IL MATTINO
Libri
09.03.2026 - 16:17
Il made in Italy è una vetrina luminosa. Dietro, però, c’è il retrobottega. È lì che Ivan Cimmarusti e Sara Monaci, giornalisti del Sole 24 Ore, hanno deciso di guardare. Non dalle passerelle o dai consigli di amministrazione, ma dai capannoni, dai magazzini, dai cantieri invisibili delle città. Il loro libro - con prefazione di Tito Boeri - è un viaggio all'interno del lavoro contemporaneo, quello che non compare nelle campagne pubblicitarie. L’inchiesta attraversa alcune delle filiere più simboliche dell’economia italiana: moda, logistica, servizi urbani. Un mosaico ricostruito con atti giudiziari, testimonianze dirette e indagini sul campo. Il quadro che emerge non ha molto a che vedere con l’immagine rassicurante del capitalismo creativo che il Paese ama raccontarsi. La chiave di tutto è una parola: subappalto. Anzi, catena di subappalti. Un sistema che, passaggio dopo passaggio, allontana la responsabilità e diluisce i controlli. In mezzo compaiono cooperative effimere, società fantasma, contratti irregolari. E soprattutto una forza lavoro fragile, spesso migrante, esposta al ricatto permanente dell’occupazione. Nei capannoni dell’hinterland milanese — raccontano Monaci e Cimmarusti — si consuma una quotidianità fatta di turni lunghissimi e paghe minime. A volte pochi euro l’ora. Nei servizi delle grandi città il copione non cambia: rider che consegnano pasti correndo contro il tempo, addetti alla sicurezza pagati poco e male, lavoratori che vivono ai margini di una filiera che li utilizza ma raramente li riconosce. E poi ci sono i dormitori. Spazi improvvisati, spesso abusivi, dove lavoro e vita finiscono per confondersi. Stanze affollate, materassi allineati, capannoni adattati a dormitorio. Una geografia nascosta dell’economia globale. La struttura del sistema è piramidale. In alto i marchi celebrati, i gruppi quotati, le aziende che incarnano l’eccellenza italiana. In basso una costellazione di imprese intermedie che gestiscono la manodopera. È in questa fascia che, secondo l’inchiesta, si concentrano le pratiche più opache. Il risultato è un racconto che non indulge alla retorica. Piuttosto mette insieme i pezzi di un puzzle che da anni compare nelle cronache giudiziarie e nelle vertenze sindacali. Lo sfruttamento, suggeriscono le pagine del libro, non è un incidente di percorso. È una componente strutturale di un modello produttivo che continua a generare valore, ma che spesso lo fa appoggiandosi su una base di lavoro invisibile. La vetrina resta luminosa. Ma basta fare un passo dietro per vedere che il retrobottega è molto meno elegante. E che, senza quel retrobottega, il made in Italy semplicemente non funzionerebbe.
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