IL MATTINO
Cultura
06.01.2026 - 10:20
La Befana è uno dei tanti personaggi che accompagnano la nostra vita, una che ci gratifica con i doni ma che attraverso il carbone ci ricorda che non esiste solo il bello e il buono e che non dobbiamo dimenticarlo.
Così nasce questo racconto in tre episodi, dove da una parte abbiamo il mito e la sua funzione, da una parte i dubbi e il limite e poi un finale con la presenza di una colpa strutturale che non prevede catarsi.
La storia, una storia nera come il carbone, è ambientata a Roma, una città che sulla Befana ha “costruito” una tradizione.
I debiti di Roma
Roma, di notte, non promette niente.
Mantiene solo i debiti.
La Befana lo sapeva bene.
Per questo usciva sempre dopo mezzanotte, quando la città smetteva di fingere e mostrava il conto vero: serrande abbassate, luci giallastre, marciapiedi che sapevano di urina e di attese finite male.
Era l’ora in cui Roma non chiedeva più scusa.
La chiamavano così da anni, ormai.
Anche quelli che non avevano mai creduto alle favole.
Non perché portasse dolci o carbone, ma perché arrivava sempre dopo.
Dopo che la giustizia aveva voltato le spalle, dopo che i processi si erano sbriciolati tra rinvii e prescrizioni, dopo che le vittime avevano smesso di aspettare.
Lei arrivava allora, curva sotto il peso di un sacco che nessun bambino avrebbe mai voluto aprire.
Una volta si chiamava Anselma Rinaldi.
Assistente sociale.
Ventitré anni passati tra case popolari e uffici comunali, tra corridoi dove la vernice si sfogliava come una promessa e stanze dove l’odore di muffa si mescolava a quello della paura.
Aveva imparato presto a non sedersi mai: chi si siede troppo a lungo finisce per assomigliare ai mobili.
Aveva creduto nello Stato. Nelle firme in fondo ai moduli, nei protocolli, nei verbali. Aveva creduto che bastasse scrivere le cose giuste.
Poi era arrivata la notte in cui una bambina non si era svegliata più.
Non una tragedia da telegiornale.
Nessuna sirena, nessun titolo.
Solo una stanza troppo silenziosa, un peluche sul letto e una relazione che parlava di “contesto familiare complesso”.
Anselma l’aveva riletta fino a odiarla.
L’aveva scritta lei.
Da allora aveva smesso di aspettare.
Ora la Befana attraversava Trastevere a passo lento.
La scopa era rimasta in qualche cantina, sostituita da un bastone che serviva più a ricordarle l’età che a reggerla. Il sacco sulla spalla tirava, come sempre. Non per il peso, ma per quello che conteneva: nomi, ricordi, colpe.
Ogni anno diceva che sarebbe stato l’ultimo.
Ogni Epifania le dimostrava che si sbagliava.
Si fermò sotto un portone annerito dallo smog.
Dieci anni prima aveva bussato lì con una cartellina blu e una richiesta d’aiuto. L’uomo del secondo piano le aveva sorriso come si sorride ai mendicanti: con educazione e disprezzo.
Ora lei non bussava più.
Salì le scale lentamente, contando i gradini.
Sempre diciassette.
Al secondo piano si fermò davanti alla porta.
Dietro, un televisore acceso, una risata registrata.
Il mondo che va avanti, anche quando non dovrebbe.
«Arrivi tardi.»
La Befana non si voltò.
«Arrivo quando serve.»
Il portiere era appoggiato al corrimano.
Vecchio quanto lei, forse più stanco.
Sapeva.
Tutti sapevano, a modo loro.
«Quest’anno finirà male» mormorò.
«Ogni anno finisce male per qualcuno» rispose lei.
La porta si aprì con una chiave che non esisteva.
Dentro, l’aria era calda, viziata.
L’uomo sul divano impallidì.
Non perché la riconoscesse, ma perché certi volti parlano una lingua che non serve conoscere.
«Non ho fatto niente.»
Era sempre la prima frase.
«Avete fatto tutti qualcosa.»
Non c’era rabbia nella sua voce.
Solo stanchezza.
Il carbone scivolò fuori dal sacco.
Non bruciava subito.
Prima guardava.
Prima ricordava.
Aveva un odore acre e antico, come qualcosa acceso e spento troppe volte senza mai consumarsi.
Quando tutto finì, la Befana restò ferma.
Le tremava la mano.
Non per rimorso, ma per il peso degli anni.
Si sedette in cucina, accese una sigaretta e lasciò che il fumo salisse al posto suo.
Pensò alla bambina. Sempre alla bambina. Ai capelli raccolti male, allo zaino troppo grande, al silenzio di chi avrebbe dovuto parlare.
«Non è abbastanza.»
Non lo era mai.
Uscì che l’alba cominciava a sporcare il cielo.
Roma si stirava, fingeva normalità.
I netturbini, i bar che aprivano, il profumo dei cornetti.
La città amava quell’ora: poteva far finta di ricominciare.
La Befana attraversò la strada, invisibile come le cose scomode.
Al Tevere si fermò.
Guardò l’acqua scura scorrere senza memoria.
Pensò di buttare il sacco. Pensò di smettere.
Poi vide il riflesso di un altro volto.
Giovane.
Spaventato.
Ancora in attesa.
Rimprese il sacco.
La Befana non salvava il mondo.
Non lo aveva mai creduto.
Si limitava a impedirgli, ogni tanto, di dimenticare.
E finché Roma avrebbe avuto angoli bui, lei avrebbe continuato a camminare. Anche curva.
Anche sola.
Perché alcune favole non servono a far dormire i bambini.
Servono a tenere svegli i mostri.
Il sacco è più leggero
La seconda Epifania fu quella in cui il sacco pesava meno.
La Befana se ne accorse subito.
Non era suggestione.
Il peso sulla spalla era diverso, sbilanciato, come se mancasse qualcosa.
Un nome, forse. O il coraggio di portarlo fino in fondo.
Aveva controllato tre volte la lista quella sera.
Tre indirizzi.
Tre storie chiuse male.
Una, però, non tornava.
Un fascicolo vecchio, recuperato per caso da un archivio che nessuno apriva più.
Segnalazioni contraddittorie.
Testimonianze ritrattate.
Una bambina diventata adulta troppo in fretta.
Anselma aveva esitato.
Non succedeva mai.
Il portone era quello sbagliato.
Lo capì dal silenzio.
Non il silenzio colpevole, quello che pesa.
Un silenzio stanco, ordinario.
Dentro, una donna dormiva sul divano con la televisione accesa.
Un uomo russava nella stanza accanto.
Nessuna paura nell’aria.
Nessuna menzogna pronta.
La Befana rimase immobile.
Per la prima volta dopo anni, il sacco non si aprì.
Scese le scale senza contare i gradini.
Fu allora che le tremò la mano.
Non per l’età.
Per il dubbio.
All’alba, Roma era la stessa.
Indifferente.
Affamata.
Ma qualcosa si era spostato.
Anselma capì che non era diventata più giusta.
Aveva solo scoperto di poter sbagliare.
E quella notte, il sacco era più leggero perché dentro c’era una cosa nuova.
La peggiore di tutte.
Il limite.
La cartellina rossa
La cartellina non avrebbe dovuto esistere.
Anselma lo capì dal colore.
Negli uffici comunali il rosso non si usava più da anni.
Troppo visibile, troppo difficile da perdere.
Il rosso chiedeva attenzione, e l’attenzione era diventata una risorsa rara, da amministrare con cautela.
La trovò una mattina di dicembre, infilata tra due fascicoli beige, gonfi di carte inutili.
Nessun nome scritto sopra.
Solo una sigla a matita, quasi cancellata.
Dentro c’erano fogli che conosceva.
Relazioni, verbali, note a margine.
La sua grafia più giovane, più ordinata.
Frasi prudenti.
Formulazioni corrette.
Tutto fatto come si doveva fare.
Mancava solo una cosa.
Il seguito.
Anselma richiuse la cartellina e la rimise al suo posto.
Poi tornò indietro e la prese di nuovo.
Era così che funzionava la memoria: fingeva di lasciarti andare, poi ti tirava per la manica.
La notte dell’Epifania uscì con il sacco sulla spalla e la cartellina rossa sotto il braccio.
Non l’aveva mai fatto prima.
Le cose di carta non dovevano mescolarsi a quelle che portava nel sacco. Erano due mondi diversi.
Cause e conseguenze.
Prima e dopo.
Roma era fredda quella notte.
Un freddo secco, che puliva l’aria e rendeva tutto più nitido.
I portoni sembravano più alti.
Le ombre più precise.
L’indirizzo non era nuovo.
Era uno di quelli che aveva già attraversato, anni prima.
Un quartiere che non compariva mai nei racconti.
Né brutto né bello.
Solo dimenticato.
Salì le scale senza contare i gradini.
Al terzo piano la porta era socchiusa.
Dentro, una donna sedeva al tavolo della cucina.
I capelli grigi, raccolti male.
Le mani ferme, come se avessero smesso di aspettare ordini.
Quando vide la Befana non urlò.
Non si alzò nemmeno.
«Sei tornata» disse soltanto.
Anselma sentì qualcosa stringersi, da qualche parte sotto le costole.
Non era paura.
Era riconoscimento.
«Non sono mai andata via» rispose.
La donna indicò la sedia di fronte a sé.
Sul tavolo c’era una fotografia.
Una bambina con uno zaino troppo grande.
I capelli raccolti male.
La stessa.
«Hai scritto che non c’erano prove sufficienti» disse la donna.
Non c’era accusa nella voce.
Solo constatazione.
«Avevi ragione.»
Anselma posò la cartellina sul tavolo.
La aprì.
Guardò le pagine come se fossero state scritte da un’altra.
«Avevo ragione» disse.
E fu la cosa peggiore.
Il sacco rimase chiuso.
Per la prima volta, la Befana capì che il carbone non bastava.
Non tutte le colpe avevano un corpo a cui attaccarsi.
Alcune erano fatte di firme, di attese, di frasi scritte bene al momento sbagliato.
«Non sono venuta per questo» disse infine.
«Lo so» rispose la donna. «Sei venuta perché non riesci a smettere.»
Restarono sedute in silenzio.
Due vecchie, in due modi diversi.
Fuori, Roma continuava a respirare piano, come chi dorme male ma non vuole svegliarsi.
Quando Anselma si alzò, lasciò la cartellina sul tavolo.
La donna non cercò di fermarla.
«Che farai adesso?» chiese.
La Befana si fermò sulla soglia.
«Arriverò tardi» disse. «Come sempre.»
Scese le scale lentamente.
Questa volta contando i gradini.
Diciassette.
Ancora diciassette.
Ma il numero non la rassicurò.
All’alba, al Tevere, il sacco pesava più del solito.
Non per quello che conteneva.
Per quello che mancava.
Anselma guardò l’acqua scorrere.
Pensò alla cartellina rossa rimasta indietro. Pensò a tutte le altre, invisibili. Pensò che forse il suo lavoro non era punire.
Forse non lo era mai stato.
Rimprese il sacco.
La Befana non salvava il mondo.
Ora lo sapeva con certezza.
Si limitava a camminargli accanto, abbastanza vicino da non lasciarlo dormire.
E finché Roma avrebbe continuato a dimenticare con ordine, lei avrebbe continuato ad arrivare dopo.
Anche quando faceva più male. Anche quando non serviva.
Perché alcune favole non hanno una morale.
Hanno una memoria.
E la memoria, come i debiti, torna sempre a chiedere il conto.
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