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L'Intervista

Il mare in un bicchiere: l’arte visiva di Giovanna Quaratino, talento lucano del costume tra cinema e teatro

Il mare in un bicchiere: l’arte visiva di Giovanna Quaratino, talento lucano del costume tra cinema e teatro

Giovanna Quaratino

Incontro Giovanna Quaratino un pomeriggio di gennaio in un bar. La nostra intervista non è mai avvenuta. O meglio, è avvenuta, ma in realtà no. Non ho preso appunti, non ho registrato nulla, ho solo ascoltato e seguito questa ragazza nel suo racconto, facendomi rapire. Abbiamo iniziato a parlare con la luce del pomeriggio e ci siamo alzate con il buio della sera da quel tavolo del bar. Vicino alla macchina, ridendo, le ho detto che non avevo niente di scritto perché scrivere mi avrebbe distratta da quella conversazione, di cui non volevo perdermi nulla. Le ho mandato delle domande il giorno dopo di cui mi ha inviato le risposte per tentare di riportare su questo giornale il senso del nostro incontro e condividerlo. Per fortuna, questa è solo la prima parte e per la seconda ci sarà un altro incontro. Tutto mi fa pensare che anche la seconda intervista non avverrà mai.

In me sto bene come il mare in un bicchiere. Se dovessi descrivere Giovanna Quaratino, designer di moda, illustratrice, grafica, prenderei In prestito queste parole di Vittorio Varano: Giovanna ha dentro di sè un continuo tumulto creativo, incontenibile entro confini netti, che straripa, fluisce e rifluisce e la spinge a esplorare territori apparentemente lontani e metterli in dialogo tra loro, a sperimentare linguaggi, forme, materiali. Apparentemente, il caos. In realtà, alla base di tutto c’è una solida visione in cui il principio ordinatore è l’arte. Arte come artiginalità, studio, rigore, ma anche creatività, pensiero laterale, intuizione; l’arte è il filo conduttore con cui Giovanna ha intessuto il proprio lavoro e che lega tutti i settori in cui si cimenta e si esprime, confermando una verità troppo spesso dimenticata: la creatività, la cultura, non si possono contenere in comparti stagni, ma devono fungere da detonatore per far saltare in aria le barriere e ricordarci che ogni cosa, dal costume di scena al frame cinematografico, dall’etichetta di una bottiglia all’accessorio che ci accompagna nella vita di tutti i giorni, è testimonianza del bisogno tutto umano, troppo umano ha detto qualcuno, di espressione e ricerca di senso ed è collegata alle altre, formando una rete invisibile che parla di noi, delle nostre emozioni, della nostra epoca storica, delle nostre meschinità e delle nostre utopie. Tutto è arte. Altrimenti niente lo è. O il bicchiere è vuoto completamente o il mare sta straripando.

Di cosa ti occupi, Giovanna?

Lavoro nell’arte visiva, e lo faccio attraversando più linguaggi senza mai separarli davvero Lavoro nel reparto costumi per il cinema e il teatro, dove progetto e sviluppo i costumi di scena come costumign, seguendo l’intero processo creativo, dalla lettura del testo alla relazione con la regia e con lo spazio scenico. Parallelamente porto avanti il mio brand personale, Giovanna Quaratino, nato come progetto di ricerca sartoriale e di sperimentazione nel campo della moda, in cui ho commercializzato un accessorio senza tempo e dal design unico e registrato. Accanto a questo, mi occupo anche di grafica e illustrazione, collaborando a progetti editoriali e aziendali. In tutti questi ambiti il filo conduttore resta lo stesso: indagare l’arte visiva nelle sue diverse forme ed espressioni, mantenendo sempre un dialogo aperto tra pensiero e materia.

Qual è stato il tuo percorso di studi e i tuoi primi lavori?

Ho iniziato l’università molto presto, a 17 anni, e la prima tappa è stata Ascoli Piceno, dove ho scelto un percorso in Design. È lì che ho costruito le basi del mio modo di lavorare: metodo, progetto, attenzione ai materiali e al processo. Durante quel periodo ho avuto anche l’opportunità di affiancare il mio relatore di tesi come tutor, un’esperienza che mi ha permesso di entrare per la prima volta nel rapporto tra didattica e pratica progettuale. Successivamente mi sono trasferita a Venezia, allo IUAV, per la laurea magistrale in Arti Visive e Moda. È stato un passaggio decisivo che mi ha cambiata molto. Proprio in quegli anni ho iniziato quasi subito a lavorare in parallelo con un noto brand, un’esperienza che mi ha permesso di portare immediatamente ciò che studiavo nel mondo professionale. Mi sono trovata fin da subito ad avere responsabilità concrete, non solo creative ma anche organizzative, lavorando a stretto contatto con fornitori, produzione e tempi reali. Questo intreccio continuo tra studio e lavoro è stato fondamentale: non ho mai vissuto la formazione come qualcosa di separato dalla pratica, ma come un terreno da mettere subito alla prova, giorno dopo giorno.

Come si progettano i costumi per il teatro? Da dove si parte?

Nel teatro si parte sempre dal testo, ma soprattutto dal corpo dell’attore nello spazio scenico. Il costume non è mai solo abito: è relazione con la luce, con il movimento, con la scena. Il lavoro inizia con una lettura profonda del testo e con il dialogo con la regia. Poi arriva la ricerca: immagini, materiali, riferimenti storici o simbolici. Solo dopo si passa al bozzetto e alla realizzazione. Nel teatro il costume deve vivere, trasformarsi, resistere, accompagnare il gesto e spesso amplificarlo.

Mi fai un esempio di come, leggendo una sceneggiatura, immagini un personaggio?

Quando leggo una sceneggiatura, non penso subito a cosa indossa un personaggio, ma a come abita il proprio corpo. Mi chiedo che rapporto ha con lo spazio: è rigido o fluido? Si protegge o si espone? Qual è la sua estrazione sociale, e quanto ci si può allontanare dalla realtà senza tradire la storia. Da qui iniziano a emergere materiali, volumi e colori. È fondamentale comprendere anche le relazioni tra i personaggi, perché il costume non esiste mai da solo: racconta dinamiche, distanze, ruoli. Un personaggio può essere costruito anche attraverso dettagli minimi – una cucitura, una piega, un tessuto consumato – elementi che parlano quanto i dialoghi. Il costume nasce sempre da un confronto costante con la regia e con gli altri reparti, dalla scenografia alla fotografia, per comprendere location, palette cromatiche e atmosfera complessiva. In questo modo diventa una sorta di seconda pelle narrativa, capace di raccontare ciò che il personaggio non dice esplicitamente.

Ti occupi anche di costumi per il cinema: cosa cambia rispetto al teatro? Quali differenze vedi e cosa preferisci?

Il cinema richiede un’attenzione diversa: il costume è visto da vicino, spesso in dettaglio, e deve reggere la frammentazione delle riprese, la continuità e il montaggio. Ogni scelta deve funzionare anche quando viene osservata per pochi secondi, o in un’inquadratura molto ravvicinata. Nel teatro tutto è più immediato e simbolico: il costume dialoga con lo spazio scenico e con il corpo dell’attore in modo diretto. Il cinema, invece, è più realistico e tecnico, ma permette una maggiore profondità psicologica. Non preferisco un linguaggio all’altro in senso assoluto. Mi interessa soprattutto il contesto umano e creativo in cui lavoro: preferisco quei progetti in cui si riescono a costruire rapporti reali, di stima, rispetto e condivisione, con un obiettivo comune chiaro, che è quello di fare un buon lavoro. Quando questo accade, sia il teatro che il cinema diventano luoghi estremamente fertili e stimolanti.

Segui gli Oscar per i migliori costumi? C’è un film che ami particolarmente per questo aspetto?

Sì, quando riesco li seguo, oppure cerco di recuperarli successivamente. Mi interessa osservare come il costume riesca a incidere sull’immaginario, più che il premio in sé. Un film recente che mi ha davvero suggestionata è “Povere Creature!” diretto da Yorgos Lanthimos, con i costumi di Holly Waddington. Al di là del film, sono rimasta colpita dall’impatto visivo dei costumi: hanno una forza quasi discopica, ipnotica, fatta di volumi, colori e materiali che accompagnano la trasformazione del personaggio. Non cercano una ricostruzione fedele della realtà, ma costruiscono un mondo autonomo. Sono proprio questi i progetti che mi attraggono di più: quelli che si allontanano dalla realtà, in cui è possibile ricostruire un tempo, una palette di colori, un linguaggio visivo, abbracciare una visione forte e poi renderla propria attraverso il costume. È lì che puoi lavorare con profondità creatività.

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