IL MATTINO
Cultura
09.03.2026 - 16:54
Non è un'operazione nostalgia, né la solita agiografia in alta definizione che il servizio pubblico riserva ai suoi monumenti nazionali. "Il mio nome è Riccardo Cocciante", il documentario trasmesso da Rai 1 e adesso su Raiplay, è piuttosto un tentativo di descrizione. Il soggetto, d'altronde, è tra i più complessi della nostra storia pop: un uomo che ha trasformato il limite fisico in estensione vocale e la timidezza cronica in una ferocia interpretativa quasi animale.
Il racconto procede per sottrazione, evitando con cura le secche del melenso. Non serve la lacrima facile quando hai a disposizione la parabola di un "esiliato" perenne. Nato a Saigon, cresciuto tra il Vietnam e Roma, Riccardo Cocciante non è mai appartenuto veramente a un luogo, se non a quella terra di mezzo che sta tra il pianoforte e il microfono. Il film restituisce bene questa sensazione di austerità. Cocciante non era bello, non era alto, non aveva la sicumera dei cantautori impegnati dell'epoca, né la rassicurante compostezza dei divi di Sanremo. Era, ed è, un unicum.
Il punto di forza del documentario risiede nell'analisi del metodo. C'è un'etica del lavoro quasi calvinista dietro quelle esplosioni vocali che molti, superficialmente, hanno liquidato come"urla". Il film documenta come la sua scrittura sia in realtà un'indagine sociale sui sentimenti minimi: la gelosia, l'abbandono, l'inadeguatezza. Non è un caso che la sua consacrazione sia passata per una collaborazione "alta" come quella con Ennio Morricone o per la visione monumentale di Notre-dame de Paris. Il film ci ricorda che Cocciante ha saputo fare ciò che ai più fallisce: istituzionalizzare l'emozione pura senza renderla banale.
Il documentario sottolinea come abbia anticipato di decenni l'accettazione dell'imperfezione come canone estetico. E poi emerge con chiarezza il suo profilo internazionale, e cioè quello di un artista che parla quattro lingue, pensa in francese ma sente in italiano, capace di dominare le classifiche europee con brani creati a posta per ogni singolo mercato, senza piegarsi alle mode del momento.
C'è un filo invisibile che lega le testimonianze raccolte: la percezione di un uomo che osserva il mondo con una distanza quasi analitica, venata da una sottile ironia verso lo star system. Cocciante abita il successo come un inquilino di passaggio, pronto a tornare nel suo studio non appena le luci si spengono. In un'epoca di sovraesposizione costante, dove ogni artista è costretto a essere un brand, "Il mio nome è Riccardo Cocciante" ci restituisce la dignità del mistero. Perché è il ritratto di un uomo che ha capito, prima di altri, che per essere ascoltati davvero non serve urlare più forte, ma sapere dosare il silenzio prima della nota giusta.
"Bisogna iniziare sempre da capo. Ogni canzone va riscoperta, rivissuta. Questa è la mia vita", una sintesi perfetta.
Nota a piè di pagina
Il docufilm "Il mio nome è Riccardo Cocciante", diretto da Stefano Salvati, offre un un ritratto intimo dell'artista attraverso un viaggio che tocca luoghi simbolici e si avvale della partecipazione di storici compagni di percorso e di foto e di documenti di repertorio. Per quanto riguarda i luoghi, la narrazione si snoda tra scenari iconici che hanno segnato la carriera di Cocciante e le sue esibizioni più recenti: Roma e le Terme di Caracalla; l'Arena di Verona; Parigi, la città fondamentale per la sua formazione e per il successo internazionale di Notre-dame de Paris; Saigon che richiama le sue radici e l'infanzia in Vietnam. Sul fronte dei collaboratori e delle testimonianze il film raccoglie i contributi di figure chiave della cultura e dello spettacolo: Luc Plamondon, il paroliere canadese con cui ha creato il fenomemo globale Notre-dame de Paris; Pasquale Panella, autore dei testi dei suoi album più sperimentali e di successo degli anni '80 e '90; Mogol che ha collaborato alla scrittura di brani storici; David Zard che portò Notre-dame de Paris in Italia, facendo costruire un teatro a posta con un'acustica perfetta, attraverso filmati e il ricordo del figlio Clemente Zard, i tanti colleghi che lo hanno frequentato e cantato i suoi brani in questi lunghi anni di successo come: Fiorella Mannoia, Marco Masini, Massimo Ranieri, Laura Pausini e le nuove leve della musica pop italiana come Achille Lauro ed Elodie. E poi c'è Il regista Stefano Salvati, collaboratore di lunga data di Riccardo Cocciante nel campo dei videoclip musicali.
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