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Analisi

Godard e quell' ultimo respiro come liberazione

Godard e quell' ultimo respiro come liberazione

La vita senza la morte, come contrappeso, perderebbe molto del suo fascino e del suo senso visto, che dal momento in cui veniamo al mondo è tutto un nascondimento, e una perdita di memoria, per non sentire il peso della nostra finitezza.

Spesso chi della vita indaga ogni cosa, e non accetta di navigare solo a vista, sceglie di morire a suo modo, decidendo con freddezza il giorno e l'ora, una determinazione che lo spinge a ricercare un istante preciso in cui trasformarsi in semplice energia, quella che è eterna e che all'universo restituisce il suo primato.

È così Jean - Luc Godard ha deciso da solo che era per lui il tempo di smettere di essere solo un accumulo di materia, e ha pensato che fosse meglio essere energia allo stato puro.

Ogni volta che qualcuno spegne la luce per sé, e da sé, si scatenano perplessità e polemiche, come se la vita e la morte di ognuno potessero essere argomento di conversazione condivisa, non lo sono, anche se esistono delle leggi civili e morali che le fanno diventare tale per necessità, per evitare di trasformare lo spazio pubblico in un luogo disomogeneo e solo contestatario.

In mezzo a tutto questo c'è quell’enorme mostro che si chiama stanchezza di vivere, un grande pacco che ognuno autogestisce con fatica, tanto che spesso e volentieri lo annacqua, sempre per distrarsi dal pensiero della morte, apparentemente, nei fatti lo rende solo più indigesto.

In barba a tutte le teorie sull’allungamento della vita, allungamento della vita che di per sé non porta a nulla di buono se la mente continua a voler mantenere il punto, e continua a combattere contro il corpo e la realtà, alla fine ognuno fa un po’ come gli pare anche se non sembra, poi che esistano persone desiderose di vivere il più a lungo possibile è giusto, ma è più un dato caratteriale che una vera e propria necessità anche dell'universo, quell’universo a cui diamo il volto e il nome di un dio, perché  ci riesce più facile pensarla così, è più rassicurante.

Tra gli intellettuali il bisogno di spegnere la luce da sé è probabilmente più pressante, un modo per morire di testa per come si è vissuti, tanto più che mai nessuno di coloro che li accompagna si lamenterà della loro scelta, e difficilmente dovranno subire l’onta dello stigma sociale, al contrario il loro sembrerà un atto di libertà assoluta.

Lo è davvero un atto di libertà assoluto? La vita ogni giorno inizia da capo, lo scrive Goethe e non è  banale, ma non perché lo abbia scritto Goethe ma perché è in linea con la complessità del rapporto stretto e difficile che esiste tra la vita e la morte, un rapporto che è continuamente snaturato dal bisogno di ognuno di portarsi addosso il peso della vita con gli occhi rivolti al passato, da qui la difficoltà di capire la necessarietà di vivere ogni giorno come se fosse il primo, con uno sguardo limpido, ma anche con la difficoltà di svegliarsi ogni giorno con questa nuova predisposizione d'animo.

Eppure Godard ha rappresentato il nuovo, ha interpretato il tempo suo e nostro in maniera visionaria, scarna, un occhio aperto, il suo, privo di fronzoli e di sbavature esistenziali, fin dal suo primo film il cui titolo oggi sembra un'affermazione di volontà, affermazione di volontà adesso disattesa dai fatti, e da quel suo rifiuto di esserci per via naturale fino all'ultimo respiro.

La ricerca e il bisogno di morire da sé disattende qualsiasi bisogno umano di curiosità, ma è pur vero che il dolore di vivere è insopportabile, e quindi è una forzatura voler autoimporsi la vita a fronte di una manifesta e ben documentata difficoltà esistenziale.

Il cinema di Godard è frutto di una riflessione attenta e ripetitiva del sé con le sue inquadrature tutte apparentemente uguali, inquadrature che invece testimoniano l'esigenza di una ricerca ossessiva dell'altro da sé, tutte cose che portate all'estremo non possono alleggerire in alcun modo il peso del vivere, e quindi è del tutto consequenziale che alla tenera età di quasi 92 anni si sia stancato, in linea con ciò che ha rappresentato: la difficoltà umana di stare a passo con i tempi e al di fuori degli schemi, in pratica Godard attraverso il cinema insufflava vita, una vita eternamente uguale a sé, da qui la ricerca esasperata della sbavatura, della reazione emotiva, una fatica immane e chi non si sarebbe annoiato al posto suo?

Alla luce di questo, e cioè di questa incapacità tutta umana di riflettere e di riflettersi, un'azione che non permette mai alla morte di mostrarsi nella sua nuda e scabra esistenzialità, è arrivato il momento di pensare alla morte in maniera differente.

La mente rifiuta tutto ciò che non riesce a dominare, e la morte non può essere né dominata né contrastata, da qui la necessità di metterci un punto da sé, una vittoria di Pirro se a minare l'esistenza in vita di ognuno non si mettono le malattie invalidanti e le difficoltà dell'anima da tollerare.  Del resto la vita è un gioco a perdere, non si può vincere ma si può giocare a vivere fino all'ultimo respiro, i più  fortunati lo fanno guardando in faccia la morte da vivi e perché che no con sorpresa e stupore, e questo restituisce alla vita vissuta con intensità e partecipazione il suo primato, anche sulla morte scelta da soli, una scelta che è di vita e non solo di disperazione.

 

[…] Godard era contro il sistema?

Era un professore di filosofia. Aveva un approccio intellettuale alle cose. E aveva problemi con le belle donne degli altri. Un giorno gli dissi che non aveva le palle. Era un autobus passato sul suo corpo, questa è l'immagine che mi viene

Ora riposerà in pace.

Adesso lo sarà.  Non credo che in vita amasse la pace abbastanza per essere umano

Ci dica una qualità, una soltanto, di Godard

Aveva un bel senso dell'immagine, i suoi film erano quadri

 ( Gerard Depardieu su Godard a Valerio Cappelli sul Corsera 14/9/2022 )

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