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Analisi

Messina Denaro secondo Soavi tra pedagogia civile e racconto popolare

La cattura dell'ultimo padrino: Messina Denaro, il boss che amava sparare, con un debole per le donne

Matteo Messina Denaro

C’è una differenza sostanziale, e profondamente etica, tra la serie televisiva di Michele Soavi "dedicata" a Matteo Messina Denaro e "Iddu", il film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, che ne aveva evocato la figura scegliendo l’allusione, l’ellissi, il margine.
"Iddu" era quasi un controcampo, raccontava il vuoto lasciato dal personaggio, la sua assenza come presenza tossica.
La serie, invece, nasce con un mandato opposto e complementare: colmare, spiegare, ordinare.
Non sedurre.
Non mitizzare.
Non trasformare il criminale in figura tragica o carismatica.
Ed è in questa intenzione dichiaratamente pedagogica, orientata al bene e alla responsabilità civile, che va letta e giudicata.
Michele Soavi, regista che ha attraversato il cinema di genere e ha spesso guardato il male in faccia, qui compie un gesto di disciplina. Non rinuncia all’oscurità, sarebbe impossibile, ma la incanala.
La serie non cerca il fascino del latitante, non indulge nel mistero del “fantasma imprendibile”, bensì insiste sulla sua rete di protezioni, sulla complicità diffusa, sul sistema.
Il vero protagonista non è Messina Denaro, ma il contesto che lo ha reso possibile e longevo.
È una scelta narrativa che rifiuta l’eccezionalità e punta sulla normalità del male, sulla sua capacità di mimetizzarsi nella quotidianità.
Se "Iddu" affidava molto all’atmosfera, al non detto, al potere evocativo dell’assenza, la serie lavora per accumulo controllato: fatti, nomi, relazioni, conseguenze.
Ogni episodio aggiunge un tassello, con una progressione quasi didattica che non ha paura di essere esplicita. È un racconto che vuole essere visto anche, e soprattutto, da chi non sa, da chi non ricorda, da chi è nato dopo.
In questo senso la serie si assume un compito che il cinema spesso evita: essere strumento di memoria attiva.
Il protagonista, Ninni Bruschetta, nella sua interpretazione misurata e priva di qualsiasi compiacimento, evita la trappola più pericolosa e cioè di rendere Messina Denaro “interessante”.
Non c’è carisma, non c’è seduzione, non c’è mito.
C’è opacità, freddezza, una violenza che non esplode mai in spettacolo ma resta costante, insinuante.
Era difficile, difficilissimo, superare "La Malvagità" cantata da Lorenzello Urciullo, in arte Colapesce, figura quasi archetipica del male cinematografico, senza cadere nell’eccesso o nella caricatura.
Qui il male è più basso, più piatto, più reale. Ed è proprio per questo più inquietante.
Attorno al protagonista si muove un cast che è, senza complessi, da fiction italiana. E lo è nel senso migliore del termine: solidità, riconoscibilità, servizio al racconto.
Lino Guanciale porta con sé il suo consueto portamento morale, quella capacità di incarnare l’istituzione, magistrati, forze dell’ordine, Stato, senza trasformarla in retorica.
Il suo è un rigore umano, mai eroico, che funziona come contrappeso alla narrazione criminale.
Thomas Trabacchi, Bernardo Casertano, il cast tutto, lavorano con intelligenza sulla sottrazione. Sono personaggi che non cercano mai il centro della scena, ma che costruiscono credibilità, tessuto, continuità.
È una recitazione che accetta il limite come valore, che rinuncia all’exploit per rafforzare il coro.
Ed è proprio questa coralità uno degli elementi più riusciti della serie: nessun personaggio è mai davvero solo, perché il sistema, criminale o istituzionale, è sempre più grande dell’individuo.
Particolarmente interessante la presenza di due cantanti, Levante e Leo Gassmann, scelta che poteva facilmente scivolare nell’operazione di marketing e che invece sorprende per sobrietà. Entrambi dimostrano di sapere stare dentro il racconto, senza mai reclamarne l’attenzione.
Non sono “guest star”, non sono corpi estranei, sono personaggi funzionali, credibili, che confermano come il passaggio dalla musica alla recitazione, se affrontato con rigore, possa arricchire il prodotto invece di impoverirlo.
Fondamentale, poi, la fotografia.
Una fotografia asciutta, spesso spietata, che rifiuta ogni tentazione di estetizzazione della Sicilia. Niente tramonti consolatori, niente bellezza esotica.
I colori sono desaturati, le luci basse, gli ambienti chiusi, i volti segnati.
È una fotografia che non abbellisce e non assolve, che guarda i luoghi come spazi morali prima ancora che geografici.
Ogni inquadratura sembra dire: qui non c’è niente da ammirare.
Coerente con questa scelta visiva è l’assenza quasi totale di una colonna sonora.
Una decisione radicale, controcorrente, che priva lo spettatore di una guida emotiva.
Non c’è musica a suggerire cosa provare, non c’è pathos indotto.
Restano il silenzio, i rumori ambientali, il peso delle parole.
È una scelta che può risultare scomoda, ma che rafforza l’impianto pedagogico della serie: non emozionare, ma responsabilizzare.
Certo, non mancano i limiti.
Talvolta la scrittura insiste, talvolta il racconto diventa didascalico, quasi scolastico. Ma è un prezzo consapevole.
La serie sceglie di rischiare la chiarezza pur di evitare l’ambiguità. E in un panorama audiovisivo sempre più attratto dal criminale glamour, dal fascino del male, questa è una presa di posizione netta.
Alla fine, il Messina Denaro di Soavi è un prodotto profondamente italiano non solo per cast, lingua e ambientazione, ma per vocazione civile.
Una serie che non chiede empatia, ma attenzione.
Non cerca l’evento, ma la memoria.
E che ricorda, con fermezza e senza enfasi, che raccontare il male significa anche, e soprattutto, sottrargli ogni possibilità di essere ammirato e infatti nel racconto è centrale la vita, anche quando incontra la morte.

Nota a piè di pagina
Le pale eoliche che attraversano più volte l’immaginario della serie non sono un semplice elemento scenografico né un dettaglio di realismo territoriale. Soavi le usa consapevolmente come emblema di una delle più riuscite, e meno raccontate, truffe all’italiana: quella dei commerci fintamente etici. Nate sotto la bandiera della sostenibilità, della transizione verde, del progresso “pulito”, in vaste aree del Paese le pale eoliche hanno rappresentato soprattutto un formidabile strumento di accumulazione criminale, un moltiplicatore di finanziamenti pubblici, autorizzazioni opache, intermediazioni mafiose. Più che produrre energia, hanno prodotto consenso, riciclaggio, controllo del territorio. Il paesaggio ne è uscito deturpato due volte: fisicamente, per l’impatto invasivo e spesso incontrollato; moralmente, perché dietro l’estetica dell’etica si è consumata una delle saldature più perfette tra economia “verde” e criminalità organizzata. In questo senso, la loro presenza nella serie funziona come metafora potente e silenziosa: non il male dichiarato, ma quello che si traveste da bene; non il traffico clandestino, ma quello certificato; non la violenza esplicita, ma quella amministrata. Un simbolo visivo che dice molto più di quanto sembri, e che allarga il discorso dal singolo boss a un intero sistema di ipocrisie contemporanee.

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