IL MATTINO
territorio
20.01.2026 - 11:51
Si è tornati a parlare di crisi demografica. A rilanciare il tema è stato l’economista e direttore della Svimez, Luca Bianchi, intervenuto a Potenza il 17 gennaio u.s. I dati presentati, ormai noti da tempo, sono a dir poco drammatici: entro il 2050 il Mezzogiorno perderà circa 3 milioni di abitanti e la Basilicata scenderà sotto la soglia dei 410.000 residenti.
Bianchi ha sottolineato come la perdita di popolazione sia avvenuta nonostante una fase in cui, anche grazie al PNRR, il Sud abbia registrato tassi di crescita superiori a quelli del Centro-Nord. A suo giudizio, la ragione va ricercata nella natura di questa crescita, fortemente legata alla creazione di occupazione in settori quali il turismo e l’edilizia: comparti a basso valore aggiunto, che non intercettano la domanda proveniente dalle famiglie lucane.
Famiglie che, invece, investono sulla formazione dei figli e su un’idea di futuro che non può ridursi all’unica prospettiva di diventare camerieri, guide turistiche o operai edili. Sia chiaro: massimo rispetto per chi svolge queste attività. Ma è evidente che il crollo demografico che si manifesterà nei prossimi decenni – dovuto in parte all’emigrazione e in parte alla bassa natalità, strettamente connessa alla fuga dei giovani – segnala un problema strutturale molto più profondo.
L’idea di sviluppo perseguita dalle classi dirigenti lucane – non solo politiche – non è soltanto inadeguata rispetto alla domanda sociale; è, cosa ancora più grave, funzionale alla conservazione di un sistema di rendita. Un sistema che punta a mantenere le posizioni acquisite dai ceti dominanti, dai rentier regionali: quei gruppi sociali che, a diverso titolo, controllano le leve del potere e indirizzano le risorse pubbliche non verso lo sviluppo, ma verso politiche di mera sopravvivenza del sistema stesso.
Il meccanismo è semplice: investire in settori che consentono di attingere facilmente a risorse pubbliche, richiedendo investimenti privati relativamente modesti e garantendo una rendita stabile nel tempo. L’agriturismo, da questo punto di vista, è un esempio emblematico. Molto più difficile – e rischioso – è investire in settori che richiedono ricerca, innovazione, capacità imprenditoriale e volontà di competere sui mercati.
Eppure la Basilicata dispone di risorse invidiabili, a partire dagli idrocarburi. Nonostante l’apertura alle multinazionali del settore, gli effetti sul sistema economico e sociale regionale sono stati minimi. Le royalties non sono state utilizzate per generare sviluppo strutturale, ma per mantenere l’esistente, finendo per alimentare prevalentemente la rendita.
Questo assetto è stato ulteriormente rafforzato da forme di rivendicazione ambientalista che, al di là delle intenzioni, hanno finito per fornire il miglior assist possibile alla conservazione del sistema. È evidente che ogni processo di sviluppo comporta un impatto ambientale; ma tutela dell’ambiente e sviluppo economico non sono necessariamente antitetici. La vera sfida politica sta nella capacità di contemperare interessi e obiettivi diversi.
Il fatto che ciò non sia avvenuto è il risultato di approcci ideologici e non riformisti, che continuano a riprodursi sia tra le forze di governo sia tra quelle di opposizione. I primi – da destra a sinistra – puntano apertamente alla conservazione; i secondi, in nome di una presunta difesa integrale del territorio, finiscono per sostenere una posizione che conduce esattamente all’esito descritto da Bianchi: una Basilicata ridotta a 410.000 abitanti. Una posizione che potremmo definire “progressista” solo in apparenza, ma che in realtà rappresenta l’altra faccia della conservazione.
Secondo Luca Bianchi, una possibile risposta è rappresentata dalle Zone Economiche Speciali (ZES). Questo strumento richiama, per certi aspetti, gli interventi delle monarchie illuminate del XVIII secolo, come i porti franchi, l’abbattimento delle barriere doganali interne e il riordino normativo, tutti pensati per favorire l’iniziativa privata e lo sviluppo dei traffici. Le ZES non sono la stessa cosa, ma l’analogia storica aiuta a comprenderne la logica.
Le ZES sono concepite per creare condizioni favorevoli allo sviluppo economico in aree specifiche, attraverso agevolazioni fiscali, sgravi contributivi, semplificazioni amministrative, riduzione della burocrazia e tempi rapidi di autorizzazione, con l’obiettivo di attrarre investimenti privati e colmare i divari territoriali.
Come evidenziato dallo studio dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani (Università Cattolica, novembre 2025), la Legge di Bilancio 2026 ha prorogato la ZES Unica – attiva dal gennaio 2024 – fino al 2028, stanziando risorse significative e rafforzando strumenti quali l’autorizzazione unica e lo Sportello Unico Digitale Nazionale.
I primi dati mostrano risultati incoraggianti in termini di investimenti e occupazione. Tuttavia, la letteratura economica internazionale insegna che le ZES funzionano solo in presenza di un contesto economico solido, infrastrutture adeguate, investimenti in ricerca e innovazione e una chiara strategia industriale. Dove questi fattori mancano, le ZES rischiano di produrre effetti limitati o di rafforzare produzioni a basso valore aggiunto.
È questa la vera sfida per la Basilicata: decidere se utilizzare strumenti come la ZES per rompere il sistema della rendita e costruire uno sviluppo fondato su conoscenza, lavoro qualificato e competitività, oppure continuare lungo una strada che, come i dati demografici indicano chiaramente, conduce a un progressivo svuotamento economico e sociale della regione.
Tutto ciò premesso, la lettura comparata delle esperienze internazionali in cui operano le ZES – basti ricordare che la Cina ospita circa la metà delle oltre 5.700 zone economiche speciali attive a livello mondiale – conferma che il ruolo dello Stato è determinante, ma non neutrale. È proprio il caso cinese a mostrare come le ZES possano funzionare solo se inserite in una strategia industriale coerente, sorrette da una pubblica amministrazione capace di orientare gli investimenti, selezionare le priorità e disciplinare i comportamenti opportunistici. In assenza di queste condizioni, le ZES non diventano strumenti di sviluppo, ma dispositivi di gestione politica dell’economia, funzionali alla riproduzione delle rendite locali.
In Basilicata, tuttavia, il limite principale non risiede soltanto nella debolezza delle politiche industriali, ma nel contesto civico e culturale in cui esse vengono concepite e attuate. Il “familismo amorale” descritto da Banfield e il deficit di senso civico analizzato da Putnam non rappresentano semplici tratti sociologici del passato, ma continuano a operare come vincoli strutturali all’efficacia dell’intervento pubblico. In un contesto caratterizzato da relazioni personalistiche, bassa fiducia istituzionale e scarsa accountability, le politiche industriali tendono inevitabilmente a essere catturate da interessi particolari, perdendo ogni capacità selettiva e trasformandosi in strumenti di distribuzione discrezionale delle risorse.
Ne deriva che il fallimento delle politiche di sviluppo non è il prodotto di errori tecnici o di carenze finanziarie, ma l’esito coerente di un assetto culturale e istituzionale che premia la fedeltà relazionale più che il merito, la prossimità al potere più che la capacità innovativa. In questo quadro, anche strumenti potenzialmente avanzati come le ZES rischiano di essere neutralizzati, assorbiti dal sistema esistente e piegati a una funzione conservativa, contribuendo così – indirettamente ma in modo decisivo – al progressivo svuotamento demografico ed economico della regione
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