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Radio Potenza Centrale, l'Istrione e l'incantesimo dell'etere

9 febbraio 2020. Siamo arrivati a Roma e mio padre parcheggia davanti al portone di casa, ma né lui né io e mio fratello scendiamo dalla macchina. Non c’è bisogno di dire niente: rimaniamo istintivamente immobili e con le cinture allacciate. Mancano 4 minuti. 20 dicembre 2025. Davanti a un caffè, Antonio Postiglione mi racconta la storia della nascita della radio di cui è editore

Si fa festa per i 100 anni della radio, ma chi la rese libera fu Nino Postiglione di Potenza

Tutto comincia all’inizio degli anni Settanta, quando il padre Bonaventura Postiglione, meglio conosciuto come Nino, si appassiona al mondo dell’etere e inizia a trasmettere in modo 'pirata' da una macchina in continuo movimento, dietro lo pseudonimo di “Istrione” e con l’aiuto della moglie Palmina Tortorelli, sfidando le leggi e la Polizia postale dell'epoca che non consentivano alle radio private di trasmettere. Sono gli anni del monopolio Rai sul mercato radiofonico, anni in cui esperimenti come quello di Nino Postiglione rappresentano tentativi pioneristici di dar voce alla comunità locale e offrire un’informazione libera e autonoma, anticipando una rivoluzione culturale che verrà sancita dalla sentenza della Corte costituzionale del 1976 che dichiara illegittimo il monopolio statale sul mezzo radio, aprendo la strada alla proliferazione di emittenti private locali.

Così nasce - ufficialmente - Radio Potenza Centrale, un medium di prossimità a conduzione familiare che inizia una rapida espansione territoriale, grazie all’aumento del numero di ripetitori voluto da Nino, raggiungendo non solo tutti i comuni della Basilicata, ma anche molti di Puglia, Campania e Molise. E proprio per proiettare la radio verso l’esterno e non lasciarla soffocare in stretti confini verbali e geografici, nasce lo slogan che quarant’anni dopo ancora tutti noi ripetiamo: "Radio Potenza Centrale, è una potenza di radio".

Antonio nasce negli anni Ottanta. “Sono nato dentro la radio. Per me è stata sempre un membro della famiglia.” Cresce in una villa in cui il pianterreno è adibito a sede della radio e il primo piano ad abitazione; la mattina frequenta la scuola e il pomeriggio passa i vinili agli speaker. Ricorda gli ascoltatori che frequentavano quegli spazi o che chiamavano per dar loro stessi le notizie in tempo reale, in format intimi, fondati su un rapporto stretto con il pubblico e sulla trattazione di temi e problemi quotidiani. Antonio ricorda quando “lo staff della radio veniva definito clan, perché non era un freddo gruppo di lavoro, ma un insieme di personaggi”. Soprattutto, definisce la radio “il social degli anni Novanta”: tra musica, sport, politica, richieste in diretta, telefonate, contribuiva a creare una sorta di comunità eterea eppure reale, fatta di parole e suoni; una comunità che si dà appuntamento e dialoga, che fa da sottofondo a un viaggio in macchina o a un pigro pomeriggio della domenica, che dà voce a tutti ed entra in ogni casa.

Arrivano gli anni Duemila e per il settore radiofonico comincia una progressiva riforma legislativa, consolidata nel 2005, che impone una maggiore strutturazione societaria e professionale delle radio, determinandone una svolta in senso commerciale: nella programmazione della linea editoriale subentrano le richieste delle case discografiche con cui è necessario mediare. Antonio però rivendica la ferma volontà di non tradire il senso originario di Radio Potenza Centrale: mantiene i format di contatto diretto con gli ascoltatori, tramite le telefonate e la messaggistica istantanea, e lascia intatta la sede affettiva della radio, quella villa di famiglia che al pianterreno continua ad ospitare i microfoni e gli speaker e al primo piano gli uffici amministrativi, con una foto in bianco e nero che campeggia all’ingresso e che ritrae Nino e Palmina, felici, mentre stanno trasmettendo: tutto è iniziato con la passione e l’entusiasmo di una giovane coppia e tutto deve riportare a loro.

Durante l’intervista, c’è un termine che Antonio utilizza più degli altri ogni volta che parla della radio, "magia". Come se gli ascoltatori fossero sotto l’effetto di un incantesimo che li avvolge di suoni e parole e ciò che è lontano e immateriale diventa vicino e concreto. Delicatissimo ma potente. Dopo il nostro incontro, ripenso alle sue parole, soprattutto a quella parola e ricordo. 9 febbraio 2020. Mancano 2 minuti e noi abbiamo ancora le cinture allacciate. Quello che doveva essere solo un viaggio familiare Potenza-Roma, è diventato una serata al cardiopalma: derby Inter-Milan, Conte contro Pioli. Nel primo tempo il Milan domina la partita e va in vantaggio di 2 gol. Intervallo. Ne approfittiamo per fermarci all’autogrill, mangiare, bere e fumare una sigaretta all’aperto. Ma abbiamo fretta, perché non vogliamo perdere neanche un minuto di radiocronaca. Inizia il secondo tempo. Ricordo la nostra concentrazione e il nostro silenzio per far spazio alla voce del cronista che riempiva la macchina e i nostri occhi di immagini plasmate solo dal suo racconto. L’Inter inizia a segnare e non si ferma più. Tratteniamo tutti il fiato. Quello che doveva essere solo un viaggio familiare, diventa uno dei ricordi più belli e intimi che custodirò sempre con gelosia. Manca 1 minuto. Siamo a Roma, siamo davanti al portone, siamo seduti in macchina, ma in realtà siamo da un’altra parte: quella voce ci ha portati a San Siro, siamo tra gli spalti, vediamo il gol di Lukaku al 93’, vediamo l’arbitro fischiare e decretare la fine della partita e la vittoria dell’Inter, siamo con la bolgia nerazzurra. È una magia.
Ma adesso l’incantesimo è finito e la voce scompare.

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