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Analisi

La durezza che non sa finire. Carlomagno e Santangelo, la stessa lama sottile: il disonore

I Carlomagno, la durezza che non sa finire

Si dice "I Carlomagno” come si direbbe una stagione finita male, un’insegna spenta che continua a riflettere i fari.
Un nome che, dopo il gesto, non è più solo un nome, diventa un contenitore.
Dentro ci finiscono le frasi non dette, i giorni compressi, le regole inflitte come virtù, la fatica elevata a morale.
E poi la morte scelta, non raccontata nei dettagli, perché i dettagli non spiegano mai, che chiude il cerchio senza aprirne altri.
La gogna mediatica fa il resto.
Non indaga, cataloga.
Non ascolta, traduce in slogan.
I Carlomagno diventano un caso, un hashtag, un pretesto per ribadire che il mondo funziona così: se cadi, qualcuno deve indicare il punto esatto in cui hai messo il piede male.
Le biografie si riducono a cronologie, le persone a errori.
La complessità è un fastidio, la lentezza una colpa.
Si chiede alla tragedia di spiegarsi in fretta, come se dovesse giustificare il tempo rubato all’intrattenimento.
Ma c’è un’altra durezza, più silenziosa, che precede il clamore.
È la durezza del vivere quando la si impone come disciplina assoluta a sé, prima di tutto, e poi al mondo.
È la convinzione che resistere sia sempre e comunque la risposta, che la fragilità sia un vizio da correggere, che il dolore si governi come un bilancio.
Si cresce così, a colpi di “devi”, di standard irraggiungibili scambiati per etica.
Si impara a non chiedere, a non concedersi tregua.
Si impara, soprattutto, a non avere un linguaggio per il crollo.
Quando un ciclo vitale si conclude in questo modo, non c’è redenzione da estrarre.
Non c’è un messaggio utile, non c’è una morale salvifica da distribuire a posteriori.
C’è un vuoto che non si lascia addomesticare. Chi resta cerca cause, colpe, segnali mancati.
I media cercano una tesi.
Ma il fatto nudo resiste.
A volte la vita, compressa fino a diventare un dovere senza scampo, smette di essere abitabile.
Non perché manchi il coraggio, ma perché il coraggio è stato consumato tutto, senza riserve.
La gogna pretende di illuminare, ma abbaglia. Trasforma il dolore in spettacolo e chiama trasparenza ciò che è esposizione.
In questo chiarore violento, i Carlomagno non sono più persone, sono simboli usati per confermare che il mondo non ha tempo per le sfumature.
Eppure è proprio nelle sfumature che si annida la verità più scomoda.
La durezza elevata a valore può diventare una macchina che non sa fermarsi, e quando si ferma lo fa di colpo, senza preavviso.
Non c’è consolazione qui.
Non c’è un dopo che aggiusti il prima.
C’è solo la constatazione che i cicli vitali non si chiudono sempre per esaurimento naturale, ma anche per sovraccarico.
E che, nel rumore che segue, la cosa più difficile, e più necessaria, è smettere di chiedere alla morte di insegnarci qualcosa, e cominciare a interrogare la durezza che abbiamo imparato a chiamare vita.
Nel mentre Sabatino Santangelo, noto notaio e figura politica napoletana, vicesindaco della città, nella giunta guidata da Rosa Russo Iervolino, si è tolto la vita a Napoli, lanciandosi dal suo appartamento, all’ottavo piano in Corso Vittorio Emanuele.
Negli ultimi anni era stato coinvolto in un contenzioso giudiziario relativo a Bagnoli Futura, la società pubblica che doveva seguire la bonifica dell’area Italsider.
Dopo una prima assoluzione con formula “perché il fatto non sussiste”, la Cassazione ha annullato l’assoluzione e il processo era tornato in appello con udienza fissata per marzo 2026.
Santangelo si era sempre dichiarato innocente e in passato aveva rinunciato alla prescrizione pur di ribadirlo.
Le due vicende non sono distanti perché
il suicidio per disonore, il comune denominatore dei due casi, non è una reliquia di codici antichi, né un gesto confinato alle cronache di altri secoli.
L’onore, parola che oggi suona arcaica, quasi sospetta, non è mai stato solo una questione morale, è stato reputazione, riconoscibilità, identità. Quando questa viene incrinata, soprattutto davanti a una folla, che è sempre più becera, il danno non rimane astratto, scende nella carne, si deposita nelle notti insonni, diventa vergogna che non trova appello.
Nelle società antiche il suicidio per disonore aveva una grammatica quasi rituale, era l’ultimo atto di controllo, la scelta estrema per sottrarsi alla pubblica umiliazione.
Oggi, che pure ci diciamo emancipati da quei codici, la dinamica non è scomparsa, si è solo fatta più silenziosa e più feroce.
La gogna non ha più bisogno di piazze, le bastano titoli, processi infiniti, archivi digitali che non dimenticano.
L’innocenza proclamata può restare senza ascolto, sospesa per anni, mentre l’identità si riduce a una parola chiave, a un caso, a un fascicolo.
Le vite vivono così in un equilibrio precario.
Non sempre è la colpa a schiacciare, ma l’impossibilità di tornare a essere persone intere, non solo simboli.
Il disonore moderno non è scritto nelle leggi, ma nella percezione. È l’idea di essere ormai irrecuperabili allo sguardo altrui, condannati a spiegarsi senza fine.
Raccontare questi gesti non dovrebbe mai significare giustificarli o mitizzarli.
Dovrebbe, piuttosto, obbligarci a una domanda scomoda: quanto pesa, oggi, il modo in cui esponiamo, giudichiamo, consumiamo le vite degli altri?
Perché il cruccio non è solo di chi cade, ma anche di una società che, pur dichiarandosi civile, fatica ancora a distinguere tra responsabilità e annientamento, tra giustizia e disonore.

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