IL MATTINO
Cultura
11.01.2026 - 17:25
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel delitto ben costruito.
Non nel crimine in sé, ma nel suo racconto.
Un corpo compare, una comunità si incrina, la verità si nasconde dietro le buone maniere.
E alla fine, sempre alla fine, qualcuno prende la parola e rimette ordine.
Agatha Christie ha costruito un intero universo su questa promessa, non di giustizia, ma di intelligibilità.
Il mondo può essere corrotto, ma è ancora leggibile.
"Cena con delitto – Knives Out" nasce esattamente da qui.
Non come omaggio nostalgico, ma come presa d’atto: la Christie non è mai morta perché non ha mai preteso di essere moderna.
È rimasta fedele ai suoi automatismi, ai suoi stereotipi, a una meccanica narrativa così scoperta da diventare quasi astratta.
E proprio per questo continua a funzionare.
La Christie come macchina narrativa e come rifugio
La Christie è un’evergreen imperfetta.
Le sue storie sono riconoscibili fino alla prevedibilità: il gruppo chiuso, l’eredità, la famiglia come luogo del rancore, i personaggi ridotti a funzioni morali.
C’è in lei qualcosa di rigidamente meccanico, a volte persino sospetto.
Le psicologie sono schematiche, le coincidenze abbondano, il mondo sociale è spesso immobile.
Eppure resiste perché offre qualcosa che il presente fatica a concedere: la sensazione che il caos sia temporaneo.
Nei suoi romanzi il disordine non è ontologico, è un problema da risolvere.
E questo, oggi, è quasi rivoluzionario.
Rian Johnson lo capisce.
"Cena con delitto" non cerca di “attualizzare” la Christie nel senso superficiale del termine.
Non la rende più realistica, non la psicologizza. Fa una cosa più sottile, mostra i suoi ingranaggi mentre funzionano ancora.
Daniel Craig: l’investigatore come maschera consapevole
In questo dispositivo entra Daniel Craig, e lo fa portandosi dietro il peso della propria iconografia.
Dopo James Bond, Craig avrebbe potuto cercare l’invisibilità.
Invece sceglie l’eccesso.
Benoit Blanc è troppo, troppo accentato, troppo verboso, troppo teatrale.
Ma non è una caricatura ingenua.
È una caricatura intelligente, che sa di esserlo. Craig interpreta un investigatore che non finge di essere “naturale”.
Blanc è una maschera, come Poirot, come Miss Marple.
E Craig, con una precisione quasi meta-attoriale, fa della metamorfosi un commento sul genere.
Il suo talento camaleontico non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel mostrare la costruzione del personaggio.
Blanc non domina la scena con l’azione, ma con la parola.
Non corre, non spara, non seduce: osserva, ascolta, accumula.
È un uomo fuori tempo massimo, ed è proprio per questo che funziona.
Il padre: Harlan Thrombey, il demiurgo stanco
Al centro di tutto c’è Harlan Thrombey (che ha le sembianze di Christopher Plummer) non solo perché è la vittima.
Harlan è il principio ordinatore del mondo narrativo.
Scrittore di gialli, patriarca ricco, osservatore ironico della propria famiglia, è una figura profondamente christiana.
Un uomo che conosce le regole del gioco e ne gode, anche quando ne è prigioniero.
Harlan vede i suoi figli per quello che sono: parassiti morali, adulti incompiuti. Ma è anche colui che li ha resi tali.
Li ha mantenuti, protetti, nutriti, togliendo loro la possibilità di fallire davvero.
È il padre che crea dipendenza e poi la punisce, improvvisamente, con un gesto di apparente lucidità morale.
La sua morte non è solo un evento narrativo, è una resa dei conti differita.
Harlan non viene ucciso solo perché ricco, ma perché ha incarnato per anni un potere indulgente, ironico, irresponsabile.
Anche da morto, continua a dirigere la scena.
È un dio minore, stanco, che esercita il proprio ultimo atto di sovranità attraverso il testamento.
I figli maschi: due forme della stessa impotenza
I figli maschi di Harlan sono due declinazioni complementari del fallimento.
Il maggiore è l’uomo d’affari mancato.
Parla il linguaggio del successo, del merito, dei numeri, ma non ha costruito nulla senza il padre.
Crede di essere legittimo perché somiglia al potere.
La sua violenza è fredda, amministrativa, burocratica.
È l’erede che confonde l’eredità con un diritto naturale.
Il minore è più fragile, più risentito, più patetico. Non rivendica il successo, denuncia l’ingiustizia.
Trasforma il fallimento in identità morale, la frustrazione in ideologia.
È il personaggio più contemporaneo, quello che scambia la rabbia per verità.
Entrambi sono colpevoli non tanto per ciò che fanno, ma per ciò che non sono mai diventati.
Christie avrebbe riconosciuto immediatamente questa coppia: due uomini che non hanno autonomia morale, solo reazioni.
Ombre cresciute male, generate dal padre e incapaci di emanciparsene.
Il coro femminile: movimento contro immobilità
Se i personaggi maschili sono bloccati, nel potere, nel risentimento, nell’eredità, le figure femminili sono in movimento.
Linda (Jamie Lee Curtis) è l’erede simbolica di Harlan.
Ha interiorizzato il padre: il controllo, l’ironia, l’idea di merito.
A differenza dei fratelli, ha costruito qualcosa, o almeno così crede.
La Curtis la interpreta come una donna che non dubita più di sé.
È la più “maschile” dei personaggi, non per genere ma per adesione totale al sistema del potere.
Joni, la nuora, rappresenta un altro tipo di parassitismo: emotivo, performativo.
Fragile in modo strategico, vive di richieste e giustificazioni.
Non trama apertamente, ma consuma.
È una figura tipicamente christiana in cui la debolezza diventa risorsa narrativa.
Meg è la coscienza che non regge.
Giovane, istruita, progressista, vede la corruzione ma non riesce a opporvisi quando il prezzo diventa personale.
In lei il film introduce una nota amarissima, sapere non basta.
E poi c’è Marta Cabrera, il vero elemento destabilizzante.
Non perché sia moralmente superiore, ma perché è estranea.
Non appartiene al sistema, non ne ha interiorizzato le regole.
La sua incapacità di mentire è una disfunzione in un mondo fondato sulla simulazione.
Come spesso nella Christie, è il personaggio marginale a rendere visibile la colpa degli altri.
Il coro borghese
Come nei libri della Christie, il cast è un coro di maschere.
Ognuno rappresenta una posizione: l’avidità, l’ipocrisia, l’autoindulgenza, il vittimismo.
È un limite?
Sì, se lo si giudica con criteri realistici.
Ma il giallo classico non è realismo, è allegoria sociale.
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