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Philippe Junot: quando il mondo credeva ancora ai playboy

Philippe Junot: quando il mondo credeva ancora ai playboy

Philippe Junot appartiene a una categoria umana oggi quasi estinta, o quantomeno profondamente mutata, quella dei playboy europei del secondo Novecento, uomini che non erano famosi per un mestiere preciso ma per una maniera di stare al mondo.
Non influencer, non divi del cinema, non aristocratici di sangue, bensì figure di confine, sospese tra denaro, charme e una certa indolenza elegante che allora veniva scambiata per libertà.
Junot nasce nel 1940, cresce in una Francia che sta uscendo dalla guerra e che, negli anni Sessanta e Settanta, vuole dimenticare tutto con una velocità febbrile.
Parigi è di nuovo capitale del desiderio, Montecarlo un teatro a cielo aperto dove il lusso non si giustifica, si esibisce.
In quel contesto Junot diventa qualcuno senza mai essere davvero qualcosa: imprenditore, uomo d’affari, frequentatore di ambienti dove i titoli contano meno delle conoscenze e il curriculum è fatto di inviti, tavoli prenotati, porte che si aprono.
Non era bello in senso classico, Junot.
Era convincente.
Aveva quella sicurezza leggermente spavalda di chi non chiede il permesso, ma nemmeno forza la mano.
Il suo fascino non stava nell’eccezionalità, bensì nella continuità.
Sempre nel posto giusto, sempre vestito come si deve, sempre circondato da donne che sembravano scelte con un occhio più estetico che sentimentale.
In questo, era figlio perfetto della sua epoca.

I playboy come fenomeno culturale

Il playboy, allora, non era solo un seduttore seriale: era una figura narrativa.
Rappresentava un’idea maschile del successo che non passava attraverso il sacrificio visibile ma attraverso la leggerezza.
Doveva sembrare che tutto arrivasse senza sforzo: il denaro, l’amore, le occasioni.
Il vero tabù non era il tradimento, ma la fatica.
I rotocalchi avevano bisogno di uomini come Junot.
Le riviste patinate: "Paris Match", "Gala", "Oggi", "Hola!", costruivano una mitologia accessibile e irraggiungibile allo stesso tempo.
Le loro storie non parlavano davvero di persone, ma di ruoli: la principessa, il playboy, l’attrice, l’erede.
Era un teatro in cui i sentimenti venivano semplificati, ma il contesto sociale era chiarissimo.
Il messaggio era esiste un mondo dove le regole sono diverse, e qualcuno ci vive dentro con naturalezza.
Junot non cercò mai di smontare questa narrazione.
Anzi, vi si accomodò con disinvoltura.
Era abbastanza intelligente da capire che il personaggio funzionava più dell’uomo, e abbastanza vanitoso da non volerlo correggere.

L’incontro con Caroline: non una favola, ma un cortocircuito

Quando Philippe Junot incontra Caroline di Monaco, non nasce una favola. Nasce un cortocircuito simbolico.
Lei è giovane, bellissima, cresciuta sotto lo sguardo del mondo, figlia di Grace Kelly, cioè del più potente mito femminile del Novecento.
Lui è tutto ciò che la corte non approva ma che, segretamente, affascina: libero, adulto, disincantato, esperto di vita notturna e non di protocolli.
Il matrimonio, celebrato nel 1978, sembra confermare ciò che molti temevano e altri segretamente ammiravano: una principessa può scegliere il desiderio invece della sicurezza.
Ma il punto è che Junot non era fatto per essere marito, e Caroline non era fatta per restare una figura decorativa.
I rotocalchi raccontarono il loro amore come un romanzo passionale; la realtà fu più asciutta, più prevedibile, quasi sociologica.
Il playboy funziona finché resta immagine.
Nel momento in cui entra nella quotidianità, la sua leggerezza diventa assenza.
Il matrimonio dura poco, e finisce senza tragedie e senza eroismi.
Non c’è scandalo vero, solo un lento disallineamento tra ciò che ciascuno rappresenta e ciò che ciascuno è.

Dopo il mito: il tempo che ridimensiona 

Dopo Caroline, Junot continua a vivere, ad avere figli, a lavorare, a invecchiare.
Ma il mondo attorno a lui cambia più velocemente di quanto cambi lui stesso.
Il playboy perde centralità.
La società comincia a chiedere trasparenza, impegno, narrazioni più complesse.
Il lusso non basta più, va giustificato, raccontato, spesso esibito come merito.
I rotocalchi, a loro volta, si trasformano.
Il gossip diventa più aggressivo, meno elegante.
Le figure come Junot non fanno più notizia, non incarnano né il potere né la ribellione. Sono residui di un’epoca in cui l’ambiguità era tollerata, persino desiderata.
In questo senso, Philippe Junot è una figura malinconica.
Non perché abbia perso qualcosa di concreto, ma perché il suo ruolo sociale è diventato obsoleto.
Era un uomo costruito per un mondo che credeva ancora nella distinzione netta tra pubblico e privato, tra palcoscenico e retroscena.

Cosa resta 

Resta l’immagine di un uomo che non ha mai finto di essere migliore di ciò che era.
Non un eroe romantico, non un cinico manipolatore.
Piuttosto, un prodotto coerente del suo tempo.
Junot non ha cambiato la storia, ma l’ha attraversata con una certa eleganza, lasciandosi fotografare nel momento esatto in cui il sogno stava per cambiare forma.
E forse è questo che rende ancora interessante raccontarlo oggi, non come favola rosa, ma come documento umano.
Un uomo che per un breve periodo ha incarnato l’idea che il fascino potesse bastare, che l’amore potesse essere leggero, che la vita fosse una sequenza di salotti ben illuminati.
Poi il mondo ha chiesto altro.
Ma per qualche anno, davvero, alle principesse piacquero i playboy.

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