IL MATTINO
Analisi
11.04.2026 - 15:41
All’improvviso, la Basilicata diventa centrale. Giornaloni nazionali scoprono che da anni produce energia per l’Italia: petrolio, gas, eolico, solare. Una rivelazione tardiva, quasi grottesca. La domanda, però, è sempre la stessa: cui prodest? Perché oggi? La risposta è semplice: perché la crisi energetica morde e qualcuno deve preparare il terreno. Non per sviluppare la Basilicata, ma per spremerla meglio. Ancora una volta. Mentre il mondo si riorganizza tra conflitti e nuovi equilibri, l’Italia resta ferma: un Paese senza strategia, guidato da classi politiche mediocri, incapaci di decidere e abilissime solo nel galleggiare. Destra, sinistra, opposizione: cambiano le parole, non la sostanza. Nessuno ha una visione, nessuno ha il coraggio di dire la verità: alcune scelte sono obbligate, ma costano consenso. E il consenso, in questo Paese, vale più di qualsiasi interesse nazionale. E così si tira a campare, tra slogan e rinvii, mentre il tempo scorre e le occasioni si perdono. Nel frattempo prende forma la narrazione utile: la Basilicata come hub energetico nazionale. Più estrazioni, più impianti, più sfruttamento. Più rendita. Perché è questo il punto: non sviluppo, ma rendita. Le royalties non hanno creato un’economia, hanno creato un sistema di potere. Non hanno prodotto crescita, hanno prodotto dipendenza. E qui il meccanismo si mostra in tutta la sua brutalità: le risorse vengono scientemente frammentate e distribuite per costruire consenso. Forestazione usata come bacino elettorale permanente, enti e sotto-enti trasformati in serbatoi di nomine, contributi a pioggia che non risolvono nulla ma legano tutti, sagre, eventi, micro-finanziamenti: una rete capillare di piccoli favori che tiene insieme il sistema. Non si investe per creare lavoro vero, si distribuisce per creare fedeltà. Il cittadino non è più tale: è un beneficiario. L’imprenditore non compete: chiede accesso. Il giovane non progetta: aspetta. È una filiera del consenso costruita sulla dipendenza, dove ogni anello è funzionale al mantenimento del potere. Chi riceve difficilmente contesta, chi distribuisce consolida il proprio ruolo. È uno scambio implicito ma chiarissimo: risorse in cambio di silenzio, protezione in cambio di voto. Un circuito chiuso, impermeabile al cambiamento, che espelle il merito e premia la fedeltà. Una regione che vive così non può crescere. Può solo sopravvivere. E nel farlo si consuma: invecchia, si svuota, perde energie e intelligenze. Non solo un declino demografico, ma un declino mentale, culturale, civile. Le royalties diventano così l’anestetico perfetto: attutiscono il dolore del declino mentre lo rendono irreversibile. Tengono in piedi tutto, proprio perché impediscono che qualcosa cambi davvero. Altro che sviluppo. Qui si compra tempo, si congelano equilibri, si proteggono rendite di posizione. E allora la domanda non è più provocatoria, è semplicemente realistica: la Basilicata è già una società di assistiti e rentier? Se questo è il modello, la risposta è sì. E non è una degenerazione temporanea. È una struttura consolidata. Un sistema che non produce futuro, ma lo consuma.
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