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Chiara Ferragni e l’economia dell’apparenza: ascesa, bolla e prezzo della visibilità

Chiara Ferragni e l’economia dell’apparenza: ascesa, bolla e prezzo della visibilità

Chiara Ferragni è stata, prima ancora che una persona, un sistema.
Un dispositivo narrativo capace di trasformare la propria vita in linguaggio economico, il quotidiano in branding, l’istante in capitale.
Il suo talento non è mai stato la moda in sé, né lo stile, né tantomeno una competenza tecnica specifica.
La sua vera abilità è stata comprendere, con anticipo e con lucidità, che i social non erano un mezzo di comunicazione, ma un’infrastruttura di potere.
Un luogo dove visibilità, consenso e desiderio potevano essere messi a valore in modo diretto, senza intermediari, senza filtri culturali, senza gerarchie tradizionali.
Non è un caso che Ferragni sia stata studiata ad Harvard.
Non per ciò che diceva, ma per ciò che rappresentava: un modello di disintermediazione totale.
Il brand che coincide con la persona, la persona che diventa media, il media che diventa mercato.
Chiunque abbia deciso di seguirla, di investirci, di intercettarla, aziende, manager, giornalisti, politici, istituzioni culturali, non l’ha mai fatto in modo neutro.
L’ha scelta perché vincente. E scegliendo lei, sperava di diventarlo a sua volta.
La Ferragni non convinceva, garantiva.
Non argomentava, performava successo.
E il successo, in un sistema fragile e affamato di scorciatoie, è contagioso.
Per anni ha funzionato così: bastava la sua presenza per “risolvere” problemi strutturali.
Un brand in crisi? La Ferragni.
Un prodotto mediocre? La Ferragni.
Una narrazione vuota? La Ferragni.
Non serviva migliorare la qualità, ripensare i processi, investire nel lungo periodo.
Bastava appoggiarsi alla sua immagine come a una protesi reputazionale.
Lei diventava allo stesso tempo sponsor e prodotto, testimonial e garanzia morale, vetrina e contenuto.
In questo senso ha incarnato perfettamente lo spirito del tempo, e cioè quello di un capitalismo simbolico in cui l’apparenza non accompagna il valore, ma lo sostituisce.
Il punto di rottura arriva quando questo meccanismo, portato all’estremo, incontra il tema più delicato di tutti: la beneficenza.
È lì che la bolla mostra la sua natura. Perché la beneficenza, per funzionare davvero, richiede trasparenza, lentezza, complessità, rinuncia al protagonismo.
Tutto ciò che è incompatibile con la logica dei social, fondata sulla semplificazione emotiva e sull’immediatezza.
Quando il gesto solidale diventa storytelling, quando il bene viene impacchettato come un prodotto, il rischio non è solo etico ma sistemico.
Non si aiuta più una causa, si usa una causa per rafforzare un brand.
Il fatto che tutto si sia infine “risolto” attraverso il pagamento, attraverso i soldi, è forse l’aspetto più rivelatore.
Non perché il denaro non abbia valore riparativo, ma perché conferma che l’intero impianto era economico fin dall’inizio.
La reputazione si compra, il danno si monetizza, la fiducia si risarcisce.
Non c’è redenzione, non c’è trasformazione, solo una transazione.
È la logica del mercato applicata alla morale. E Ferragni, in questo, non è un’eccezione ma un sintomo.
Questo apre un capitolo enorme, che va ben oltre lei.
Racconta di società in difficoltà che non cercano soluzioni strutturali, ma scorciatoie narrative.
Di aziende che preferiscono un volto noto a un prodotto migliore.
Di un sistema mediatico che ha progressivamente rinunciato al proprio ruolo critico, fino al punto di essere cannibalizzato. Non è un caso che alcuni giornali di moda abbiano perso centralità, o addirittura chiuso, mentre lei cresceva.
La Ferragni non aveva bisogno di mediazione editoriale.
Era lei stessa contenuto, distribuzione e pubblico.
Dove prima c’era un discorso, ora c’era una foto. Dove prima c’era un giudizio, ora c’era un like.
Alla fine, Chiara Ferragni resta una figura profondamente coerente con il mondo che l’ha prodotta.
Non un’anomalia, ma una conseguenza.
Non una truffa nel senso classico, ma una gigantesca operazione di specchio, ha mostrato a tutti quanto fosse facile confondere il valore con la visibilità, l’etica con l’immagine, la beneficenza con il marketing.
La bolla non l’ha creata da sola.
L’ha semplicemente abitata meglio degli altri.
E quando è scoppiata, non ha fatto che rivelare ciò che c’era sempre stato, un sistema che non voleva verità, ma risultati.
E che, pur di ottenerli, era disposto a pagare.

Nota a piè di pagina

Sullo sfondo di questa macchina perfetta, rimane una fragilità che non è economica né mediatica, ma sentimentale.
La Ferragni ha esposto l’intimità come tutto il resto: relazioni, maternità, crisi, riconciliazioni sono entrate nel flusso continuo del racconto pubblico, perdendo progressivamente la possibilità di esistere come spazio privato.
In questo senso, la sua vulnerabilità non è tanto l’emotività quanto l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo.
Quando l’amore diventa contenuto, anche il dolore rischia di trasformarsi in performance. Non è una colpa individuale, ma il prezzo umano di un’esistenza vissuta senza margini, dove persino i sentimenti devono reggere il ritmo dell’algoritmo.

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