IL MATTINO
Cultura
11.03.2026 - 10:44
Nel 1964 i Beatles vennero a New York. Avevamo acquistato i biglietti con largo anticipo,grazie a mia madre che aveva telefonato direttamente al loro impresario. Sembrava un 'impresa impossibile, eppure il mondo si era aperto davanti a noi come un sipario pronto a svelare qualcosa di incredibile.
I loro dischi li avevamo consumati, io e i miei fratelli, conoscevamo i testi a memoria, così la musica, nota per nota. Non ci stancavamo di ascoltarli.La mia canzone preferita era "Please Mr.Postman, la cover del brano originale delle Marvelettes, un gruppo femminile, che i Beatles avevano interpretato al maschile. John Lennon, nella loro versione, supplicava disperatamente il postino perché gli consegnasse la lettera della fidanzata, aggiungendo una vulnerabilità maschile allora piuttosto insolita per il pop rock britannico, con un arrangiamento più strong, grazie alla batteria di Ringo Start e all'uso delle chitarre elettriche.
La cantavo ovunque. Mentre apparecchiavo la tavola, mentre camminavo tra le stanze, mentre guardavo il traffico rumoroso dalla finestra, persino sottovoce, e pure quando mia madre parlava a telefono, anche se lei non ci faceva più caso. La casa era ampia, respirava musica. Le pareti spesse e leggermente risonanti, amplificavano ogni nota del pianoforte che avevamo e ogni strimpellare di chitarra, durante le cene che mia madre dava per i suoi amici del cinema. Il profumo del vino, del pane appena sfornato e delle erbe aromatiche si mescolava al suono degli strumenti: la musica e i loro odori si conservano, creando un piccolo mondo magico solo nostro. Le tende pesanti lasciavano filtrare una luce calda, che rendeva i mobili e i quadri parte del spettacolo.
Avevamo fatto prendere a nostra madre cinque biglietti, anche per i nostri amici e arrivammo molto prima del concerto, camminando tra la folla già numerosa. New York pulsata di vita: i clacson dei taxi gialli, i passi frettolosi, i venditori ambulanti, il profumo dei fiori freschi mescolato a quello dei giornali, della polvere e dell'asfalto caldo. L'aria vibrava di suoni contrastanti eppure armoniosi. La città sembrava suonare una sua melodia: noi eravamo parte di essa.
La fila si estendeva per isolati, ma noi camminavano come sospesi, cantando sempre più forte. Le nostre voci, tremanti ed entusiaste, si mescolavano al caos urbano, creando un piccolo concerto improvvisato sul marciapiede. Alcuni passanti si fermavano e sorridendo si univano a noi. Ogni nota che usciva dalle noste bocche sembrava un ponte tra noi e il mondo intorno. Poi accadde l'imprevedibile: uno del seguito dei Beatles uscì tra la folla con una cinepresa, per riprendere ogni gesto, ogni sorriso, ogni fremito di emozione. Ci sentimmo protagonisti di un film improvvisato, parte di qualcosa che sarebbe rimasto nella storia, anche solo per un istante.
Il cuore batteva forte, eppure la gioia ci faceva sentire leggeri, come se potessimo volare sopra i marciapiedi, sopra la folla. Sentivo il biglietto tra le dita, sottile e fragile, prezioso, come se contenesse lintera nostra esistenza. All'improvviso tra il brusio apparve Paul McCartney. La sua figura spiccava tra la folla come un raggio di luce. Con la chitarra in mano, iniziò a cantare con noi. Non c'era spazio per la vergogna, non c'era tempo per l' incredulità. Cantavamo ridendo e piangendo, incapaci di smettere. Le lacrime scendevano lungo le guance, mescolate al vento che portava con sé il profumo dei fiori, della carta dei giornali e della strada calda. Il tocco delle corde della chitarra di Paul si sentiva fisicamente, percepivamo ogni vibrazione nei nostri corpi.
Quando riuscimmo a entrare nella sala, tutto sembrava già visto, avevamo già vissuto il concerto, tra marciapiedi, clacson e vento di New York, eppure la magia era ancora lì. Le luci del pomeriggio filtravano attraverso le finestre alte, illuminando il pavimento di legno e le sedie. Ogni nota rimbalzata sulle pareti come un'eco viva della nostra eccitazione. Sentivamo le vibrazioni dei bassi sotto i piedi. Ogni battito del cuore era un metronomo che scandiva il tempo di quell'istante perfetto.
*Questo racconto breve è nato durante uno dei laboratori di scrittura che tengo, perché scrivere è un attimo, ma come tutte le cose rapide occorre: disciplina, studio, talento e abbondanti e ampi cassetti in cui andarsi a conservare, ma soprattutto serve avere la musica dentro e in testa.
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