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L' Ultimo dei Persiani

Ali Larijani e il crepuscolo della ragione a Teheran

Ali Larijani e il crepuscolo della ragione a Teheran

Il fragore delle esplosioni che hanno colpito Ali Larijani non è solo l’eco di un raid tattico nel cuore del Medio Oriente; è il suono secco, definitivo, di una porta che si chiude sulla diplomazia di una generazione. Con la scomparsa del "coordinatore chiave" di Teheran, Israele non ha eliminato un semplice ingranaggio operativo, né un generale in divisa mimetica sacrificabile sull’altare della propaganda. Ha decapitato l’architettura intellettuale e strategica che permetteva alla Repubblica Islamica di restare in piedi, in bilico tra il peso delle sanzioni e l’abisso dell’isolamento. Larijani non era un figlio del caos, ma della disciplina e del lignaggio. Appartenente a una delle famiglie più influenti dell’aristocrazia teocratica iraniana, i "Kennedy di Persia", come venivano chiamati con un pizzico di malizia nei corridoi del Majlis, Ali incarnava quella figura di eccezionalismo colto capace di citare Kant, la metafisica occidentale e i classici della letteratura persiana mentre tesseva, con la pazienza di un ragno, la rete dell’influenza sciita tra Damasco, Baghdad e Beirut. Per decenni è stato l’uomo delle missioni impossibili, colui che sussurrava alla Guida Suprema spiegando come il pragmatismo non fosse un tradimento della Rivoluzione del 1979, ma la sua unica, vera polizza assicurativa.

La dinastia dei Larijani: il clan dello Stato

Per comprendere la portata del vuoto lasciato da Ali, bisogna guardare alla sua genealogia. I Larijani non sono mai stati semplici funzionari, ma i pilastri di un’oligarchia che ha garantito la stabilità interna del regime per quarant’anni. Mentre Ali dominava il Parlamento e la sicurezza nazionale, i suoi fratelli occupavano i gangli vitali del sistema: Sadeq alla guida della Magistratura, Mohammad Javad come architetto della retorica sui diritti umani in chiave islamica, Bagher ai vertici della sanità e Fazel nella diplomazia economica. Questa fratellanza non era solo una questione di potere, ma una visione del mondo: la convinzione che la Persia potesse essere guidata solo da una classe dirigente che unisse la fede sciita alla competenza tecnica. Ali era il diamante più brillante di questa corona. La sua capacità di muoversi tra i seminari teologici di Qom e i tavoli tecnici di Vienna lo rendeva unico. Mentre i falchi dei Pasdaran parlavano il linguaggio del martirio, lui parlava quello della sovranità, intesa come la capacità di uno Stato di restare rilevante nonostante le proprie contraddizioni.

Il filosofo della "Pazienza Strategica"

Laureato in matematica e dottore in filosofia, Larijani portava nel calderone ribollente della politica mediorientale la precisione del logico e la visione del pensatore. La sua ascesa non è stata fulminea, ma costante, costruita attraverso la direzione della radio-televisione di Stato e la presidenza del Parlamento, carica ricoperta per dodici anni con una maestria procedurale senza eguali. In ogni ruolo, ha mantenuto un distacco quasi ironico, una sottile distanza etica dai toni urlati della piazza. Fu lui, nel 2005, a guidare i primi, estenuanti negoziati sul nucleare con la "Troika" europea. In quegli incontri, la sua ironia tagliente metteva spesso in imbarazzo le diplomazie occidentali: citava i filosofi tedeschi per smontare le sanzioni americane, usando la dialettica come scudo per guadagnare tempo. Quella "pazienza strategica" che è diventata il marchio di fabbrica dell'Iran moderno è, in gran parte, una sua creatura dottrinale. Larijani sapeva che il tempo è l'unica risorsa infinita di un impero millenario, e lo usava per logorare la fretta elettorale delle democrazie avversarie.

Il ponte spezzato tra Pasdaran e Diplomazia

La gravità di questo colpo risiede nella natura unica del suo ruolo più recente. Larijani agiva come un ammortizzatore critico, un ponte necessario tra l’irruenza ideologica delle Guardie della Rivoluzione e le necessità formali della diplomazia statale. Possedeva la rara dote di saper tradurre le necessità militari in strategie politiche di ampio respiro, evitando che il Paese scivolasse in reazioni emotive e autolesioniste. Senza la sua regia, il processo decisionale iraniano rischia di farsi improvvisamente rigido. La scomparsa di un mediatore di tale caratura storica toglie ossigeno a quella fazione "realista" che, pur fedele alla Guida Suprema, cercava di evitare lo scontro frontale con l'Occidente. Il rischio è che ora il comando passi interamente nelle mani di chi vede nella guerra l'unica forma di purificazione politica, trasformando Teheran in una fortezza assediata e priva di finestre sul mondo.

Il bersaglio: non solo un uomo, ma una visione

Il messaggio inviato da Gerusalemme con questo raid travalica l’obiettivo logistico. Colpire Larijani significa dichiarare la fine delle zone d'ombra. Significa dire ai vertici iraniani che la protezione istituzionale è un mito infranto e che l'intelligence avversaria è penetrata fin nelle stanze dove si disegna il futuro profondo del Paese. Non è stato colpito un comandante di brigata in Siria, ma l'uomo che coordinava i flussi di potere che tengono unito l'asse regionale. Questa erosione della sicurezza pone l'Iran di fronte a un dilemma amletico. I radicali chiederanno ora una ritorsione esemplare per ristabilire l'onore ferito. Tuttavia, la mancanza di un tessitore come Larijani rende questo sentiero estremamente pericoloso: senza la sua capacità di calibrare la risposta, il rischio di un’escalation totale, che l’Iran non può permettersi economicamente, diventa una possibilità concreta. La sua fine costringe i vertici a una scelta binaria: una reazione simmetrica che rischi l'incendio globale o un silenzio che suonerebbe come un'ammissione di impotenza terminale.

L’ironia tragica di un destino sospeso

C’è una severa analisi etica da fare sulla parabola di quest’uomo. Larijani è stato spesso guardato con sospetto dai falchi più accesi proprio per la sua propensione all'analisi complessa e alle radici storiche dei conflitti. Lo accusavano di essere troppo incline al compromesso, quasi un corpo estraneo in un sistema che predilige il martirio alla dialettica. Eppure, proprio quel sistema che a tratti lo aveva emarginato, si ricordi la sua esclusione dalle ultime competizioni presidenziali, si scopre oggi nudo. Senza Larijani, Teheran perde la sua capacità di interpretare il mondo esterno. Viene meno quella sottile intelligenza che sapeva leggere tra le righe dei comunicati internazionali o delle cancellerie europee. Resta una struttura di potere potente ma potenzialmente cieca, capace di colpire ma non di prevedere, di resistere ma non di evolvere. La sua uscita di scena non è solo un lutto per la diplomazia persiana, ma un segnale d'allarme per l'intero scacchiere internazionale: la "ragione di Stato" sta cedendo il passo alla "pulsione di distruzione".

Un monito per l’ordine mondiale

Nel silenzio che seguirà alle cerimonie funebri a Teheran, il peso della sua assenza si farà sentire non nelle piazze urlanti, ma nelle stanze del potere dove, per la prima volta in quarant'anni, mancherà la voce di chi sapeva che la vera forza di un impero non sta nel colpo che sferra, ma nel disastro che riesce a evitare. Ali Larijani scompare portando con sé l'ultimo brandello di una Persia che voleva essere rispettata come potenza, non solo temuta come minaccia. Con la fine del "filosofo", il Medio Oriente perde uno dei suoi ultimi attori capaci di recitare una parte diversa dal copione della violenza pura. Ciò che resta è un palcoscenico vuoto, pronto a essere occupato da protagonisti che non conoscono la pazienza, ma solo la velocità devastante dei missili.

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