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Fabrizio Corona: non un uomo, una funzione

Fabrizio Corona: non un uomo, una funzione

Fabrizio Corona non è interessante per quello che ha fatto, ma per la precisione con cui ha occupato un posto che esisteva già.
Non ha inventato un mondo, ha dato un corpo a un vuoto.
Prima di lui c’era la fame di vedere, dopo di lui c’è stata l’abitudine.
In mezzo, c’è stato qualcuno disposto a farsi carico del lavoro sporco: rendere pubblica l’umiliazione, trattare l’intimità come merce, trasformare la vita altrui in leva di potere.
Corona non è mai stato davvero un individuo isolato, né un semplice “personaggio”.
È stato una funzione sociale, quella che emerge quando il desiderio di sapere supera la capacità di assumersene la responsabilità.
In questo senso, la sua biografia conta meno del suo ruolo.
Le sue cadute, meno del meccanismo che le ha rese necessarie. Il suo eccesso, meno del fatto che fosse richiesto.

Fabrizio Corona non è una storia: è una tensione

La docuserie Netflix, al netto dei suoi limiti e delle sue inevitabili ambiguità, fa una cosa che pochi racconti su Corona avevano tentato davvero: non lo risolve. Non lo assolve, non lo condanna, non lo spiega fino in fondo.
E questo, paradossalmente, è il suo gesto più onesto.
Perché Fabrizio Corona non è un personaggio da biografia lineare.
È una tensione continua, tra controllo e autodistruzione, tra lucidità estrema e impulsività infantile, tra cinismo professionale e bisogno disperato di amore e riconoscimento.
Chi cerca in lui una morale sbaglia bersaglio. Corona non è una lezione, è una diagnosi.

L’inizio: non il padre, ma lo sguardo del padre

La serie suggerisce, senza mai dirlo apertamente, che il vero lascito paterno non sia il mestiere giornalistico, né il contesto borghese-intellettuale in cui Corona cresce, ma uno sguardo sul mondo.
L’idea che la realtà non esista se non viene raccontata, e che raccontare significhi sempre esercitare un potere.
Corona impara molto presto una cosa decisiva, non conta essere dentro i fatti, conta dominarne la narrazione.
È qui che nasce il suo genio distorto.
Non diventerà un fotografo, né un giornalista, né un editore classico.
Diventerà qualcosa di nuovo, e profondamente italiano: un mediatore aggressivo della visibilità, uno che capisce prima di molti altri che l’immagine non serve a documentare, ma a ricattare, orientare, condizionare.
Non è un caso che il suo impero non si basi sulla produzione, ma sull’intermediazione. Corona non crea contenuti, gestisce vulnerabilità.

Il gossip come economia morale

Uno dei meriti maggiori della docuserie è mostrare come il mondo dei paparazzi non sia un circo marginale, ma un’economia parallela del desiderio e della vergogna.
Corona prospera perché intercetta una società che vuole sapere tutto, ma non vuole sporcarsi le mani.
I vip vogliono visibilità, ma non esposizione totale.
I giornali vogliono scandali, ma non responsabilità.
Il pubblico vuole guardare, ma non sentirsi complice.
In questo vuoto morale, Corona diventa il parafulmine perfetto, fa il lavoro sporco che tutti desiderano e poi fingono di disprezzare.
Ed è qui che la sua figura si fa più ambigua perché non è un predatore isolato, ma un ingranaggio perfettamente funzionale.
Quando cade, il sistema che lo ha usato resta in piedi.
Anzi, respira sollevato.

Il narcisismo non come vanità, ma come armatura

La serie mostra un uomo ossessionato dalla propria immagine, ma sarebbe superficiale ridurlo a vanità.
Il narcisismo di Corona è difensivo, quasi clinico.
È la costruzione di un sé ipertrofico per non affrontare il vuoto sottostante.
Corona non sopporta l’irrilevanza.
Non l’anonimato: l’insignificanza.
Essere fuori scena equivale a non esistere.
Per questo anche il carcere, anche la caduta, anche l’umiliazione vengono rielaborate come narrazione.
Ogni ferita diventa materiale.
Ogni eccesso, un episodio.
La serie è più crudele quando lascia emergere questa verità: Corona non sa vivere senza pubblico, ma allo stesso tempo ne è divorato.
È insieme regista e vittima del proprio spettacolo.

Le relazioni: non amore, ma specchi

Le donne che attraversano la sua vita non sono comparse né semplici “fidanzate famose”.
Sono specchi identitari.
Con ciascuna, Corona non costruisce tanto una relazione, quanto una versione di sé: il marito, il padre, il macho, il ribelle, l’uomo redento, l’artista maledetto.
La serie non indulge nel pettegolezzo, ma lascia intravedere una costante: l’incapacità di sostenere l’intimità senza trasformarla in scena.
L’amore, per Corona, è reale solo se è visibile. Quando diventa quotidiano, silenzioso, smette di nutrirlo.
Qui il ritratto si fa umano, persino doloroso perché dietro l’uomo che domina c’è un individuo che teme l’abbandono più della galera.

La giustizia: colpa, persecuzione, responsabilità

Il rapporto di Corona con la giustizia è uno dei punti più delicati.
La serie evita, giustamente, sia la santificazione del “perseguitato” sia la riduzione a criminale caricaturale.
Quello che emerge è più inquietante: un cortocircuito tra giustizia penale e giustizia simbolica.
Corona ha commesso reati, questo è un fatto. Ma è altrettanto vero che su di lui si è esercitata una funzione esemplare: punire il corpo che aveva incarnato troppo visibilmente i vizi collettivi.
Il carcere, in questo senso, non è solo pena, ma messaggio.
E qui Corona reagisce come ha sempre fatto, trasformando anche la punizione in racconto, anche la sofferenza in identità.
Non c’è redenzione, ma resilienza narrativa.

Il presente: non un ritorno, ma una persistenza

La docuserie non racconta una rinascita. Racconta qualcosa di più disturbante, la persistenza di Corona in un mondo che ormai funziona come lui aveva previsto.
Oggi tutti sono brand, tutti monetizzano visibilità, tutti giocano sul confine tra privato e pubblico.
Corona non è più un’eccezione, è un precursore fuori tempo massimo.
Ed è qui che il ritratto si chiude, senza morale. Corona non è il futuro, ma è stato il prototipo. Un uomo che ha anticipato l’era dell’auto-esposizione totale, pagandone il prezzo prima degli altri, in modo più violento e meno patinato.

Conclusione: uno specchio che non consola

La forza vera di questo racconto, se lo si guarda senza ipocrisie, è che non permette allo spettatore di sentirsi superiore.
Corona non è un mostro isolato.
È un uomo che ha portato alle estreme conseguenze pulsioni largamente condivise: visibilità, potere, controllo del racconto, paura di sparire.
È lucido quando è spietato. È patetico quando è umano. È colpevole senza essere riducibile alla colpa.
E soprattutto è un prodotto perfettamente coerente del suo tempo, forse troppo coerente per essere sopportabile.
Non ci chiede di amarlo né di odiarlo.
Ci costringe a guardarci nello specchio che lui ha incrinato per primo.
E lo specchio, questo sì, non assolve nessuno.

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