IL MATTINO
Cultura
13.02.2026 - 16:05
C’è un momento, in ogni operazione che tocca un mito, in cui la realtà si ribella. Per Ryan Murphy quel momento è arrivato la scorsa estate, quando le prime immagini dal set di Love Story. John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette — la nuova serie da questa sera 13 febbraio su Disney+ — hanno iniziato a circolare online.
Non erano scene definitive, non erano costumi finali.
Erano test. Eppure sono bastati.
Un cappotto giudicato “troppo contemporaneo”, un paio di jeans “sbagliati”, scarpe non perfettamente allineate all’iconografia anni Novanta.
Nel giro di poche ore i social si sono trasformati in un tribunale estetico.
Al centro del processo non c’era solo la giovane attrice Sarah Pidgeon, chiamata a interpretare Carolyn. C’era qualcosa di molto più grande: il culto di Carolyn Bessette-Kennedy.
Un culto che, a quasi trent’anni dalla morte, non si è affievolito ma irrigidito.
Perché la morte, quando interviene in piena giovinezza e sotto i riflettori, non si limita a interrompere una biografia: la cristallizza. La rende definitiva. E ogni tentativo di rimetterla in movimento diventa sospetto.
La serie di Murphy nasce dentro questa tensione.
Raccontare la relazione tra Carolyn e John F. Kennedy Jr. significa confrontarsi con una delle ultime grandi favole americane prima dell’era digitale totale: la coppia dorata, il cognome più pesante d’America, l’eleganza minimale che sembrava una risposta silenziosa all’eccesso degli anni Ottanta. Ma significa anche raccontare un assedio mediatico feroce, un matrimonio osservato come un reality ante litteram, una donna trasformata in superficie.
Murphy lo sa: il suo progetto non è solo una storia d’amore.
È un esercizio di equilibrio tra ricostruzione e interpretazione. E proprio lì si è aperta la frattura. Perché Carolyn non è più soltanto una figura storica. È un’immagine sacralizzata.
Ogni piega del cappotto, ogni taglio di capelli, ogni borsa portata sotto il braccio è diventata reliquia.
Non si discute.
Si venera.
La reazione è stata talmente violenta da costringere il regista a una decisione radicale: cambiare costumista a riprese iniziate e ricominciare.
Un gesto che, nell’industria, equivale a un’ammissione di colpa o a una resa strategica. Murphy ha parlato apertamente di Carolyn come di una “religione nei circoli dello stile”. E aveva ragione. Perché qui non si tratta di accuratezza storica.
Si tratta di ortodossia.
La morte del 1999, quell’incidente aereo che ha portato via Carolyn e John in una notte d’estate, ha fatto qualcosa di definitivo alla loro immagine pubblica.
Non li ha solo trasformati in vittime di una tragedia.
Li ha congelati in una promessa eterna.
Non hanno avuto il tempo di decadere, di reinventarsi, di deludere. Non hanno attraversato la stagione dell’errore visibile.
Sono rimasti sospesi nel punto più luminoso della parabola.
È questo che li rende potentissimi. Ed è questo che li rende intoccabili.
La serie si muove dentro questa fragilità blindata.
Ogni scelta di casting, ogni costume, ogni dettaglio è una sfida alla memoria collettiva. Ma la memoria collettiva, quando è nutrita di trauma, non è elastica. È rigida.
Difende l’immagine come si difende un altare.
Eppure, proprio qui sta l’interesse dell’operazione. Perché raccontare Carolyn oggi significa sottrarla, almeno in parte, alla bidimensionalità dell’icona.
Significa restituirle peso, voce, esitazione. Significa mostrare le crepe dietro la perfezione: la pressione costante dei paparazzi, le aspettative legate al cognome Kennedy, la difficoltà di restare individuo dentro un mito dinastico.
La morte ha protetto l’immagine. Ma ha cancellato la complessità.
Il paradosso è crudele: ciò che ha reso Carolyn eterna è la stessa cosa che l’ha resa prigioniera. Non può più sbagliare, perché non può più cambiare. Non può più sorprendere, perché è già stata definita una volta per tutte.
La sua estetica è diventata un dogma. E chiunque provi a interpretarla rischia l’accusa di blasfemia.
In questo senso, il “caso del cappotto” non è un dettaglio marginale.
È la dimostrazione di quanto sia sottile il confine tra omaggio e profanazione quando si lavora su un mito morto giovane.
Murphy non si è trovato davanti a semplici spettatori, ma a custodi. A fedeli.
La domanda, allora, non riguarda la fedeltà sartoriale.
Riguarda la nostra incapacità di accettare che un’immagine possa essere rielaborata.
Che un simbolo possa respirare di nuovo.
Se la serie riuscirà davvero a fare questo, a incrinare senza distruggere, a umanizzare senza svilire, avrà compiuto qualcosa di raro.
Avrà dimostrato che la memoria non deve essere un mausoleo.
Perché il vero scandalo non è un cappotto sbagliato.
È l’idea che una donna possa essere ridotta per sempre a un archivio di fotografie.
La morte ha reso Carolyn potentissima. Ma l’ha anche resa fragile, perché ogni rappresentazione rischia di non essere all’altezza dell’icona.
E forse è proprio questa tensione, tra devozione e racconto, tra reliquia e carne, il cuore più incandescente della serie.
Non la favola romantica, non il cognome leggendario. Ma la lotta per restituire movimento a ciò che abbiamo deciso di congelare.
Senza indulgenza.
Senza sconti.
Senza dimenticare che dietro l’immagine perfetta c’era una donna che, prima di diventare mito, era viva.
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