IL MATTINO
Cinema
23.02.2026 - 15:34
Si può davvero “spingere” con duemila influencer un’opera come Cime Tempestose?
La polemica che ha investito la promozione dell’ennesima trasposizione del romanzo di Emily Brontë chiama in causa non soltanto le strategie di una major come Warner Bros., ma un nodo più profondo: che cosa significa, oggi, rimettere in circolo una storia d’amore concepita per l’eternità in un’epoca che sembra diffidare di ogni eternità?
Cime Tempestose nasce nel 1847 come un oggetto letterario anomalo, feroce, quasi respingente.
Non è un romanzo sentimentale, se non nel senso più perturbante del termine.
Non racconta l’amore come conciliazione, ma come forza tellurica, come legame che sopravvive alla morte, come ossessione che divora individui e generazioni. Heathcliff e Catherine non sono eroi romantici: sono creature abitate da una pulsione primordiale, quasi mitica.
Il loro amore non è edificante, non consola.
È distruttivo, classista, rancoroso, e proprio per questo modernissimo.
La forza del libro sta nella sua struttura a scatole cinesi, nel racconto mediato, nel punto di vista obliquo che impedisce ogni identificazione rassicurante.
Emily Brontë non offre redenzioni facili. Heathcliff non è un dannato affascinante da merchandising; è un personaggio oscuro, vendicativo, capace di crudeltà sistematiche.
Catherine non è un’eroina da citazione Instagram; è una donna dilaniata tra desiderio e ambizione sociale, tra brughiera e salotto.
L’amore, qui, è una frattura ontologica: “Io sono Heathcliff”, dice Catherine, ma quella fusione è impossibile nel mondo sociale che li circonda.
Il cinema ha tentato più volte di addomesticare questa materia incandescente. Dalla versione con Laurence Olivier e Merle Oberon del 1939, sontuosa, melodrammatica, già proiettata verso l’icona romantica, fino all’adattamento del 1992 con Juliette Binoche e Ralph Fiennes, il grande schermo ha spesso privilegiato la dimensione passionale rispetto alla radicalità narrativa e morale del testo.
L’opera di Andrea Arnold del 2011 è forse quella che più si è avvicinata alla crudezza originaria: corpi sporchi, vento, fango, silenzi, un Heathcliff finalmente restituito alla sua alterità.
Ogni nuova versione si misura con un paradosso: più si tenta di rendere Cime Tempestose accessibile al pubblico contemporaneo, più si rischia di tradirne l’essenza.
E qui si inserisce la polemica sugli influencer.
Se davvero una campagna massiccia ha orientato il racconto pubblico verso l’entusiasmo programmato, la questione non è morale ma estetica: può un’opera fondata sull’inquietudine essere promossa come prodotto “aspirazionale”?
Nel tempo, il romanzo è stato abbondantemente sfruttato anche dalla cultura pop.
La canzone “Wuthering Heights” di Kate Bush ha trasformato l’eco spettrale di Catherine in una danza eterea, in una reinvenzione che è insieme omaggio e appropriazione.
Eppure, in quel falsetto quasi spiritato, in quella coreografia fuori dal tempo, c’era qualcosa di autenticamente brontëano: la consapevolezza che quella storia non è mai del tutto domestica, che contiene sempre un elemento di straniamento.
Riproporre oggi Cime Tempestose significa confrontarsi con un pubblico che consuma storie d’amore in forma seriale, algoritmica, spesso semplificata.
Le piattaforme moltiplicano passioni tormentate ma le incanalano in schemi riconoscibili, rassicuranti.
Heathcliff e Catherine, invece, non sono “shippabili”: non insegnano nulla, non evolvono verso una maturità condivisa, non offrono un modello relazionale spendibile.
Sono un fallimento magnifico.
Forse è proprio questo il punto.
In un’epoca che “non ha ancoraggi”, come si dice, il richiamo a un amore assoluto può funzionare come promessa di intensità. Ma l’assoluto di Emily Brontë non è consolatorio: è abisso.
Se lo si riduce a brand romantico, a hashtag virale, si svuota la sua carica eversiva. Il marketing può amplificare un film; non può restituire la vertigine del testo.
Il cinema di mercato, spesso accusato di passo stanco, cerca nell’eterna storia di Heathcliff e Catherine una garanzia di riconoscibilità.
Ma ogni ritorno a Cime Tempestose dovrebbe essere una scommessa rischiosa, non un’operazione di rendita culturale.
Perché quella brughiera non è un set neutro: è un paesaggio mentale, una metafora dell’irriducibilità del desiderio.
La domanda, allora, non è se sia lecito promuovere un film con duemila influencer. La domanda è se siamo ancora disposti a lasciarci inquietare da una storia che non promette felicità ma ossessione, che non offre modelli ma ferite.
Se la risposta è no, nessuna campagna potrà salvarci dalla rivelazione più scomoda: che Cime Tempestose continua a parlarci proprio perché non si lascia pacificare.
E che ogni tentativo di trasformarlo in prodotto perfettamente confezionato finirà per scontrarsi con il vento, antico e indomabile, della brughiera.
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