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La Patria nell' Era del Display

Il Dilemma del Senso Comune

Il Dilemma del Senso Comune

 In un momento storico in cui i venti di guerra sono tornati a soffiare prepotentemente ai confini dell’Europa, il dibattito sulla difesa ha smesso di essere un esercizio teorico. Davanti alla cronaca dei conflitti che dominano i media, diventa essenziale comprendere non solo le ragioni geopolitiche, ma anche il punto di vista di chi, per servizio e giuramento, può essere chiamato a operare in scenari critici. Capire cosa facciano realmente i corpi della difesa — dalla logistica umanitaria al presidio della sicurezza — è il primo passo per scrostare la retorica e guardare alla concretezza di un servizio che, oggi più che mai, interroga la coscienza civile del Paese.

L'Inno di Mameli, per le generazioni nate nel nuovo millennio, ha smesso di essere un giuramento collettivo per trasformarsi in un "jingle" da stadio, un segnale acustico che precede il calcio d’inizio. È il sintomo più evidente di una mutazione genetica del concetto di cittadinanza: in un’Italia che ha consegnato alla storia la leva obbligatoria e che vede svanire gli ultimi testimoni diretti del secondo conflitto mondiale, l’idea di "difesa della Patria" appare a molti come un reperto archeologico, un ferro vecchio della retorica novecentesca. Tuttavia, ridurre la questione a un banale scontro tra "disciplina vecchio stampo" e "apatia da smartphone" sarebbe un errore sociologico grossolano. La crisi non riguarda il patriottismo muscolare, ma l'identità comunitaria. Se il singolo non si percepisce più come parte di un organismo statale, il "bene comune" cessa di essere un obiettivo per diventare un intralcio alla libertà individuale. Con la sospensione del servizio militare obbligatorio, è venuto meno l'ultimo grande "rito di passaggio" laico e interclassista del Paese. Quell'esperienza costringeva il giovane a uscire dal proprio perimetro familiare e geografico per confrontarsi con lo Stato. Oggi, in una società atomizzata e iper-connessa, la difesa della libertà viene spesso data per scontata, ignorando che la sua manutenzione richiede un impegno civico costante. Il vero ostacolo oggi è la barriera del display: lo smartphone è diventato il filtro primario che valida la realtà. Se un concetto non è "scrollabile", rapido o esteticamente codificato, fatica a essere percepito come rilevante. Questo crea una sorta di anestesia dell'attenzione, dove il concetto di "servizio" o di "disciplina", che richiedono fisicità e presenza, mal si concilia con la passività digitale. La chiusura alla realtà, se non attraverso lo schermo, rende difficile percepire il valore di ciò che è collettivo e tangibile. Sociologicamente, si osserva però un fenomeno interessante: nonostante questa chiusura mediata dallo schermo, quando i ragazzi vengono portati "sul campo", fuori dalle aule e lontano dai display, la loro postura cambia. Non è il fascino delle armi a colpire, ma la scoperta di una struttura e di una finalità pratica. In un’epoca di precarietà esistenziale, l’ordine, il metodo e il senso di appartenenza diventano improvvisamente attraenti perché offrono una tangibilità che il virtuale non possiede. Interagire fisicamente, partecipare a simulazioni di soccorso o campi scuola, rompe l'incantesimo del vetro e trasforma l'utente in cittadino. Il paradosso del presente risiede proprio in questa dicotomia: in un’Italia che, per dettato costituzionale e maturità civile, ripudia la guerra come strumento di offesa, l’intelaiatura tecnica e valoriale dei corpi dello Stato si rivela una risorsa di stabilità inaspettata. Non si tratta di nostalgia per la caserma, quanto del riconoscimento che una società complessa non può reggersi senza una cultura della responsabilità e della preparazione. Le Forze Armate e le Associazioni d'Arma come l'UNSI, in questo contesto, smettono di essere simulacri del passato per diventare infrastrutture civiche. Educare alla difesa non significa dunque alimentare una cultura del conflitto, ma fornire ai cittadini gli strumenti per comprendere che la libertà e la sicurezza non sono beni immobili, ma processi dinamici che richiedono manutenzione costante. In ultima analisi, sentirsi parte della comunità statale è una scelta pragmatica: la consapevolezza che il bene comune è l’unico paracadute collettivo di cui disponiamo in un tempo di incertezze globali.

Voci dal campo. L’intervista ai promotori dell'UNSI

Abbiamo incontrato il Maresciallo Franco Massimo Ferrandino, vicepresidente Unsi Ischia ( Unione Nazionale sottufficiali italiani), Presidente onorario della sezione Ischia e il Sottufficiale della Marina in congedo Vito Impagliazzo, tra i promotori delle iniziative di sensibilizzazione nelle scuole per l'Unione Nazionale Sottufficiali Italiani.

Qual è l’impatto visivo quando entrate in una classe oggi?

Maresciallo Franco Massimo Ferrandino: "L'accoglienza è inizialmente gelida. Ci guardano come fossimo reduci di un'altra era, oggetti fuori contesto. Notiamo una diffusa mancanza di curiosità verso ciò che accade fuori dallo schermo. Spesso ci chiedono: 'Perché dovrei interessarmi a queste cose?'. C'è una chiusura alla realtà evidente, dettata dal filtro costante dello smartphone."

Come si riesce a scardinare questa barriera digitale?

Sottoufficiale Vito Impagliazzo: "Il segreto è l'interazione sul campo. Finché restiamo dietro una cattedra a parlare, siamo solo un altro 'contenuto' noioso. Ma quando li coinvolgiamo in attività pratiche, simulazioni di soccorso o logistica operativa, i telefoni scivolano nelle tasche. Capiscono che lo Stato non è un modulo online, ma una macchina complessa fatta di persone che devono fidarsi l'una dell'altra. La disciplina smette di essere percepita come obbedienza cieca e diventa metodo per essere utili agli altri."

Non temete che parlare di 'difesa' risulti anacronistico per un diciottenne del 2026?

Maresciallo Franco Massimo Ferrandino: "Al contrario. Proprio perché oggi le guerre sono tornate alla ribalta, i giovani hanno bisogno di bussole. La 'difesa' oggi riguarda il presidio della democrazia. Quando spieghiamo che la libertà ha bisogno di manutenzione e che qualcuno deve presidiare i confini o gestire le emergenze reali, il loro interesse si risveglia. Hanno fame di realtà non mediata da un algoritmo."

Qual è la lezione più difficile da trasmettere?

Sottoufficiale Vito Impagliazzo: "Far capire che fuori dalla 'scatola di vetro' dello schermo esiste un mondo che non ha il tasto 'annulla'. Serve presenza, partecipazione e la consapevolezza che il bene comune è l'unico paracadute collettivo che ci resta."

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