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Carburante alle stelle, l'Italia paga il conto della guerra

Carburante alle stelle, l'Italia paga il conto della guerra

I prezzi del petrolio hanno superato i 100 dollari al barile per la prima volta da più di tre anni e mezzo, poiché la guerra in Iran ostacola la produzione e il trasporto in Medio Oriente. Il prezzo di un barile di greggio Brent, lo standard internazionale, era di 101,19 dollari poco dopo la ripresa delle contrattazioni al Chicago Mercantile Exchange, in aumento del 9,2% rispetto al prezzo di chiusura di venerdì pari a 92,69 dollari. Il West Texas Intermediate (Wti), il greggio leggero prodotto negli Stati Uniti, era venduto a circa 107,06 dollari al barile. Si tratta di un aumento del 16,2% rispetto al prezzo di chiusura di venerdì, pari a 90,90 dollari.

Entrambi potrebbero aumentare o diminuire con il proseguire delle contrattazioni di mercato. L’elemento discriminante, ripetono analisti e trader, sarà la durata del conflitto, anche se gli Usa – per voce del ministro dell’energia Chris Wright – rassicurano sostenendo che lo stretto di Hormuz riaprirà “presto” e che al mondo “non mancano petrolio e gas”. Parole accompagnate tuttavia da una constatazione che suona come un monito strategico: “la Cina sta per perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio”. Iran, Venezuela e Russia rappresentano, secondo alcune stime di Kpler, il 40% delle sue importazioni globali, numeri comunque imprecisi viste le sanzioni e i meccanismi utilizzati per aggirarle.

Pechino, inoltre, importa circa il 50% del suo petrolio dai Paesi dell’area del Golfo, una dipendenza che condivide con altri Paesi asiatici come Giappone e Corea del Sud, che infatti sta pensando a forme di tetto ai prezzi di fronte alla riduzione delle consegne. Per gli esperti, l’utilizzo da parte dei sauditi del terminal sul Mar Rosso è insufficiente a compensare il blocco dello stretto di Hormuz, situazione che ha indotto Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti a ridurre o bloccare la produzione. Secondo i calcoli dell’Agenzia internazionale dell’energia, gli oleodotti esistenti potrebbero al massimo gestire 4 milioni di barili al giorno sui 20 milioni che transitano normalmente nello stretto. La saudita Aramco – e in parte anche la compagnia emiratina – può contare sul terminal di Yanbu nel Mar Rosso. Anche per questo le sue azioni sono salite alla borsa di Riad, visto che il rialzo del prezzo del petrolio spinge in crescita i bilanci della compagnia.

Si tratta comunque di una misura che limita ma non compensa il blocco dell’export, oltre al fatto che anche i suoi impianti sono stati oggetto dei droni iraniani. Dubbi emergono anche sulla fattibilità della proposta di Donald Trump di scortare, tramite un sistema di convogli, le petroliere fuori dal Golfo e sulle coperture assicurative delle navi. Nel medio termine, poi, un ulteriore elemento di restrizione del mercato è rappresentato dalla distruzione delle infrastrutture iraniane e dal possibile piano degli Stati Uniti per occupare, con una forza terrestre, l’isola di Kharg, da cui transita il 90% del petrolio di Teheran.

Le stime di Goldman Sachs indicano per l’Iran una produzione di 3,5 milioni di barili al giorno e 0,8 milioni di condensato, pari al 4% della produzione mondiale, di cui circa la metà destinata all’export. Secondo un rapporto di Bloomberg Economics, firmato da Ziad Daoud, “né l’Iran, né gli Stati Uniti e Israele stanno mostrando segnali di distensione” e il rialzo a 93 dollari non esprime pienamente i rischi in corso. Per questo, rileva l’analista, il prezzo potrebbe salire ad almeno 108 dollari al barile, perché le misure per limitare i danni – dall’utilizzo del terminal nel Mar Rosso alle speranze di un conflitto breve – non sono ritenute convincenti.

Il Codacons torna a chiedere al governo l’attivazione immediata dello strumento dell’accisa mobile, a fronte del perdurare dell’ondata di rincari dei carburanti sulla rete italiana. La benzina in diverse zone del Paese supera oggi 1,8 euro al litro al self, mentre il gasolio al servito in autostrada viaggia verso 2,6 euro al litro in alcuni impianti. “Oggi in cinque regioni italiane il prezzo medio della benzina in modalità self ha superato la soglia di 1,8 euro al litro: Basilicata (1,812 euro), Calabria (1,820), Sicilia (1,805), Valle d’Aosta (1,807), Provincia di Bolzano (1,819) e Trento (1,805).

Il prezzo medio del gasolio al self ha raggiunto la soglia psicologica dei 2 euro al litro a Bolzano, 1,992 euro a Trento, 1,989 in Calabria, 1,985 in Valle d’Aosta e 1,984 in Sicilia. Guardando alla rete autostradale, aumenta il numero di impianti che al servito vendono il gasolio sopra 2,5 euro al litro, con punte vicine ai 2,6 euro sulla A4 e sulla A28, dove il diesel costa 2,572 euro al litro. “Il governo deve accogliere la nostra richiesta e tagliare subito le accise sui carburanti per almeno 15 centesimi al litro – afferma il Codacons –. Una misura che riporterebbe i listini ai livelli precedenti la crisi e aiuterebbe anche a contenere i prezzi dei prodotti trasportati, specie gli alimentari, considerando che oltre l’80% delle merci vendute in Italia viaggia su gomma”.

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