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L'estetica dell'osceno: perché il male ha bisogno di un profumo. Nel caos bisogna stare fermi

L'estetica dell'osceno: perché il male ha bisogno di un profumo. Nel caos bisogna stare fermi

Esiste un paradosso profondo che attraversa la storia dei grandi bestseller: il successo planetario di un libro non si misura quasi mai dalla sua capacità di confortare il lettore, quanto piuttosto dalla sua abilità di renderlo complice di un'osservazione scomoda. È accaduto con "Il Profumo" di Patrick Suskind, un bestseller da venti milioni di copie, tradotto in più di quaranta lingue, che dal 1985 a oggi non ha smesso di interrogarci. Chi cerca un'informazione, o una narrazione, che non si fermi alla superficie dei fatti, trova in queste pagine non un semplice racconto, ma una dissezione etica della nostra percezione. L'autore, nel suo labirinto olfattivo, costruisce una tesi potente: l'odio, per potere camminare indisturbato tra noi, deve farsi profumo. Deve, cioè, alimentarsi di una patina di accettabilità. Il vero orrore, la "bruttezza interiore" di cui facciamo esperienza nella vita quotidiana, quella che si palesa all'improvviso in un volto segnato dall'odio, è un'apparizione così oscena da risultare, paradossalmente, non narrabile. È un'immagine che ripugna perché ci costringe a fare i conti con la nostra parte insana, con quel buio che portiamo dentro e che temiamo di vedere specchiato negli altri. Il meccanismo descritto nel romanzo è un'operazione di rimozione collettiva. E così la vecchia mal vissuta, il volto in cui l'odio è tracciato a solchi profondi,  svanisce nel nostro sguardo per trasformarsi magicamente in una signora di mezza età, anonima, avvolta in una scia di fragranza che ne maschera la sostanza. La nostra cecità,  quella di un mondo che preferisce l'illusione alla nuda verità, fa il resto, permettendo all'odio di circolare indisturbato. È proprio qui  che la letteratura cessa di essere un passatempo e diventa una dotazione di bordo: i libri che contano sono quelli che ci portiamo addosso e che si manifestano all'occorrenza, come quando incrociamo qualcuno per strada e, d'improvviso, la finzione letteraria cede il passo a una verità che non avevamo saputo nominare. Questa distanza tra il percepito e il reale si amplia ulteriormente quando la parola scritta diventa immagine.  L'adattamento cinematografico del romanzo a opera di Tom Tykweer nel 2006 è, sotto questo aspetto, un esperimento visivo audace, ma inevitabilmente diverso dal testo originale. Se nel romanzo l'orrore è un'esperienza quasi metafisica, mediata dalla prosa che scava nella psiche di Grenouille, nel film diventa una questione estetica: la regia deve rendere visibile l'invisibile, trasformando l'odore in fotografia, in colori saturi e in primi piano morbosi. Mentre il libro ci lascia liberi di immaginare il "profumo dell'odio" e di proiettarlo sulle nostre paure più intime, il cinema ci impone una visione specifica, rendendo il male più patinato, forse più distante, sottraendogli parte di quel potere di "disturbo" soggettivo che solo la pagina scritta riesce a mantenere intatto.  Nel cinema, l'osceno viene estetizzato fino a diventare,  in qualche misura, "bello" da guardare, perdendo parte di quella durezza etica che costringe il lettore a voltarsi dall'altra parte. Oggi, in un panorama editoriale dove spesso il "bestseller" è un sinonimo di consumo rapido e intrattenimento usa e getta, i titoli che resistono al tempo sono quelli che non offrono evasioni ma strumenti di decodifica. La grande narrazione ha il compito ingrato di dare un nome a ciò che preferiremmo restasse indicibile, di denunciare quella "bruttezza interiore " che la società cerca costantemente di profumare per rendere digeribile. Siamo immersi in un mondo che sembra fare di tutto per distrarci, per spingerci a correre dietro a fragranze ingannevoli.  Ma la lezione più grande, e la sua eco nel nostro quotidiano, è un richiamo alla staticità vigile. In un'epoca dominata dalla frenesia dell'apparenza, la verità è un atto di resistenza. Richiede di restare fermi. Di osservare la maschera, di riconoscere la scia di profumo per ciò che è, una copertura, e,  finalmente, di guardare diritto in faccia l'oscurità, propria e altrui, con la severità etica di non teme di chiamare "osceno" ciò che, per convenzione, abbiamo imparato a chiamare "normale". I libri che davvero contano non sono quelli che ci fanno chiudere gli occhi per sognare, ma quelli che ci costringono a tenerli spalancati, anche quando lo spettacolo è di quelli che non preferiremmo vedere.

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