In un mondo che marginalizza il "diverso", e la storia personale di Toku, segnata dalla malattia e dall'isolamento, ne è il simbolo doloroso, il cibo preparato con cura diventa l'unico linguaggio universale capace di abbattere le barriere del pregiudizio. Il film ci suggerisce che se mangiamo male, è perché non siamo più capaci di guardare l'altro. Il cibo industriale è il cibo dell'indifferenza; la cucina di Toku è il cibo del riconoscimento.

L’ironia della saturazione gastronomica

C’è una sottile, amara ironia nel fatto che il pubblico esca dalla visione di questo film con il desiderio di assaporare un dorayaki perfetto, per poi scontrarsi, pochi minuti dopo, con la realtà di un panino consumato in piedi o di uno snack iper-processato. La nostra cultura è satura di "pornografia alimentare" (il cosiddetto food porn), un'esibizione estetica che solletica il desiderio senza mai soddisfare il bisogno di senso. Il cinema di qualità, al contrario, opera una controtendenza: sottrae l'immagine al consumo immediato per restituirla alla riflessione. La signora Toku ci insegna che cucinare è un esercizio di umiltà. Mentre la nostra società ci spinge all'auto-affermazione costante, alla ricerca del successo rapido e della visibilità, la preparazione dell'an richiede la capacità di farsi da parte, di servire la materia. C'è una tensione etica profonda in questo: la qualità del risultato finale è direttamente proporzionale al tempo che siamo disposti a "perdere". E in un'economia che ci dice che il tempo è denaro, decidere di perderlo per far bollire dei fagioli è un atto rivoluzionario.

Una nuova sociologia del convivio

Il film ci mostra come la cucina possa ricomporre una comunità frammentata. Attorno al chiosco di Sentaro gravitano solitudini: l'uomo oppresso dai debiti e dal passato, la studentessa che non trova il suo posto nel sistema scolastico rigido, e l'anziana donna segnata dal morbo di Hansen. Il cibo non è il fine, ma il mezzo per una guarigione sociale. La tragedia della nostra contemporaneità è che abbiamo trasformato il momento del pasto in un'estensione del lavoro (i pranzi d'affari) o in un rifugio narcisistico (la cena solitaria davanti a uno schermo). Abbiamo smesso di "sentire" ciò che mangiamo perché abbiamo smesso di sentire il legame con chi lo ha prodotto. Le ricette della signora Toku agisce come una terapia d'urto contro questa anestesia sensoriale. Ci obbliga a vedere le mani rugose che lavorano, a percepire il calore dell'ambiente, a comprendere che ogni ingrediente ha una storia sociale e biologica alle spalle. La nostra attuale "malnutrizione" è prima di tutto culturale: siamo obesi di informazioni ma denutriti di esperienze reali.

 La redenzione attraverso la lente

Se il cinema è diventato il nostro ultimo maestro di vita domestica, è perché abbiamo delegato alle immagini la conservazione della nostra umanità più semplice. La signora Toku non ci dà ricette da replicare, ma una postura morale da assumere davanti al mondo. Ci invita a smetterla di essere semplici consumatori di superfici. Mentre fuori dalle sale la logica del profitto continua a produrre cibo senza gusto e vite senza tempo, la penombra cinematografica ci restituisce la dignità del gesto lento. Forse non impareremo davvero a cucinare come Toku, intrappolati come siamo nei nostri ritmi metropolitani, ma attraverso il suo sguardo impariamo almeno a provare vergogna per la nostra fretta. E la vergogna, in una società che ha dimenticato il valore della cura, è il primo passo verso una possibile, profumatissima redenzione. Il cinema non ci riempie la pancia, ma ci ricorda che abbiamo un'anima da nutrire, e che quella, purtroppo o per fortuna, non accetta pasti pronti.

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