IL MATTINO
Musica
08.01.2026 - 16:53
James Senese non è mai stato soltanto un sassofonista, è stato un’epopea sonora, la voce strumentale di Napoli, un corpo in dialogo col mondo e col suo tempo.
Nato a Napoli il 6 gennaio 1945, figlio di madre italiana e padre afro-americano, Senese porta nel suo sax la storia di due mondi che si incontrano e si trasformano in musica: il blues e il jazz americani, il canto caldo e dolente del Mediterraneo, la rabbia e la speranza delle strade di Miano e Piscinola.
La ferita originaria
Crescere a Napoli negli anni Cinquanta, con la pelle scura e un padre afroamericano, scomparso, significa imparare presto che l’identità è una conquista.
James nasce con questa frattura.
La pelle scura, gli sguardi addosso, le parole che feriscono prima ancora di capirle.
James raccontava spesso che da ragazzo veniva chiamato “americano”, “negr’”, “diverso”.
La musica diventa rifugio e rivolta, il sax è il suo modo di rispondere al mondo.
«Io non suonavo per piacere. Suonavo perché dovevo dire qualcosa.»
Ed è per questo che, anche quando la musica italiana era ancora pulita, rassicurante, Senese portava spigoli, sudore e verità.
Ritratto totale, narrativo e viscerale di un uomo, dei suoi dischi, di Napoli e di Pino Daniele
James Senese non ha mai cercato di piacere.
Ha cercato di essere vero.
E la verità, quando passa attraverso un sassofono, non chiede permesso, entra, ti prende allo stomaco, ti costringe ad ascoltare.
Cresce capendo una cosa fondamentale: non appartieni a niente se non ti prendi il diritto di esistere.
La musica non arriva come vocazione romantica, ma come necessità.
Il sax non è uno strumento, è una seconda bocca, l’unica capace di dire quello che la città, la famiglia, la società non sanno ascoltare.
Il suono come identità
James non suona “bene”, suona necessario.
Il suo sax è sporco, rauco, spesso sgraziato, sempre umano.
Non cerca la perfezione, cerca il punto esatto in cui il dolore diventa linguaggio.
In questo è più vicino ai grandi del jazz nero che a qualsiasi scuola accademica. Perché James suona come vive, senza protezioni.
Negli anni Sessanta, con i Showmen, porta in Italia soul e rhythm’n’blues quando qui si balla ancora con educazione. Ma anche lì, qualcosa non basta.
Napoli è troppo grande, troppo contraddittoria per stare dentro le canzoni leggere.
Serve un’altra lingua. Serve un’altra violenza. Serve Napoli Centrale.
Napoli Centrale: la rivoluzione senza slogan
Napoli Centrale non nasce per moda. Nasce per urgenza.
James prende il jazz elettrico, il funk, il rock, e ci infila dentro il dialetto più crudo, quello della strada, della rabbia, del lavoro che manca, della dignità calpestata.
Nessuno l’aveva fatto così.
Nessuno lo farà più allo stesso modo.
"Napoli Centrale" (1975) è un pugno.
Non introduce, non accompagna,attacca. Il sax sembra urlare nomi, volti, storie che nessuno vuole sentire. È musica che non consola.
"Mattanza" (1976) è ancora più fisico.
Il titolo dice tutto: è la strage quotidiana dei deboli, dei dimenticati. Qui James suona come se stesse combattendo contro il tempo, contro l’indifferenza.
"Qualcosa ca nu’ mmore" (1977) abbassa la voce ma aumenta la profondità.
Non è resa: è introspezione.
James comincia a guardare dentro la propria ferita. Il suono diventa più lento, più scuro, più definitivo.
Poi arrivano " 'Ngazzate nire", "Jesceallah",
"Zitte!" "Sta venenne ’o mammone", "’O sanghe", dischi che sono atti politici senza slogan, cronache emotive di una città che cambia senza mai guarire.
Napoli Centrale diventa una dichiarazione.
Napoli non è folklore, è avanguardia.
Pino Daniele: quando due solitudini si riconoscono
E in mezzo a tutto questo arriva Pino Daniele.
James lo vede subito. Non perché è virtuoso, ma perché è vero. Un ragazzo che parla poco, suona tanto, scrive come se stesse confessando qualcosa a se stesso prima che al mondo. James capisce che non va protetto: va affiancato.
Lo porta con sé. Gli compra il basso. Gli dà spazio. Gli dà fiducia.
Quello che nasce non è un sodalizio professionale, ma una fratellanza profonda, fatta di silenzi, notti, palco, strada.
Quando Pino canta, James non lo segue: lo ascolta.
Il sax entra come entra un fratello maggiore quando non servono parole.
In "Chi tene ’o mare", il sax non è melodia, è il mare stesso, instabile, profondo, mai uguale.
In "Vai mo’, chitarra e sax"dialogano come due che sanno di non doversi spiegare.
Quella musica cambia tutto.
Napoli diventa universale senza smettere di essere Napoli. Blues, jazz, dialetto, Africa, America.
Tutto convive perché è vissuto, non studiato.
Quando Pino muore, James perde una parte della propria voce. Non lo trasforma in mito. Lo porta dentro.
Ogni assolo diventa una chiamata.
«Con Pino non dovevo parlare. Bastava suonare.»
La maturità: suonare il tempo che resta
Negli anni della maturità, James Senese diventa testimone.
Non predica, racconta.
"E' fernuto ’o tiempo" è un titolo che pesa come una sentenza.
Il tempo non torna, ma lascia segni.
James non li nasconde.
"Aspettanno ’o tiempo", dal vivo, è quasi una confessione collettiva.
Parla col pubblico, si ferma, ride, si commuove. Perché la musica, per lui, è relazione.
"James is Back" non è un ritorno, è una presa di posizione.
Sono ancora qui.
Stiamo cercando il mondo è forse il suo testamento spirituale: finché cerchi, sei vivo.
Il suo sax invecchia come invecchia un corpo che ha vissuto: perde lucidità, guadagna verità.
Cinema, palco, vita
Con Troisi, con Turturro, James non interpreta: "È".
Il sax diventa coscienza invisibile delle immagini, commento emotivo che non spiega ma amplifica. Sempre fedele a se stesso, sempre scomodo.
L’eredità
James Senese non lascia solo dischi.
Lascia un modo di stare al mondo.
Suonare anche quando fa male.
Dire la verità anche quando non conviene.
Trasformare la diversità in linguaggio.
Il suo sax resta una voce nera, napoletana, universale, una voce che non addolcisce, che non consola, ma accompagna.
E ogni volta che ascolti Pino Daniele e senti quel suono che sembra piangere e abbracciarti insieme, non è nostalgia.
È James Senese che ancora respira.
In un fiato.
In una ferita.
In una nota che non vuole finire.
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