IL MATTINO
Cultura
03.03.2026 - 19:23
Esiste una forma di violenza sottile, quasi impercettibile, che non passa per la negazione di un dramma sociale, ma per la sua messa in scena rassicurante.
È la violenza dell'addomesticamento, quella capacità tutta italiana di prendere una ferita aperta, ripulirla dal sangue e trasformarla in un prodotto da esportazione o, peggio, in un rinfrescante spettacolo per famiglie.
La parabola culturale che conduce dagli scugnizzi "sporchi" e senza domani di Nanni Loy a quelli "intonati" , coreografati, de/scritti di Claudio Mattone e di Enrico Vaime non è solo un cambio di registro artistico; è la cronaca lucida di un’abdicazione intellettuale collettiva che ha trasformato il conflitto in folklore.
Quando Nanni Loy girava tra i vicoli di Napoli e le celle di Nisida alla fine degli anni Ottanta, non cercava il talento e non cercava il consenso. Cercava il corpo politico di una generazione che non aveva altra lingua se non quella della sopravvivenza o del delitto. I suoi ragazzi non erano personaggi funzionali a una trama, erano testimoni muti e feroci di un fallimento strutturale dello Stato.
Il cinema, allora, assolveva ancora al suo compito più alto e severo: non offrire soluzioni consolatorie, ma documentare l'irrisolto.
C'era un’etica del disagio che impediva di trasformare la miseria in estetica.
Lo scugnizzo di Loy era un urto, un disturbo permanente alla coscienza di una borghesia che pretendeva di aver risolto la "questione meridionale" attraverso l'illusione dei consumi. Era una figura tragica proprio perché priva di una via d’uscita individuale: la sua salvezza dipendeva da una rivoluzione sociale e storica che il Paese, semplicemente, non aveva intenzione di compiere.
Poi, quasi a voler medicare quel disagio con una mano di vernice lucida e un ritmo accattivante, è arrivata la versione di Mattone.
Qui la tragedia subisce un processo di gentrificazione narrativa che è lo specchio esatto dell'Italia degli ultimi decenni.
La marginalità viene filtrata attraverso il successo, il dolore viene incanalato nella sincronia dei passi di danza, e la redenzione diventa un fatto puramente individuale, quasi meritocratico.
Se sei bravo, se ti impegni, se canti con trasporto, il sistema ti apre la porta e ti concede una cittadinanza di serie B nel mondo dello spettacolo.
È il più grande e seducente inganno del nostro tempo: l’idea che la cultura debba servire a "salvare" i singoli per meriti artistici, lasciando assolutamente intatta la palude sociale che li ha generati.
Questa tendenza all'estetizzazione della marginalità non è rimasta confinata alle tavole di un palcoscenico, ma è tracimata, con una forza ancora più subdola, nel racconto mediatico e televisivo contemporaneo. Abbiamo assistito alla nascita di un vero e proprio feticismo della periferia, dove il "male" non è più un oggetto di analisi sociologica, ma un elemento di arredo scenico, una texture visiva necessaria a vendere un prodotto.
Se Loy cercava di decifrare il codice di una violenza subita dalla struttura sociale, la narrazione odierna, erede della lezione di Mattone più che di quella di Loy, la trasforma in una sorta di pornografia del degrado, dove il confine tra denuncia e compiacimento si è fatto sottilissimo.
In questo scivolamento verso il musical e la sua successiva deriva televisiva, l’Italia ha barattato la comprensione profonda delle cause con l’emozione istantanea del risultato.
Abbiamo sostituito la sociologia con il sentimentalismo, la denuncia con l’intrattenimento edificante.
E il dato più inquietante è che abbiamo chiamato tutto questo "progresso".
Ci siamo convinti che portare la periferia a teatro, ripulita e istruita a stare in scena, fosse un atto di civiltà superiore alla cruda cronaca di un tempo.
Non ci siamo accorti che stavamo solo trasformando l’esclusione in un souvenir, un oggetto di consumo per chi vuole sentirsi "coinvolto" senza mai essere realmente "disturbato".
L’integrazione di questo modello nel tessuto della nostra comunicazione ha completato l’opera di anestesia.
Oggi, il racconto della marginalità passa per un filtro che esalta il folklore criminale o il riscatto miracoloso, saltando a piè pari la noiosa e faticosa analisi delle mancanze dello Stato, delle scuole fatiscenti, dei servizi sociali ridotti al lumicino.
Si preferisce lo scugnizzo che "ce la fa" perché conferma il mito della resilienza individuale, una parola che abbiamo imparato a usare per non dover più parlare di giustizia sociale.
L'impoverimento culturale di cui soffriamo passa esattamente per questa porta: la perdita della capacità di reggere il tragico e l'irrisolto.
Il film di Loy ci lasciava con l'amaro in bocca, con una domanda sospesa sulle nostre responsabilità di cittadini; il musical e le sue derivazioni ci congedano con un applauso liberatorio che assolve tutti.
Siamo diventati un Paese che osserva i propri figli più fragili attraverso lo spioncino di una serratura dorata: li vogliamo feroci quanto basta per intrattenerci e redenti quanto basta per non farci sentire in colpa. In questa dinamica, la lezione di rigore etico che Loy tentò di impartirci appare oggi come un reperto archeologico, un disturbo di frequenza in un palinsesto che esige solo armonia e finali lieti.
Abbiamo trasformato la questione sociale in una questione di casting, convinti che se il racconto è ben confezionato, la realtà che vi sta dietro possa anche continuare a marcire nel silenzio dei vicoli, lontano dalle luci della ribalta.
Nota a margine sui volti dei cast
C'è un dettaglio che illumina definitivamente lo strappo tra le due visioni: la selezione dei protagonisti. Nanni Loy scelse volti che portavano i segni fisici della strada, ragazzi prelevati dai quartieri popolari il cui sguardo conservava un'indomabilità non addestrabile, dove la recitazione era un'estensione della loro stessa verità esistenziale. Claudio Mattone, al contrario, ha costruito la sua fortuna su un vivaio di professionisti del talento, giovani artisti preparati tecnicamente per rispondere alle esigenze dell'industria del musical. Se i primi erano "corpi in rivolta" che prestavano la loro realtà alla finzione, i secondi sono "performer" che prestano la loro abilità a una narrazione, segnando il passaggio definitivo dalla testimonianza all'esibizione.
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