IL MATTINO
Politica estera
05.03.2026 - 20:06
Non è solo una questione di sopravvivenza, sebbene il "manuale di resistenza" sia ormai il testo sacro a cui il Primo Ministro spagnolo ha abituato le cancellerie europee. Quello che sta andando in scena a Madrid tra le mura del Palazzo della Moncloa e i corridoi concitati delle Corti Generali, è qualcosa di più profondo: è la scommessa di un leader che ha deciso di sfidare la gravità della polarizzazione per tentare una sintesi impossibile, tanto sul fronte interno quanto su quello internazionale. Il suo coraggio non risiede nella temerarietà del rischio fine a se stesso ma nella capacità di abitare il conflitto senza farsi divorare da esso, trasformando la necessità di una visione politica che prova a spiegare le radici storiche di un'Europa oggi smarrita e di una nazione, la Spagna, perennemente in cerca di se stessa. Questa postura si è manifestata con una nitidezza quasi spiazzante nel rapporto con l'amministrazione di Donald Trump. Mentre il resto del continente oscillava tra il timore reverenziale e la ricerca affannosa di un compromesso preventivo, lui ha scelto la via del "no" argomentato. Non si è trattato di un'opposizione ideologica e sorda, ma di una difesa della sovranità che affonda le sue ragioni in una severa analisi etica del ruolo della Spagna nel mondo. Rifiutare l'allineamento automatico su dossier cruciali: dalla gestione delle basi militari, alle politiche daziarie, è stato un atto di solitudine politica che inizialmente ha fatto tremare i mercati, ma che nascondeva una strategia di lungo respiro: dimostrare che la fedeltà atlantica non deve necessariamente tradursi in una delega in bianco. C'è una sottile ironia nel vedere come questo rifiuto iniziale, apparentemente isolazionista, sia diventato il catalizzatore di una nuova convergenza. Il premier ha capito prima di altri che per trattare con una leadership che concepisce il mondo in termini di forza e di transazione, non serve la cortesia diplomatica ma la fermezza di un'identità chiara. Una volta segnato il perimetro, ha saputo far convergere le proprie posizioni con quelle della Commissione Europea, elevando il proprio dissenso a questione continentale e costringendo Bruxelles a ricordare che una minaccia al modello sociale spagnolo è una minaccia all'intero mercato unico. Questa medesima geometria variabile del consenso si riflette, specularmente, nella gestione delle fratture domestiche. La stessa grammatica politica usata a Washington è applicata tra le strade di Barcellona e i corridoi della Moncloa, dove lui ha sfidato il dogma dell'immobilismo costituzionale per una sintesi che molti scambiano per resa, ma che appare come l'unica via per la conservazione dell'unità nazionale. Concedere l'amnistia e aprire al dialogo con chi aveva tentato di spezzare il Paese non è stato un cedimento, bensì un atto di chirurgia politica volto a estrarre il conflitto dai tribunali per riportarlo nel suo alveo naturale. Lui ha compreso che l'identità di una nazione moderna non si difende solo con la forza della legge, ma con la capacità di assorbire il dissenso, trasformando la minaccia di una successione in una negoziazione permanente. È la stesse logica usata con i dazi americani: non negare la realtà dello scontro, ma perimetrarlo, costringendo l'avversario a muoversi dentro un quadro di regole condivise. In questo processo di sintesi il Primo ministro spagnolo evita le facili schematizzazioni. La sua non è una battaglia contro demoni estranei, ma una gestione pragmatica di una nuova realtà globale e sociale. Ha saputo integrare la fermezza dei principi con la flessibilità della Realpolitik, dimostrando che si può essere radicali nella difesa dei diritti pur rimanendo degli interlocutori credibili. È la pragmatica dell'audacia: sapere stare soli quando il prezzo del silenzio è troppo alto per poi rientrare nel coro europeo e nazionale come la voce che ha saputo indicare la direzione quando tutti gli altri restavano immobili nel rancore o nella paura. Camminando su questo filo del rasoio, sta riscrivendo il ruolo della sinistra europea, portandola oltre la semplice testimonianza per farne uno strumento di governo delle crisi più profonde. Il rischio rimane altissimo, ma la sua lezione sembra chiara: l'unico modo per non essere travolti dalla storia è avere il coraggio di scrivere i capitoli più controversi, rifiutando la sicurezza dell'immobilità per abbracciare l'incertezza del futuro.
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