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Analisi

Giustizia da riformare, ma guai a riformarla: il paradosso di Chiorazzo

"La mafia c'è anche in Basilicata": così Chiorazzo porta la politica in piazza

Angelo Chiorazzo

Angelo Chiorazzo ha deciso di spiegare perché voterà No al referendum sulla riforma della magistratura. Leggendo il suo intervento diffuso oggi si capisce una cosa: la riforma non gli piace. Ma non si capisce perché. Il leader di Basilicata casa comune parte da una constatazione che nessuno contesta: la giustizia italiana ha bisogno di riforme. I cittadini chiedono processi più rapidi, efficienza e certezza del diritto. È vero. E allora ci si aspetterebbe che, dopo questa premessa, arrivi una critica precisa alla riforma proposta. Invece no. Chiorazzo dice che le riforme «si costruiscono ascoltando innanzitutto la magistratura». È una tesi curiosa. In una democrazia parlamentare le riforme le fanno il Parlamento e il governo che hanno ricevuto il mandato dagli elettori. La magistratura applica le leggi. Se chi deve essere riformato diventa il primo giudice della riforma, il risultato è prevedibile. Il ragionamento poi prosegue con un’accusa alla maggioranza: starebbe procedendo «da sola». Ma questo è esattamente ciò che accade in qualsiasi sistema democratico. Le maggioranze governano. Non esiste un obbligo di consenso unanime sulle riforme. Nel comunicato si riconosce che i cittadini vogliono una giustizia più efficiente. Però non si spiega perché la riforma non andrebbe in quella direzione. Non c’è un articolo citato, non c’è una norma contestata, non c’è un punto tecnico discusso. Se si boccia una riforma, sarebbe utile indicarne un’altra. Come ridurre i tempi dei processi? Come rendere più efficiente il sistema giudiziario? Come restituire fiducia ai cittadini? È un modo molto comodo di affrontare il tema delle riforme: dichiararsi favorevoli al cambiamento e poi opporsi quando il cambiamento arriva.

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