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Lunedì sarà vecchio

Lunedì sarà vecchio

C’è un’ostinazione quasi tenera, se non fosse profondamente irritante, in chi ancora sgrana gli occhi vedendo una donna a bordo campo. È il riflesso pavloviano di un mondo che immagina il calcio come un club per soli soci, dove noi saremmo ammesse solo come graziose spettatrici, lì per compiacere un uomo o per cacciare un contratto da copertina. ​Pensano che seguiamo la palla con lo sguardo vitreo di chi aspetta solo il fischio finale per andare a cena. Non capiscono che per noi, che abbiamo masticato il fango della periferia e il cinismo dei riflettori, il calcio non è un accessorio del corteggiamento. È una questione di anatomia del destino. ​Vederci lì, a studiare la simmetria di una difesa o la professionalità di un raddoppio di marcatura, destabilizza chi è rimasto fermo all'idea della "velina" come soprammobile.
Non sanno che non c’è compiacimento nel gelo di una domenica di gennaio. C’è solo la ricerca di un senso, di un verso che dia ordine al caos. ​Mentre loro si perdono in chiacchiere da bar sulla virilità del tackle, noi siamo già all'ottantesimo minuto. Siamo già lì, a sentire il suono acuto del goal altrui, consce che la morte silenziosa della sconfitta non ha sesso, ma colpisce con la stessa precisione chirurgica chiunque abbia il coraggio di amare una traiettoria. ​Non siamo lì per loro. Siamo lì perché, a differenza di molti, sappiamo che la bellezza della palla che rotola è l'unica simmetria capace di redimere un lunedì che nasce già vecchio.

​Il calcio non era mai stato un semplice esercizio di balistica. Era una questione di geometria morale. Guardare undici uomini muoversi in sincrono era come osservare una macchina perfetta che riscatta, per novanta minuti, il caos disordinato delle esistenze individuali. Quando il Napoli aveva ripreso a "giocare al pallone", quello vero, quello che disegna traiettorie invisibili ma logiche, aveva sentito tornare una vecchia fame. Una fame che credeva sepolta insieme a quel passato da velina ante litteram, quando la bellezza era un dovere d’ufficio e il calcio un rumore di fondo delle domeniche troppo lunghe.
​Aveva rimosso tutto con la precisione di un chirurgo. L' amore finito e la passione sportiva erano stati gettati nello stesso cestino degli scarti. Perché continuare a guardare dei milionari correre a testa bassa, senza un verso, senza una visione? La professionalità non dovrebbe essere una chimera, eppure per anni aveva visto solo un affannarsi scomposto. ​Ma poi, la simmetria era tornata.
E con essa, l’illusione che tutto potesse essere sotto controllo.

​Il peso dell'ottantesimo

​Da due settimane, però, quella simmetria si spezzava sistematicamente al minuto ottanta. Ottanta: la paura.
A Napoli la paura non è mai un brivido sottile; è un’entità fisica, pesante come il tufo delle sue mura.
Vincere richiede un’insolenza che la città fatica a mantenere quando il destino decide di presentare il conto.
​Da quattordici giorni, il silenzio che seguiva il fischio finale non era quello della semplice sconfitta sportiva.
Era una coltre, una cappa che rendeva l'aria densa, quasi irrespirabile.
La morte non gioca mai insieme alla vita, si dice, ma a Napoli sanno che le due si sfiorano continuamente nei vicoli, tra un caffè e un funerale.
E in quelle ultime due settimane, la morte aveva scelto di manifestarsi sotto forma di una parabola perfetta.
Quella degli altri.

​Il suono del vuoto

​Non c’è nulla di più rumoroso del silenzio di uno stadio che subisce un goal.
È un urlo al contrario, un risucchio d'aria che ti svuota i polmoni. Il goal altrui, segnato mentre i tuoi restano lì, schierati e impotenti, ha il suono acuto di una fine definitiva.
​RImaneva a guardare lo schermo, o il prato riarso, chiedendosi quando la professionalità retribuita avrebbe smesso di tremare davanti all'imprevisto. Perché se anche il calcio, l'ultima delle religioni simmetriche, cedeva al disordine della "morte cruda e silenziosa", allora non restava che il lunedì.
​E il lunedì, si sa, tutto ciò che è stato emozione diventa cronaca.
Il lunedì nasce già vecchio, con il sapore di un'analisi etica che non serve a spostare il risultato, ma solo a spiegare perché, ancora una volta, l'ottantesimo ci ha trovati impreparati.

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