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Anniversari

Il secolo lungo di Via Solferino: l'archivio della Nazione tra etica e storia

Cento cinquanta anni di storia

Sede del Corriere della Sera

Il mio primo giornale è stato il Corriere della Sera, era il giornale che si leggeva in casa, un rito che si è tramandato. Mio padre usciva la mattina lo acquistava, poi dopo averlo sfogliato ri usciva. Io me ne impadronivo, mentre lui lo leggeva nel pomeriggio. Questo gli ultimi anni. Prima, quando aveva a disposizione i giornali in ufficio, non rinunciava all'acquisto del suo di giornale, perché la lettura del giornale  era uno dei momenti più importanti della giornata per lui, e voleva sottolinearlo anche acquistandolo da sé. Da bambina mi portava in edicola. A me toccava il Corriere dei piccoli, ma la lettura del giornale dei grandi prese subito il sopravvento su qualsiasi altra di lettura. I giornali su cui anch'io scrivo oggi stanno vivendo una profonda trasformazione, gli storici in maniera radicale,  le classi sociali si sono mischiate e la lettura del giornale richiede un'attenzione che non esiste più.  Per questo serve festeggiare le testate storiche: vuol dire che sono ancora vive.

Non è mia stato solo un giornale. Il Corriere della Sera è, da centocinquanta anni, la punteggiatura della storia italiana. Se la Nazione è una "comunità immaginata", via Solferino ne ha redatto i verbali, filtrando le passioni scomposte delle piazze attraverso il setaccio di una prosa che ha sempre cercato, non senza tormenti,  l'equilibrio tra il resoconto e la pedagogia civile. Nato nel Marzo del 1876, in un'Italia che ancora cercava di "farsi" dopo avere fatto i confini, il Corriere di Luigi Albertini non fu solo un'impresa editoriale, ma un progetto  politico-culturale. L'obiettivo era ambizioso e, a tratti, severo: dare una coscienza alla borghesia produttiva, separare il fatto dall'opinione (pur mantenendo quest'ultima ben ferma nel solco del liberalismo) e guardare all'Europa con il piglio di chi non vuole rimanere periferia. Attraverso le sue colonne sono passate le firme che hanno costruito la nostra lingua moderna. Da Luigi Einaudi, che dalle pagine del giornale spiegava l'economia come una branca della morale, fino a Dino Buzzati, capace di trasformare la cronaca nera in metafisica del destino umano. Senza dimenticare l'urlo corsaro di Pier Paolo Pasolini,  che proprio dalle colonne del quotidiano "borghese" per eccellenza lanciò le sue invettive contro il declino antropologico del Paese. La forza del Corriere risiede in questa sua doppia natura: essere specchio dei tempi e, contemporaneamente, lente d'ingrandimento. Non si è limitato a registrare i fatti, le guerre, il boom, il terrorismo,  le crisi di governo,  ma ha cercato di spiegare le radici sociali, spesso con quella sottile ironia che serve a smascherare le velleità del potere. Tuttavia, celebrare un secolo e mezza di storia richiede anche l'onestà di un'analisi etica rigorosa. Il giornale ha vissuto le sue stagioni d'ombra, i silenzi del ventennio, le battaglie interne per la proprietà, ma è sempre tornato a quel punto fermo che lo rende unico: la responsabilità verso il lettore. In un'epoca di informazione parcellizzata e algoritmi che urlano, il "metodo Corriere" rimane un presidio di approfondimento che non si ferma alla superficie. Oggi, nel 2026, la sfida non è più solo tipografica ma identitaria. In un mondo dove la notizia scade in pochi secondi, via Solferino scommette sulla durata. La scrittura "corrierista" continua a essere quel punto di riferimento per chi cerca non solo "cosa", ma soprattutto "perché". È l'eredità di una tradizione che non teme il futuro,  perché sa che, finché ci sarà bisogno di una voce autorevole,  capace di essere severa quando serve e ironica quando il dramma rischia di diventare farsa. Cento cinquanta anni dopo, il primo caffè della mattina ha ancora il profumo dell'inchiostro,  anche se il giornale lo leggiamo su uno schermo.  Perché, in fondo,  l'Italia si riconosce ancora in quel carattere tipografico: sobrio, elegante, e ostinatamente presente.

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