IL MATTINO
L'incendio al teatro Sannazzaro di Napoli
19.02.2026 - 10:44
C’è un momento, dopo un incendio, in cui il silenzio pesa più delle macerie.
Non è il rumore delle sirene che resta.
È l’assenza.
L’aria sospesa.
La sensazione fisica che qualcosa di familiare non tornerà uguale.
Quando il Teatro Sannazzaro è bruciato, la città non ha perso soltanto un luogo, ha perso un pezzo della propria voce.
Un teatro incendiato non è una ristrutturazione da programmare.
È uno strappo.
È l’odore acre che si attacca ai vestiti e alla memoria.
È la conta dei danni che non riesce mai a misurare davvero quello che si è perso. Perché ciò che brucia non è solo materiale.
È il tempo sedimentato, sono le voci rimaste intrappolate nei muri, è la fiducia di chi pensava che quel presidio sarebbe stato lì, comunque, sempre.
Ricostruire in tempi brevi, in questi casi, è un’espressione che suona quasi offensiva.
Brevi rispetto a cosa? Alla velocità con cui il fuoco ha divorato tutto? Alla rapidità con cui l’attenzione pubblica si sposta altrove?
Un teatro non si ricostruisce come un capannone.
Non basta rifare l’impianto elettrico, ridipingere, riaprire.
Bisogna restituire senso. E il senso non si appalta.
La verità è che la cultura, quando non è radicata in una comunità viva, è fragilissima.
Basta un incendio, reale o metaforico, e tutto rischia di dissolversi.
Se resta confinata dentro circuiti chiusi, dentro gruppi che si parlano addosso, diventa autoreferenziale.
Sopravvive per inerzia, per abitudine, per prestigio, perché funzionale al potere, in maniera stolta.
Diventa una medaglia da lucidare nei momenti ufficiali: “abbiamo un teatro storico”, “abbiamo una tradizione”. Ma quando quel teatro brucia, ci si accorge di quanto poco fosse difeso davvero.
Perché un presidio culturale non è un simbolo.
È una pratica quotidiana.
È conflitto, è discussione, è partecipazione scomoda.
È il ragazzo che entra per la prima volta e si sente chiamato in causa.
È l’attrice che rischia, che si espone.
È il pubblico che non consuma uno spettacolo ma lo attraversa.
Se questa dinamica non è viva, il teatro diventa scenografia della città, non suo organo vitale.
Dopo il fuoco, resta una domanda brutale: "Chi ne sente davvero la mancanza?"
Non nei comunicati, non nei post indignati, ma nella carne.
Chi è disposto a pretendere che torni, a sostenerlo, a considerarlo necessario quanto una scuola o un ambulatorio? Perché è questo il punto.
Finché la cultura sarà percepita come ornamento, sarà sempre sacrificabile.
Sempre rimandabile. Sempre “non urgente”.
E invece il teatro è urgente.
Perché produce legami. Perché crea lavoro invisibile e competenze. Perché educa all’ascolto, alla complessità, alla possibilità di guardarsi senza filtri.
Tutto ciò che nasce attorno a un palcoscenico, prove, laboratori, incontri, errori, è tessuto sociale.
È una palestra di cittadinanza.
Quando brucia un teatro, si impoverisce anche questo.
La ricostruzione, allora, è un atto, sanamente, politico prima ancora che edilizio.
È decidere che quel vuoto non diventerà l’ennesimo spazio neutro, intercambiabile.
È scegliere di non lasciare che l’incendio diventi un pretesto per l’oblio. Ma è anche assumersi una responsabilità collettiva: non delegare tutto a pochi, non chiudere la cultura dentro élite rassicuranti, non ridurla a trofeo identitario.
Il fuoco ha mostrato quanto sia vulnerabile ciò che diamo per scontato.
Ora resta da capire se quella vulnerabilità diventerà forza o resa.
Un teatro può rinascere più fragile o più necessario.
Dipende da quanto una città è disposta a considerarlo parte di sé, non un accessorio.
Perché il vero incendio non è quello che consuma le travi.
È quello dell’indifferenza.
E quello, se non lo si spegne insieme, continua a bruciare molto più a lungo.
Nota a piè di pagina
Il Teatro Sannazzaro nasce nell’Ottocento, nel cuore di Chiaia, come teatro borghese in una città che cercava nuovi linguaggi e nuovi pubblici.
Non era soltanto un luogo di intrattenimento, era uno spazio in cui Napoli sperimentava una modernità fatta di scena, parola e rappresentazione sociale.
Attraversò guerre, trasformazioni urbane, cambi di gusto.
Rischiò più volte di perdersi, di cambiare funzione, di diventare altro.
Nel Novecento trovò una nuova identità grazie a Luisa Conte, che lo scelse non solo come palcoscenico ma come casa artistica.
Con lei il Sannazzaro tornò a essere presidio stabile, laboratorio di repertorio e di lingua, ponte tra tradizione napoletana e sensibilità contemporanea.
Non fu una gestione ornamentale, ma una presa di responsabilità: programmare, formare, tenere insieme compagnia e pubblico.
Dopo la sua scomparsa, i nipoti hanno continuato quel lavoro con ostinazione silenziosa.
Hanno custodito il teatro come si custodisce un’eredità viva, non un museo.
Tra difficoltà economiche, mutamenti del sistema culturale e nuove generazioni da coinvolgere, hanno scelto la continuità.
Hanno difeso la stagione, la compagnia, l’idea stessa che quel luogo dovesse restare aperto e necessario.
La storia del Sannazzaro non è fatta di celebrazioni solenni, ma di permanenza.
E oggi, dopo il fuoco, quella permanenza è messa alla prova più che mai.
Perché non si tratta solo di ricostruire muri: si tratta di dimostrare che una storia così non si lascia bruciare.
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