IL MATTINO
Cinema
07.02.2026 - 20:29
C’è un momento preciso in cui il cinema popolare smette di essere solo intrattenimento e diventa sintomo.
Il successo dei film di Checco Zalone, culminato con il record d’incassi che in Italia ha superato persino Avatar, non è soltanto una storia industriale o comica. È un fatto culturale, un autoritratto collettivo, spesso più impietoso di quanto siamo disposti ad ammettere.
Questo testo prova a essere una scheda di analisi narrata: luci e ombre di un fenomeno che fa ridere tutti, ma che, in filigrana, parla soprattutto di noi.
L' italiano medio come maschera
Checco Zalone non interpreta un personaggio diverso da film a film, è la maschera dell’italiano medio contemporaneo, liberata da ogni pudore morale.
Ignorante ma non stupido, opportunista ma non malvagio, egoista senza sentirsi in colpa.
La sua forza sta qui, non chiede empatia, pretende riconoscimento.
Zalone non è un eroe e non è un antieroe.
È, più semplicemente, un sopravvissuto.
In "Cado dalle nubi", "Che bella giornata", "Sole a catinelle", "Quo Vado?"e "Tolo Tolo " attraversa il mondo senza mai davvero cambiare.
Cambiano i contesti, il lavoro, la famiglia, lo Stato, la migrazione, ma il centro resta fermo: l’io.
Questa immobilità è narrativa, ma anche ideologica.
Ed è proprio per questo che funziona.
La comicità come disinnesco
Zalone usa la risata per dire cose che, pronunciate seriamente, sarebbero respingenti. Razzismo, sessismo, menefreghismo civico, paura del diverso, tutto passa attraverso la gag. La risata non assolve, ma anestetizza quel tanto che basta per permettere allo spettatore di restare seduto.
I suoi film sono semplici, sì, ma non casuali.
La struttura è elementare, il ritmo televisivo, le battute immediate.
È una semplicità progettata per essere trasversale, bambini, nonni, giovani precari, impiegati pubblici.
Nessuno rimane fuori.
In un Paese frammentato, Zalone offre un terreno comune.
Zalone non moralizza mai apertamente.
Mostra, espone, si rende ridicolo prima di rendere ridicoli gli altri.
È una satira che non sale in cattedra e proprio per questo entra più in profondità di molta commedia dichiaratamente “impegnata”.
Il corpo maschile come pretesto narrativo: la prostata, il cammino, la figlia
In "Buen Camino" l’innesco del racconto non è una crisi morale o affettiva, ma un problema corporeo: una prostata infiammata.
Un dettaglio apparentemente marginale, trattato in chiave comica, che però rivela molto del modo in cui il cinema di Zalone affronta il maschile contemporaneo.
La prostata è un tema dicibile perché neutro, medico, privo di vergogna simbolica.
Parla di età, di decadimento fisico, di fine della prestazione, ma lo fa senza chiedere introspezione.
Non apre una frattura identitaria, è un fastidio da gestire, non una crisi da attraversare.
Ancora una volta, il corpo può cedere, ma l’io rimane intatto.
Il cammino nasce così non come ricerca di senso, ma come scorciatoia narrativa. L’immaginario del pellegrinaggio, redenzione, essenzialità, spiritualità laica, è evocato e subito svuotato.
Non si parte per capire, si parte per sistemare.
È la parodia, lucidissima, di una retorica contemporanea che promette trasformazione senza conflitto.
La presenza della figlia è altrettanto significativa.
Il viaggio è “per lei”, o almeno su di lei.
La figlia funziona da garanzia morale, da alibi affettivo che nobilita la fuga e la rende presentabile. Ma la relazione non diventa mai davvero trasformativa: la figlia osserva, accompagna, talvolta smaschera, senza però rifondare il padre.
La paternità resta affettuosa e funzionale, non vulnerabile.
In controluce, "Buen Camino" racconta un maschile che accetta il declino fisico ma resiste a quello emotivo.
La prostata è nominabile, la fragilità no.
Il linguaggio medico sostituisce quello affettivo. Si può partire per un organo, non per un vuoto.
Questa scelta non è un errore, ma una coerenza.
Zalone individua un nodo potente e si ferma un passo prima di attraversarlo.
Il cammino non è iniziazione, è circonvoluzione: si parte e si torna sostanzialmente uguali, con l’illusione di aver fatto un percorso.
Il rischio più grande del cinema di Zalone è che la rappresentazione diventi giustificazione. Quando il pubblico ride con il personaggio e non del personaggio, il confine si assottiglia. L’egoismo smette di essere messo a nudo e diventa modello di sopravvivenza accettabile.
I film di Zalone raramente propongono una vera evoluzione. Il mondo cambia, Checco no. Questo produce una narrazione rassicurante. Non serve crescere, basta adattarsi.
In un’epoca di crisi strutturali, è una promessa seducente ma sterile.
La reiterazione degli stessi meccanismi comici, degli stessi tic e delle stesse dinamiche produce familiarità. Ma la familiarità, a lungo andare, diventa stanchezza.
Il nuovo è spesso solo una variazione sul già visto.
Al di là dei titoli specifici e delle cifre puntuali, il superamento di Avatar va letto come effetto cumulativo di un percorso.
Più che un singolo film, è l’idea stessa di Zalone come appuntamento nazionale ad aver prodotto il record: un rito collettivo che prescinde dal dettaglio e vive di riconoscimento reciproco.
Perché ha battuto Avatar
Avatar offriva evasione, tecnologia, futuro. Zalone offriva riconoscimento.
In tempi di crisi economica, precarietà e sfiducia istituzionale, il pubblico non cercava mondi lontani, ma uno specchio deformante del proprio quotidiano.
Pagare un biglietto per ridere di se stessi è più consolatorio che sognare Pandora.
Zalone non compete con Hollywood sullo spettacolo.
Vince sul piano emotivo e identitario. È casa.
Siamo diventati bisognosi di semplificazione?
Sì, in parte.
Viviamo immersi nella complessità, ma consumiamo narrazioni che la riducono.
Le immagini trite e ripetute, spacciate per nuove, funzionano perché non chiedono sforzo. Il cinema di Zalone intercetta questo bisogno senza ipocrisia.
Ma semplificare non significa essere superficiali, significa scegliere cosa togliere.
Il problema non è Zalone.
Il problema nasce quando quella semplicità diventa l’unica grammatica possibile.
Lo specchio che fa ridere
Checco Zalone non è il sintomo di un declino culturale, ma il termometro di uno stato emotivo collettivo.
Fa ridere perché dice la verità senza chiederci di cambiarla, ed è proprio qui che il gioco si fa più ambiguo.
Ridiamo.
Usciamo dal cinema più leggeri, con la sensazione di aver capito qualcosa di noi stessi senza aver dovuto pagare alcun prezzo.
Ma la risata, quando diventa rito, rischia di trasformarsi in sospensione del giudizio.
La domanda allora non è se Zalone sia “giusto” o “sbagliato”. La domanda è più scomoda:
stiamo ridendo per riconoscerci, o per assolverci?
Perché se la comicità serve solo a renderci abitabili così come siamo, lo specchio smette di essere strumento di conoscenza e diventa arredamento.
E allora anche il cammino, la prostata, persino la paternità restano ciò che sono nel cinema di Zalone e cioè dispositivi narrativi per continuare a muoversi senza mai esporsi davvero.
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