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25.01.2026 - 18:21
Alimentari di vicinato, ferramenta, negozi di giocattoli. Sono queste le attività più esposte al rischio di chiusura e, in Basilicata, il fenomeno assume contorni ancora più preoccupanti. Non si tratta solo di una trasformazione del commercio, ma di un progressivo svuotamento dei centri urbani e dei piccoli comuni, dove la scomparsa delle botteghe coincide spesso con la perdita di servizi essenziali e di presìdi sociali. I dati elaborati da Confesercenti fotografano un cambiamento profondo: tra il 2011 e il 2025 in Italia sono scomparsi oltre 103mila negozi. Eppure, nello stesso periodo, la superficie commerciale complessiva è aumentata del 7,4 per cento. I negozi diminuiscono, ma diventano più grandi. La dimensione media dei punti vendita è cresciuta del 23,8 per cento, passando da circa 117 a 144,5 metri quadrati. Un processo che penalizza soprattutto le micro e piccole imprese indipendenti. In Basilicata, però, il dato è ancora più allarmante. A differenza di altre regioni dove la riduzione dei punti vendita è stata compensata dall’aumento delle superfici, qui anche la superficie commerciale arretra: -1,3 per cento nel periodo considerato. Un segnale chiaro di contrazione complessiva del commercio fisico e, di conseguenza, dei servizi disponibili sul territorio. Un andamento che accomuna la regione a poche altre realtà come Sardegna, Puglia e Valle d’Aosta. Il cuore del problema sta nella scomparsa delle botteghe. I negozi fino a 50 metri quadrati hanno perso oltre 72mila unità a livello nazionale, mentre quelli tra 51 e 150 metri quadrati sono diminuiti di più di 42.700 esercizi. Sono proprio questi formati, tipici dei centri storici e dei piccoli comuni lucani, a garantire prossimità, specializzazione e relazioni sociali. Al loro posto crescono i formati medi, tra 151 e 250 metri quadrati, mentre le grandi superfici si ridimensionano. In una regione caratterizzata da un’elevata frammentazione territoriale e da una forte presenza di piccoli comuni, l’impatto è doppio. La chiusura di un negozio non significa solo meno concorrenza o meno scelta, ma spesso l’assenza totale di un servizio. In Italia sono già oltre 1.100 i comuni privi di un negozio alimentare specializzato. In Basilicata questo rischio è particolarmente concreto, soprattutto nelle aree interne, dove il commercio di prossimità rappresenta spesso l’ultimo presidio economico e sociale. «Questi numeri ci dicono che il commercio fisico non sta semplicemente diminuendo, ma si sta riorganizzando», spiega Nico Gronchi, presidente di Confesercenti. «Crescono i punti vendita medi, ma arretrano gli estremi: micro e piccoli formati scompaiono e le maxi-superfici si ridimensionano. La riorganizzazione, però, ha un costo e le vittime sono i piccoli esercizi indipendenti, quelli che garantivano specializzazione e che costituiscono un punto di riferimento per la comunità». Per territori come la Basilicata la sfida è dunque cruciale. Fermare la desertificazione commerciale significa anche contrastare lo spopolamento, difendere la vivibilità dei centri urbani e tutelare l’economia locale. La strada indicata da Confesercenti passa dalla rigenerazione urbana: riportare funzioni nei quartieri, rendere attrattive le vie commerciali, accompagnare le imprese che possono investire e innovare senza abbandonare chi rischia di restare indietro. Perché, soprattutto nei piccoli comuni lucani, la chiusura di una bottega non è mai solo una serranda abbassata: è un pezzo di comunità che si spegne.
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