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Sovraffollamento e fragilità sanitarie nelle carceri lucane, il garante Silletti lancia l'allarme

Farmacia dell’ospedale di Tinchi, il garante Silletti scrive al Consiglio comunale di Pisticci: "No a strumentalizzazioni"

Il garante Tiziana Silletti

“In qualità di Garante regionale per i detenuti della Regione Basilicata, ritengo doveroso richiamare con forza l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulla situazione estremamente critica in cui versano gli istituti penitenziari lucani, una condizione che appare oggi particolarmente allarmante e non più rinviabile. Il problema del sovraffollamento rappresenta l’emergenza più evidente: in celle progettate per ospitare tre persone si arriva, in diversi casi, a registrarne anche sei. Una condizione che incide profondamente sulla qualità della vita detentiva, compromette gli spazi minimi di vivibilità, alimenta tensioni interne e rende ancora più complessa la gestione quotidiana delle strutture”. Lo dichiara la garante regionale per i detenuti, Tiziana Silletti, che prosegue: “A ciò si aggiunge una questione di estrema delicatezza: la presenza di persone con problematiche psichiatriche ristrette all’interno degli istituti penitenziari, spesso in assenza di adeguati percorsi alternativi o di strutture idonee. Il carcere non può e non deve diventare il luogo di risposta a fragilità sanitarie e psicologiche che richiedono invece interventi specialistici e presidi territoriali appropriati. Un’ulteriore criticità riguarda la carenza di medici e professionisti sanitari. È doveroso precisare che tale situazione non dipende da una mancanza di attenzione da parte delle Aziende sanitarie, che anzi dimostrano costante impegno, ma dalla difficoltà concreta nel reperire medici disposti a prestare servizio all’interno delle case circondariali. Questa carenza incide in modo significativo sulla continuità assistenziale e sulla tutela della salute delle persone detenute, che resta un diritto fondamentale e inviolabile”. “Non meno rilevante – continua Silletti - è il tema dei percorsi rieducativi e di reinserimento, che costituiscono l’asse portante della funzione costituzionale della pena. Tali percorsi vengono attivati e promossi, ma con risorse spesso insufficienti e con margini operativi limitati. Senza investimenti adeguati in formazione, lavoro, istruzione e sostegno psicologico, il principio rieducativo rischia di restare solo un enunciato normativo, invece che una concreta opportunità di cambiamento”. “È importante sottolineare – spiega la Garante - che questi temi possono apparire scontati, già dibattuti e più volte affrontati nel tempo. Tuttavia, riportarli con forza all’attenzione pubblica significa accendere un faro su una situazione che ha raggiunto un livello emergenziale, non più sostenibile e non più sottovalutabile. La reiterazione del problema non ne riduce la gravità; al contrario, ne evidenzia l’urgenza di soluzioni strutturali e immediate. Particolare centralità deve essere riconosciuta ai percorsi rieducativi, affinché le persone che attraversano l’esperienza detentiva non ne escano ulteriormente segnate da condizioni di disagio, fragilità o esclusione, ma possano invece accedere a strumenti concreti per costruire nuovi percorsi di vita. Il carcere, nel rispetto della legalità e della sicurezza, deve rappresentare un luogo di responsabilità, ma anche di possibilità: un contesto in cui si possa realmente investire sul cambiamento, affinché la pena assolva pienamente alla sua funzione costituzionale di rieducazione. Non può inoltre essere ignorata la situazione della Polizia Penitenziaria, che svolge quotidianamente un compito complesso e delicato con professionalità e senso del dovere. Gli agenti si trovano tuttavia in numero insufficiente rispetto alle esigenze reali degli istituti, con conseguenti carichi di lavoro elevati e condizioni operative spesso difficili. È necessario riconoscere e sostenere il loro ruolo fondamentale, garantendo adeguato potenziamento degli organici e condizioni lavorative più equilibrate. “Al centro di ogni riflessione – precisa - deve rimanere il principio della dignità umana, che non viene meno con la restrizione della libertà personale. La Costituzione della Repubblica Italiana afferma con chiarezza che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Questo principio non è solo un riferimento giuridico, ma un impegno morale e civile che chiama tutti — istituzioni, amministrazioni e società — a garantire condizioni detentive conformi ai diritti fondamentali. La situazione attuale richiede interventi urgenti, strutturali e coordinati: potenziamento del personale sanitario e della Polizia Penitenziaria, soluzioni alternative per i soggetti fragili, investimenti concreti nei percorsi di reinserimento e misure efficaci per ridurre il sovraffollamento”. “Le carceri – conclude Silletti - non possono essere luoghi di marginalità, ma devono rappresentare spazi di legalità, sicurezza e reale opportunità di recupero. È una responsabilità collettiva assicurare che il sistema penitenziario rispecchi pienamente i valori costituzionali e il rispetto della persona, nella consapevolezza che il livello di civiltà di una comunità si misura anche da come tratta chi si trova in condizioni di restrizione della libertà”.

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