Cerca

Analisi

Il tramonto delle eminenze: Londra e il rito dell'autopurificazione

Il tramonto delle eminenze: Londra e il rito dell'autopurificazione

Non è un semplice arresto, e chiamarlo cronaca nera sarebbe riduttivo.
Quando Scotland Yard, a pochi giorni di distanza dal fermo di Andrea Mountbatten-Windsor, bussa alla porta di Peter Mandelson, la cornice che si sgretola è quella di un intero sistema di potere britannico. L’accusa, misconduct in public office, per entrambi è il sigillo su una stagione che, sotto la patina della rispettabilità istituzionale, celava l’uso privato di risorse pubbliche: informazioni riservate trasformate in valuta di scambio nel circolo vizioso che faceva capo a Jeffrey Epstein.
​Se negli anni '60, al tempo di Profumo, il destino di un uomo pubblico si giocava in una partita a scacchi silenziosa tra i corridoi di Westminster e le direzioni dei grandi giornali, dove la discrezione era un valore quasi quanto l'onore, oggi il palcoscenico è crollato.
Non sono più le élite a dettare i tempi della rivelazione.
L'era della disintermediazione digitale ha trasformato ogni documento in un ordigno a orologeria.
L'inchiesta su Epstein non si è fermata davanti al blasone o al peso politico: ha viaggiato su binari di trasparenza forzata che hanno reso impossibile, per chiunque, nascondersi dietro il velo della vecchia "riservatezza britannica".
​Mandelson, l’architetto del New Labour, e il figlio della Regina incarnano due facce della stessa medaglia: l’idea che esistessero zone franche, protette dal peso della legge, dove il potere potesse flirtare con l’abisso senza conseguenze.
Il fatto che oggi Scotland Yard agisca con questa determinazione non è un segno di "giustizia poetica", ma la prova che le vecchie reti di protezione, quelle fatte di influenze, privilegi e silenzi, non sono più in grado di reggere l’urto dell’opinione pubblica e delle nuove rivelazioni documentali.
​C’è una perversa maestria, tutta britannica, in questa "pulizia" sistemica.
Non si tratta di una purificazione morale spontanea, quanto di un freddo meccanismo di sopravvivenza.
Quando il marciume diventa insostenibile, il sistema sacrifica le pedine più visibili, siano esse ex ambasciatori o membri della famiglia reale, per isolare l'incendio.
È un rito di espiazione laica: eliminando il corpo estraneo, il sistema tenta di convincere il corpo elettorale che l'istituzione è, al suo interno, ancora integra.
​Tuttavia, in questa nuova epoca di trasparenza radicale, il sacrificio rituale rischia di non bastare più: il pubblico non reclama soltanto la testa del colpevole, ma comincia a esigere che vengano scardinate le fondamenta che hanno permesso a tale impunità di prosperare.
Quello che stiamo osservando non è solo la caduta di due uomini, ma il naufragio di una forma mentis.
Il Regno Unito, storicamente abituato a gestire i propri scandali con la discrezione di chi sa che la reputazione è il primo asset dello Stato, si trova oggi costretto a una trasparenza forzata.
​Restano, tra le pieghe di questa cronaca, le radici storiche di un sistema che ha costruito queste figure e che oggi le devora.
È il tentativo, forse disperato, di recidere il cordone ombelicale con un passato in cui l'etica era solo una formalità da ostentare nei discorsi ufficiali, mentre nelle retrovie si siglavano patti con chiunque promettesse accesso o prestigio.
Chi osserva le cose non fermandosi alla superficie dei fatti, cercando di spiegare le radici storiche e sociali di simili crolli, nota come la severità di questa analisi etica sia, in fondo, l'ultimo baluardo rimasto contro la decomposizione delle istituzioni.
​Ma c’è di più: il vero segnale di allarme per l'establishment non è la rabbia, che è rumorosa e passa, ma la stanchezza di un elettorato che guarda a questi arresti non più con stupore, ma con il distacco annoiato di chi assiste a una farsa logora.
La gente ha capito che il rito dell’autopurificazione è esso stesso parte del trucco, una scenografia montata per impedire che il sipario cada definitivamente sul teatro di Westminster.
La storia, implacabile come solo il tempo sa essere, ha iniziato a presentare il conto.
E questa volta, l’opinione pubblica non si accontenta di una recita: non basterà più un rimpasto di nomi per occultare un sistema che, per decenni, ha scambiato l’interesse pubblico con il proprio insaziabile appetito di dominio.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione